fanny and alexander | VANIADA
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VANIADA

per ada, Van, video, pianoforte e macchine del suono


ideazione Luigi De Angelis e Chiara Lagani
 | regia, luci e macchine del suono Luigi De Angelis | drammaturgia e costumi Chiara Lagani
 | scene Luigi de Angelis e Antonio Rinaldi | immagini video Zapruder Filmmakersgroup | musiche Morton Feldman e autori vari | pianoforte Matteo Ramon Arevalos | 
con Luigi de Angelis, Marco Cavalcoli, Chiara Lagani | e con Sara Masotti
 | movimenti di scena Antonio Rinaldi
 | realizzazione scenotecnica Giovanni Cavalcoli con Marco Cavalcoli, Lucia Maestri, Marco Molduzzi, Antonio Rinaldi | sinestesie Maria Sebregondi | 
sartoria Laura Graziani Alta Moda
 | catering Marco Molduzzi con Anna Maria Bollettieri, Maria Antonietta d’Errico, Loretta Masotti
 | promozione Sergio Carioli, Marco Molduzzi
 | ufficio stampa Marco Molduzzi | 
logistica Sergio Carioli | 
amministrazione Antonietta Sciancalepore, Marco Cavalcoli | produzione Fanny & Alexander e Ravenna Festival | in collaborazione con il Festival delle Colline Torinesi | con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna | Si ringraziano Gastone Bardetta, Stefano Bartezzaghi, Augusta Biaggi, Erik Borgman, Margherita Crepax, Compagnia Donati-Olesen, Andrea Catalano, Electa-Antichità di Maria Carla Costa, Enrico Fedrigoli, Monica Francia, Marina Grishakova, Gerardo Lamattina, Franco Masotti, Venerina e Adelmo Masotti, Paula Noah de Angelis, P-Bart, Daniele Perini, Elisabetta Rivalta, Symrise GmbH & Co. KG, Teatrino Clandestino | I brani delle opere di Vladimir Nabokov sono riprodotti in accordo con The Vladimir Nabokov Estate, nella traduzione italiana di Margherita Crepax


 

MA PERCHÉ È COSÍ DIFFICILE –   DIFFICILE IN MODO COSÍ DEGRADANTE –   METTERE E TENERE A FUOCO CON LA MENTE LA NOZIONE DI TEMPO?
ESISTE UN URANIO MENTALE IL CUI FANTASTICO DECADIMENTO DELTA POSSA ESSERE USATO PER MISURARE L’ETÀ DI UN RICORDO?
CHE COSA E’ STATO, POCO FA, A TIRARMI PER IL GOMITO, A CONFORTARMI PER AVER SMARRITO UN PENSIERO?
LA DEVASTAZIONE E L’OLTRAGGIO DELL’ETÀ DEPLORATI DAI POETI DICONO FORSE QUALCOSA SULLA REALE ESSENZA DEL TEMPO?
COME POSSO ESTRARLO DALLA SUA SOFFICE NICCHIA?

VAN I ADA:

(Van e Ada)

Ecco due alture rocciose coronate di rovine. Noi le abbiamo conservate per tre anni nella nostra mente con decalcomaniacale, romantica lividezza. Vi abbiamo investito un capitale, in denaro ed emozione. Ardis I, Ardis II, Villa Venus, Aqua Marina, il Museo di Lucinda, oh, Speak, Memory, Speak!!! La Memoria, invero, apprezzerà i nostri personali contributi. Ma ora si celebrino senza indugi le tanto sospirate nozze: vuoi tu Ada Veen prendere come tuo legittimo sposo il qui presente Van Veen e tu Van prendi lei, Ada, fino alla morte?

VAN I ADA!

E adesso? Cosa avranno mai, ancora, i nostri innamorati sotto gli occhi? Niente. Un campo di rovine al cui disordine essi daranno il loro speciale contributo. Sì, siamo in pieno Eocene e gli attori sono fossili. Abitano nel deserto. Il loro cuore batte al ritmo della più forsennata catastrofe naturale, tecnologica, e politico-criminale. Essi stanno al centro di un colossale relitto: la loro opera, già lontana, ha già acquistato lo statuto simbolico di rovina. La loro storia futura non produrrà più rovine. Non ne ha più il tempo.

