STORIA DEL NUOVO COGNOME
L’Amica Geniale a fumetti – Volume 2
Spettacolo tratto dal secondo volume del graphic novel di Chiara Lagani e Mara Cerri (Coconino press) su L’amica geniale di Elena Ferrante (Edizioni E/O)

con Chiara Lagani e Fiorenza Menni | voce di Nino Sarratore Andrea Mochi Sismondi | voce di Donato Sarratore Lorenzo Gleijeses | lyrics Emanuele Wiltsch Barberio | percussioni Cristiano De Fabritiis | disegni Mara Cerri | regia, scene, luci, video, musiche Luigi Noah De Angelis | drammaturgia e costumi Chiara Lagani | allestimento multimediale Voxel | cura del suono Vincenzo Scorza | supervisione tecnica Gianni Gamberini, Vincenzo Scorza | organizzazione e promozione Andrea Martelli, Marco Molduzzi | una produzione E Production/Fanny & Alexander | in collaborazione con Ravenna Festival
Storia del nuovo cognome è il nuovo spettacolo teatrale di Fanny & Alexander tratto dal secondo volume de L’Amica geniale di Elena Ferrante. In scena Chiara Lagani e Fiorenza Menni vestono i panni di Lila e Lenù che, una volta cresciute, attraversano nuove difficili prove: la prima è alle prese con un matrimonio precoce e infelice, la seconda coi suoi studi, unica via possibile per un percorso di riscatto. Attorno al grande collage che le due protagoniste realizzano si dipana lo spettacolo con la regia di De Angelis: la storia si compone sotto i nostri occhi, in una sorta di accumulo poetico dei paesaggi e dei personaggi disegnati da Mara Cerri che, usciti magicamente dal fumetto, prendono vita in un racconto che è al contempo un inno all’amicizia, all’emancipazione dai pregiudizi e al potere dell’immaginazione.
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29 maggio 2026 | Ravenna Festival, Artificerie Almagià PRIMA ASSOLUTA
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RENZO FRANCABANDERA, paneacquaculture.net
Storia del nuovo cognome: Fanny & Alexander con Mara Cerri al nuovo capitolo della saga di Ferrante, di Renzo Francabandera | paneacquaculture.net, 2 giugno 2026
Con il debutto a Ravenna Festival di Storia del nuovo cognome. L’amica geniale a fumetti – Volume 2, Fanny & Alexander proseguono il percorso di attraversamento dell’universo ferrantiano inaugurato nel 2018 con Storia di un’amicizia (2018) e proseguito con L’amica geniale a fumetti (2023), nato quest’ultimo dalla collaborazione con la graphic novelist Mara Cerri e la pubblicazione per Coconino Press dell’adattamento per immagini disegnate dei primi due libri della saga. Il percorso era partito dal fondo: infatti nel romanzo in quattro parti della Ferrante, Un’amicizia era il titolo del libro che raccontava, a posteriori, la vicenda del rapporto tra due donne; Storia di un’amicizia è stato il titolo prescelto ormai sei anni fa per il racconto, in forma di spettacolo, che Elena Greco “Lenù” (interpretata da Chiara Lagani), giovane di famiglia borghese, compone a partire dalle vicende di una vita che la legano a Lina Cerullo (Fiorenza Menni), la sua amica geniale. Sebbene nella saga, a più riprese, sia la seconda a ritenere la prima, studiata e secchioncella, “il genio” della situazione, è chiaro da ogni passo del loro vissuto, finanche dai più drammatici, che in realtà è la proletaria quella affamata di vita, emancipata dalle paure borghesi di perdere tutto, quella capace di scegliere che direzione dare all’esistenza pur nelle vicende più intricate, quella che mangia a morsi ogni istante senza paura del baratro. L’altra è legata, impacciata, vive la vita di seconda mano sulla scia della prima, facendosene influenzare, ma restando dentro un’esistenza a basso voltaggio.
Dopo il primo lavoro che vedeva Lagani in scena con Fiorenza “Fio” Menni, il secondo episodio L’amica geniale a fumetti, ha preso la forma di un assolo distinto e diverso dal dispositivo dialogico e duale che aveva connotato il primo e che torna invece con Storia del nuovo cognome: al centro de L’amica geniale a fumetti vi era infatti la sola presenza di Lagani, che assumeva su di sé il racconto dell’intera vicenda, mentre l’universo grafico di Cerri veniva animato e integrato nel dispositivo visuale e sonoro ideato da Luigi De Angelis.
Questo terzo atto ricompone il duo Lagani/Menni e sfida le complessità di ciascuna delle due creazioni precedenti per fondere le istanze significanti e le linee più originali della ricerca: siamo quasi da subito dentro un dispositivo scenico nel quale teatro, disegno, suono e narrazione si compenetrano con l’obiettivo di costituire un’unica architettura percettiva duale.