 

TOUR

 

9 giugno 2007 | Gualdo Cattaneo (PG), Centrale ENEL, località Ponte di Ferro, Tra Cielo e Terra 2007

22/23/24 giugno 2007 | Modena, Teatro delle Passioni, ERT

22/23 giugno 2006 | Torino, Festival delle Colline Torinesi, Cavallerizza Reale

6 giugno 2006 | Castrovillari (CS), Primavera dei Teatri VII edizione, Circolo Cittadino

3-14 aprile 2006 | Ravenna, NOBODADDY, Ardis Hall

25 marz0 2006 | Botticino (BS), Festival K5, Centro Lucia, Teatro Inverso

18, 19 marzo 2006 | Castelmaggiore (Bologna), Sguardi, Teatro Biagi D’Antona

24 – 28 febbraio 2006 +  1-5 marzo 2006 | Napoli, Galleria Toledo

9 – 13 novembre 2005 | Milano, Teatro i

21/22 ottobre 2005 | Scandicci (FI), Nessuna risposta, soltanto domande – teatri italiani/teatri beckettiani – Altre Scene 05 – Lampi di Teatro e Danza, Compagnia Teatrale Krypton, ETI – Ente Teatrale Italiano, Teatro Studio in collaborazione con ARCUS

20 / 21 settembre 2005 | Roma, Le Vie dei Festival 2005, Ass. Cult. Cadmo, Teatro Sala Uno

7-10 luglio 2005 | Rimini, International Theatre Festival Santarcangelo dei Teatri, Teatro Novelli

23/23/25 giugno 2005 | Ravenna, Ravenna Festival, Ardis Hall, prima nazionale

14/15 giugno 2005 | Torino, Festival delle Colline Torinesi, Cavallerizza Reale, anteprima nazionale

 

APPROFONDIMENTI

 

LASCIAR ADA
Vaniada si configura come un’uscita. Ada e Van, al termine della loro storia, ultracentenari, idealmente fusi in un solo archetipico essere, si trovano di fronte al grande dilemma della fine: vivere dentro un’opera significa anche saper rinunciare alla propria vita quando l’opera sta volgendo al termine.

Vaniada tratta della fine dell’opera in relazione al Tempo e alla Memoria. È uno dei temi fondamentali del romanzo, eppure ci è stato possibile affrontarlo pienamente solo adesso fino in fondo. È un tema durissimo che sfugge ad ogni possibile tentativo di rappresentazione. L’opera contiene sempre un discorso sulla Memoria. Ma cosa succede se questa Memoria si fa riverbero, pura perdita, se la traccia che abbiamo inseguito finora (come solutori di enigmi della visione e detective dell’opera) si deposita vagamente sui nostri corpi imprimendovi un marchio quasi indecifrabile? Cosa accade se la Memoria diventa solo un segno indefinibile che l’opera ha lasciato o sta per lasciare su di noi? L’opera sembra allora quasi uno specchio, in cui a tratti ci è dato rifletterci. Ada e Van non potranno quasi più essere guardati, o riconosciuti, al di là delle nostre malferme sembianze.

Lo scarto per arrivare all’elaborazione di questo tema è stato prodotto ancora una volta in noi da un meccanismo linguistico, forse il più “adesco” possibile dei giochi: la sciarada. Tutto il tema della Memoria e dei suoi ambigui riflessi ha trovato nel meccanismo linguistico proprio della sciarada, o più precisamente della “frase doppia”, il suo ambiguo centro nevralgico. Cos’è una sciarada? “Per fare una sciarada basta prendere una parola e tagliarla in due parti, scegliendo con cura il punto in cui affondare un coltello immaginario. Secondo i punti di vista si può definire una sciarada come una parola che si divide e dà vita ad altre due parole, oppure come due parole che si uniscono per formarne una terza” (Lezioni di enigmistica, S. Bartezzaghi). Esempio: la sciarada = lasciar Ada. “Ma è davvero la stessa cosa?”, si chiede ancora Bartezzaghi. Non proprio: “l’autore parte dalla parola intera e la divide, sperando di trovare due parole di senso compiuto. Il solutore parte dai membri e li unisce sperando di trovare una parola di senso compiuto” (corsivi miei). Ancora una volta, e sembra perfino superfluo ripeterlo, la battaglia del senso si gioca sul fronte doppio della ricomposizione del simbolo e dipenderà dall’accanita e solidale collaborazione tra chi guarda e chi è guardato.

La parola-mostro, “Vaniada”, sembra ora riproporsi cupamente come un nuovo e più insondabile enigma. Dove porremo noi il coltello invisibile che ci separa da quest’opera? Lungo la nera I che divide i due nomi amati? Sì, forse proprio lungo l’ultrasottile I (E in russo), taglio lacerante, divisione-congiunzione nel titolo-parola dello spettacolo finale, quello che per concludere davvero dovrà forse arrivare a dire che non si può mai veramente concludere.

 

[fotografie di Enrico Fedrigoli]

 

RASSEGNA STAMPA 

 

Enrico Fiore, Amore, incesto e i sussulti della memoria

Gianni Manzella, Claustrofobici enigmi da Nabokov

Franco Cordelli, Fanny & Alexander fan di Nabokov

Franco Quadri, Fanny & Alexander, l’ambiguità è un gioco

Alessandro Fogli, Vaniada, l’ultimo Nabokov per Fanny & Alexander

 

Amore, incesto e i sussulti della memoria       Enrico Fiore, Il Mattino, 5 marzo 2006

Raramente s’è dato un titolo significante – voglio dire sul piano strutturale, ben oltre la lettera dei contenuti – come quello (“Vaniada”) dello spettacolo che la compagnia Fanny & Alexander presenta ancora oggi alla Galleria Toledo. Si tratta della parte conclusiva della ricerca condotta sul romanzo di Nabokov “Ada o dell’ardore. Cronaca familiare”, iniziata con l’allestimento “Ardis I (Les enfants maudits)” e giustamente insignita del Premio Ubu 2005. E quel titolo si riferisce al passo del romanzo in cui Lucette, la sorella minore di Ada, forma, appunto, la parola “Vaniada” (Van e Ada) e poi ne risistema le lettere in modo da formare la parola “divano”. Poco prima, attenzione, che proprio su un divano abbia luogo l’abbraccio che segna il nascere dell’amore incestuoso fra gli stessi Van e Ada.

In breve, e giusto adottando come titolo la parola “Vaniada”, Luigi de Angelis e Chiara Lagani – gli autori dello spettacolo in questione – pongono acutamente l’accento su quello ch’è il tema decisivo messo in campo da Nabokov: il rapporto fra la combinazione delle lettere e la realtà. Un rapporto che, poi, attiene al discorso, non meno fondamentale, sul linguaggio e sul tempo, giacché per lo scrittore russo scrivere significa coltivare la grazia e la disperazione congiunte che incarna il tentativo di fermare, imprigionandolo in una forma, il progressivo spegnersi della vita. E di qui il ricorso sistematico di Nabokov all’anagramma, da quello spudoratamente agganciato all’oggetto della narrazione (“nicest/incest”=bellissimo/incesto) a quello rivelatore delle sottili motivazioni della stessa (libro di Van=”Van’s Book”=di Nabokov).

Ebbene, tutto questo diventa, nello spettacolo di Fanny & Alexander, un intrecciarsi continuo e lancinante di tecnica e di poesia. A partire dal fatto che, davvero non a caso, qui – al termine della vita di Van e Ada – in luogo dell’anagramma, ossia della riaggregazione fra le lettere di una parola, s’insedia programmaticamente la sciarada, ossia il taglio di quella parola in due o più parti. E così, nel buio totale dello spazio angusto e chiuso in cui son sistemati gli spettatori (cinquanta per sera), si susseguono ininterrotti slittamenti di senso che determinano altrettante (e altrettanto eclatanti) aperture della mente e dei sensi verso la vastità e la libertà dell'”esterno”: quello dei sentimenti, dei sussulti della memoria e, insomma, delle proustiane “intermittenze del cuore”.

Al riguardo, faccio solo un esempio. Mentre su una parete viene proiettata la sciarada “persona recondita/per sonare con dita”, su un’altra scorre il video in cui due mani (quelle di Van, naturalmente) percorrono, come se si trattasse della tastiera di un pianoforte, la schiena nuda di una donna che, si capisce, è sua sorella Ada. E a questo punto mi pare del tutto superfluo sprecare troppe parole sulla bravura che – nel quadro funzionalissimo della regia firmata dallo stesso Luigi de Angelis (sue anche le luci e le macchine del suono) – dispiegano gli interpreti: ancora de Angelis e Chiara Lagani affiancati da Marco Cavalcoli e Sara Masotti.

Infine, accade che da qualcuno dei fori circolari che s’aprono nelle pareti spunti una mano che offre una rosa profumatissima. E devi stare attento ad afferrarla in tempo: perché così è la vita, ti ferisce con perdite inesorabili e, in cambio, non ti dà che piccoli, seppur preziosi, momenti di felicità. Quasi sempre sono tanto inattesi e tanto veloci che non te ne accorgi nemmeno.

 

Claustrofobici enigmi da Nabokov       Gianni Manzella, Il Manifesto, 10 luglio 2005

La sciarada alla fine rivela il suo ultimo, intimo significato: lasciar Ada. Dunque il lungo viaggio di Fanny & Alexander nel mondo di Ada o ardore volge al termine. E’ tempo di lasciare i due protagonisti del romanzo di Nabokov, Van e Ada, ormai ultracentenari, i cui nomi sono qui simbolicamente uniti dalla congiunzione della lingua russa. Come fossero ormai diventati un’unica entità, in una sorta di matrimonio mistico celebrato con tanto di confetti distribuiti all’ingresso.

Vaniada (ancora questa sera a Santarcangelo, dopo il debutto al Ravenna festival) affonda nel tempo e nella memoria. Riassume in sé le vicende dei personaggi e insieme le tracce del processo creativo. Brother e sister recano inciso le due lastre collocate a terra l’una a fianco dell’altra, come targhe commemorative o pietre tombali, ma il loro sognato amore incestuoso si è ancor più allontanato. Come nella precedente tappa del complesso progetto ideato da Chiara Lagani e Luigi de Angelis, il cubistico paesaggio mobile di Ardis II, è il gioco enigmistico a improntare la struttura dello spettacolo, nella doppiezza della sciarada. L’enigma come fase estrema della parola, come crocevia di possibilità aperte dal linguaggio. Ma il clima espressivo è ormai mutato. Non più la camera delle meraviglie dove sbocciavano i turbamenti della giovinezza dei due fratelli Ada e Van e neppure gli ironici simulacri della loro memoria erotica. Siamo condotti all’interno di uno spazio claustrofobico, un imbuto nero che schiaccia gli spettatori contro due pareti, convergente verso il foro circolare di un grande ventilatore che è l’unica visibile apertura verso l’esterno, mentre dalla parte opposta si allarga la parete frontale che funge da schermo per la proiezione di immagini (realizzate dal collettivo di videoartisti Zapruder) dal gusto d’altre epoche, un bianco e nero muto e appannato, dove si impone la schiena nuda dell’ardente Ada. Altre più piccole fessure si aprono a tratti dai lati per lasciar uscire una mano o mostrare frammenti di corpi altrimenti invisibili. Nello spazio costantemente immerso nell’oscurità a tratti appaiono vaghe ombre. Una coppia che tiene davanti al viso la propria immagine come una maschera. Mentre uno schermo luminoso propone a ripetizione una serie di sciarade rivelatrici, “la fine signora” ci dice che “la fine s’ignora”. Più spesso però l’oscurità si riempie di suoni, voci che arrivano da punti distanti, note di pianoforte che riecheggiano le musiche di Morton Feldman – la coda dello strumento suonato da Matteo Ramon Arevalos sbuca dalla parete come naufrago da una tempesta. Lentamente si percepisce che l’azione della memoria coinvolge diversi sensi, a cominciare da quello olfattivo, il profumo di una rosa o l’odore di un sigaro di cui si vede brillare la punta accesa.

Fanny & Alexander celebrano così il loro tempo ritrovato al culmine del periplo attorno all’enigmatico romanzo che attende una rappresentazione integrale.

 

Fanny & Alexander fan di Nabokov       Franco Cordelli , Il Corriere della Sera, 2 luglio 2005

Dopo Ridono i sassi ancor della città di Nevio Spadoni, dal Festival di Ravenna e da Elena Bucci dedicato al rapporto tra Byron e la ravennate Teresa Guiccioli, interpretata da una Chiara Muti misurata nello slancio passionale e romantico del suo personaggio, ecco Fanny & Alexander, gruppo fondato nel 1992 da Luigi de Angelis e Chiara Lagani. Da anni i due vivono sprofondati non tanto nell’universo di uno scrittore, Vladimir Nabokov, quanto di un suo romanzo, Ada o dell’ardore. Intendiamoci, Ada è un’opera così grande, così vasta, da ammettere senz’altro una simile dedizione.

Questi atti di fede sembrano essere patrimonio degli studiosi o dei fan: agli studiosi la luce, ai fan la cecità (del desiderio). Ma a volte gli studiosi si perdono nell’oggetto della loro attenzione e non lo vedono più. I fan, dal buio in cui sono, pervengono all’illuminazione (dell’amore) e diventano qualcosa di più, diventano essi stessi, sposando l’opera che li precede, autori di una nuova opera. Sono i miracoli dell’alchimia, della fusione dei corpi, delle loro mutazioni, a cominciare da quei corpi speciali, le parole, che designano gli oggetti o le persone e che sono, dei corpi e delle persone, parte che se ne va o parte indisgiungibile.

E’ uno dei temi del romanzo di Nabokov, quello su cui si è concentrata l’attenzione di de Angelis/Lagani, i due fan. Non è, del resto, la parola fan una variante della prima parte del titolo del nuovo spettacolo, Vaniada? Vaniada, cioè Van i Ada, dove la “i” vale, in russo, la nostra “e” e nei giochi linguistici, o nelle sciarade, di Nabokov e di Fanny & Alexander, essa vale tanto come congiunzione quanto come sbarramento, divisione. La stessa parola-guida dello spettacolo, cioè della sezione concettuale del testo sollevata all’empireo della visione di de Angelis/Lagani, essendo “sciarada” si pone come dirimente. La sciarada può forse intendersi come “lasciar Ada”. Giunti al termine della loro vita, del loro lungo, lunghissimo, affettuosissimo, struggentissimo amore, Van Veen e Ada Veen non dovranno comunque lasciarsi? Come ciò sarà possibile?

Per Vaniada incontriamo Fanny & Alexander a casa loro, nella periferia industriale di Ravenna, questa città metafisica, nella storia e nel presente: l’antico, lo sfarzoso, l’immutabile, il bizantino, il blu e l’oro; e il moderno, lo squallido, il fugace, l’italiano, il deserto e il rosso vi convivono, come Van e Ada fraterni e amanti, destinati a viaggiare l’uno dall’altro lontani, il tempo li separerà come tutti i corpi dissolve. Il capannone industriale si trasforma in un buio cunicolo, in un cuneo nero, in cui gli spettatori sono introdotti uno a uno, in pochi, pochissimi, lo spazio è angusto, sedici donne sedute da una parte, quattro uomini dall’altra. Come fosse un programma, uno a quattro a cosa corrisponde? Alle proporzioni degli spettatori di teatro o alla forza dell’elemento femminile e alla debolezza di quello maschile nel romanzo intitolato ad Ada, non già a Van? Si racconta qui la fine del loro amore, o la profezia della fine, o la sua attesa, la sua inevitabilità. Come a ciò prepararsi?

Non vi è risposta. Vi è solo lo sprofondare nel buio, vi è un lieve senso di soffocamento, si accendono piccole luci di torce elettriche, tralucono giù in fondo foto della remota infanzia, aleggiano snervanti profumi da teatro totale (da teatro-vita, da vita-teatro), si aprono pertugi nel muro da cui le voci, dolce quella di Ada, inguaribilmente snobistica quella di Van, pronunciano esorcismi d’addio, silenti risuonano, scandite, dissolte, estenuate, le ultime note di un pianoforte.

 

Fanny & Alexander, l’ambiguità è un gioco       Franco Quadri, la Repubblica, 20 giugno 2005

Con altri tre lavori, tutti interdipendenti e autosufficienti al tempo stesso, i Fanny & Alexander hanno chiuso al Festival delle Colline torinesi il loro ciclo dedicato ad Ada, cronaca familiare di Vladimir Nabokov, complessa opera fiorita ai margini dell’amore tra Van e Ada, un fratello e una sorella al centro di un arcipelago trasgressivo.

Dopo una pagina di cinema da camera e un incrocio con l’enigmistica, ora siamo su un palcoscenico nel prodromo di Aqua Marina, in cui due sorelle della famiglia amano lo stesso Demon e si contendono la nascita di un bimbo, mentre il capitolo seguente, Villa Venus, consiste in un’installazione con video per due apparecchi e onde Martenot dal vivo, dove, al termine della storia, i due fratelli incestuosi evocano i tradimenti che ne hanno insaporito il rapporto, tra cui spicca il lancio d’una catena di bordelli col nome del titolo. E infine in Vaniada, che unisce con una congiunzione russa i nomi dei due amanti incestuosi sul punto di autocelebrarsi con le nozze alla soglia della fine.

Il succo dell’intera operazione sta nello spirito allusivo che trascende la necessità di rappresentare per stimolare l’immaginazione di una realtà eminentemente formale basata su situazioni fatiscenti da tradurre in istantanee subito cancellate se non in giochi enigmistici di parole. Così l’azione sulla scena è tutta giocata di nascosto dietro pesanti sipari o teli trasparenti per cui si ascoltano dialoghi, gridi, gemiti da coniugare con le intraviste immagini interrotte, tra cui Francesca Mazza infila anche una Ofelia delirante. Il video scivola invece su due schermi sigillati ciascuno dal ritratto di uno dei due amanti, ovvero Chiara Lagani e Marco Cavalcoli che si fanno da parte per liberare inserti spesso erotici in cui ha la sua parte un guizzante Luigi de Angelis. E il gran finale si svolge al buio tra scorrerie dei protagonisti tra gli spettatori, da loro anche bersagliati di fiori, strilli, strisce luminose da alcuni fori esterni. E la kermesse chiude bene com’era iniziata. C’è il timbro dello stile in questa vittoria di un’intelligenza divertita e sorprendente nel giocare con l’ambiguità della grande letteratura, misurandosi con l’inespresso. Per i Fanny & Alexander è la prova più importante di una storia già ricca di affermazioni.

 

Vaniada, l’ultimo Nabokov per Fanny & Alexander       Alessandro Fogli, Corriere di Ravenna, 24 giugno 2005

Giunge a conclusione con un vero e proprio “coup de théâtre” Ada, cronaca familiare, composito e immaginifico progetto incentrato dalla compagnia Fanny & Alexander sul romanzo di Vladimir Nabokov Ada o ardore, opera stratiforme costruita attorno alle incestuose vicende dei fratelli Ada e Van Veen. E con Vaniada – quarto episodio del ciclo prettamente drammaturgico – tutta l’epopea nabokoviana dei Fanny & Alexander, fatta di elementi comunque indipendenti, si ritrova a fare i conti con i temi più complessi chiamati in causa dall’autore russo – il paradosso, la memoria, l’ambiguità, il tempo – uscendone ammantata di nuove chiavi di lettura in un meccanismo di rimandi cronologici e analogici che ha del prodigioso.

Se in Ardis I, Ardis II e in Aqua Marina lo spettatore era costretto a mettersi in gioco per cogliere e ricostruire i frammenti di uno svolgimento lineare, cortocircuitato tra rebus, enigmi, simboli, sfide semantiche, con la scena stessa usata quale sorta di scrigno per attori e significati, in Vaniada questo gioco cambia le regole. Qui è lo spettatore stesso a essere celato, racchiuso, sprofondato in un buio primordiale in cui vanno in scena voci, diafane luci, piogge di perle, profumi, video sfocati e le impalpabili presenze dei protagonisti, per quella che Fanny & Alexander accettano come un’estrema e duplice sfida: estetica, al diktat della presenza scenica, ed espressiva, all’immane difficoltà di tradurre in drammaturgia i tranelli logici, linguistici e filosofici di Nabokov.

Dopo essersi inseguiti per una vita, Ada (una Chiara Lagani quasi invisibile ma mai così conturbante) e Van (voce di Marco Cavalcoli, corpo di Luigi de Angelis), al termine della loro storia fusi idealmente in un solo archetipico essere, Vaniada appunto, stanno finalmente per sposarsi, ma è qui che sorge il dilemma finale, perché vivere all’interno di un’opera significa anche finire con essa. Ecco allora che il ricordo, la memoria, le tracce seguite finora tramite la risoluzione di enigmi e le scomposizioni metatestuali, invece di avvicinare alla visione definitiva di Ada e Van, ce ne allontanano, e anzi vi si riflettono come in uno specchio, spostando su noi stessi l’ultimo, decisivo dubbio, la sciarada escheriana “lasciar Ada”. Fanny & Alexander costruiscono l’episodio finale di Ada sul paradosso del non-mostrabile, ponendo lo spettatore alle prese con un destabilizzante annullamento visivo – il buio risulta ammaliante, ipnotico, ma anche sconcertante – che ne contamina, di nuovo sottilmente, le certezze acquisite. E forse, come la freccia di Zenone alla fine non si era mai spostata, la storia di Ada e Van non si può mai veramente concludere.