A dire il vero l’enigmatico inizio che, dopo alcuni passi nel buio, rivela nella penombra il mezzo busto della Lagani ha a che fare nei miei occhi di osservatore teatralizzato con alcune sequenze dello storico loro lavoro Him, che vedeva Marco Cavalcoli inginocchiato di spalle al centro della scena (tutt’altra storia, quella); ma questa visione di lei solitaria e a mezzo busto, quasi infitta in un superficie che solo di lì a poco distingueremo, ha a che fare, forse, molto di più con un rimando alla visione beckettiana di Winnie in Giorni Felici, conficcata nella terra fino al busto.
Ma c’entra questa ipotesi di significato con quello che verrà dopo e con la storia delle due donne? Direi di sì, perché di lì a poco, nelle vicende narrate, le due donne arrivano proprio a scambiarsi un volume di Beckett, con Lila che lo tira fuori nel momento clou in cui le due sono sulla spiaggia con il ragazzo che entrambe desiderano: lei, la vera geniale delle due, la meno studiata, a parlare di teatro dell’assurdo.
Ecco quindi che quella epifania iniziale, racchiude forse, la visione e l’attributo poetico che la regia di Luigi Noah De Angelis attribuisce al personaggio di Elena, una donna dalla vita bloccata dalla sua posizione sociale, dalle sue paure e da quell’assenza di scugnizzaggine che non le permette di attivare la bestia dionisiaca, la cifra incontrollabile, la scintilla geniale. Storia del nuovo cognome, segue la trasformazione delle due nel momento in cui l’amicizia è sottoposta alle prime grandi prove dell’età adulta: il matrimonio di Lila, l’allontanamento di Lenù dal rione, l’emergere di destini che sembrano divergere pur continuando a riflettersi l’uno nell’altro. Mentre Lenù/Lagani è già al suo posto, incastrata come Winnie dal primo fotogramma dello spettacolo, Lila/Menni entra in scena camminando, libera. Libera va, libera viene in un abito monocromo fucsia vistoso. L’altra invece, in un più elegante tinta unita rosso, diligentemente, alla fine del racconto, mette tutto a posto e spegne pure le luci quando lo spettacolo finisce, ribadendo quel senso di dovere e quella linearità bloccata nel suo ordine delle cose, che da questi gesti potrebbe derivarsi, se proprio dovessimo, come a teatro si deve, attribuire significato a ogni gesto.
Dal punto di vista scenico, l’elemento più rilevante è il tentativo di trasferire in teatro la specificità del linguaggio della graphic novel. Le immagini di Mara Cerri non sono lo sfondo illustrativo che si era dato con le proiezioni de L’amica geniale a fumetti, ma diventano una presenza drammaturgica autonoma e si potrebbe dire quasi filmica in questo allestimento. I disegni animati, infatti, vengono proiettati dalle due attrici tramite un sistema di lavagne luminose che compongono in un’unicum la verità duale delle loro esistenze: due pezzi del puzzle, che ora combaciano, ora si sfasano, in un gioco movimentato e di continuo movimento e animazione in cui le bellissime immagini dialogano in tempo reale (allestimento multimediale Voxel) con le voci recitanti ma anche con un soundscape specifico fatto di registrazioni ambientali e le voci maschili off. Una scelta voluta proprio per significare l’estraneità paradossale (ma non influente) dell’universo maschile rispetto a questo micromondo duale. Tutto contribuisce a costruire uno spazio mentale ma anche semantico nel quale il racconto prende forma per stratificazioni successive. C’è ancora la compresenza tra interpretazione dal vivo e immersione del pubblico nell’universo figurativo elaborato dall’illustratrice e in tutto l’apparato sonoro che in alcuni momenti condensa e precipita in preziose sincronie, come il geniale momento del clacson.
In sostanza, se L’amica geniale a fumetti è costruito attorno alla figura della narratrice e alla relazione tra voce e immagine, Storia del nuovo cognome porta sulla scena direttamente la duplicità strutturale del romanzo attraverso la rinnovata presenza simultanea di Lenù e Lila e attraverso la produzione dal vivo delle immagini. Questo secondo atto non rappresenta quindi una semplice prosecuzione narrativa, ma un’evoluzione del dispositivo teatrale stesso e un ritorno al due: ciò che nel primo capitolo era affidato principalmente all’incontro fra racconto e disegno diventa ora una macchina scenica più complessa, fondata sulla coesistenza di due corpi, due sguardi e due flussi iconici che si generano reciprocamente, quello delle immagini di Cerri e quello del piano recitato e recitante, teatrale, che avviene nella parte bassa del piano visivo.
La peculiarità di questo nuovo lavoro risiede tuttavia soprattutto nella sua forma. L’impianto scenico concepito da Luigi Noah De Angelis traduce teatralmente il principio stesso che governa il graphic novel di Chiara Lagani e Mara Cerri: una narrazione costruita attraverso punti di vista simultanei, immagini che si richiamano e si completano reciprocamente, frammenti che trovano senso solo nel loro rapporto dinamico. Le due attrici abitano infatti una scena nella quale il gesto attorale e la produzione delle immagini avvengono nello stesso tempo e nello stesso spazio. Le figure disegnate da Mara Cerri diventano una vera e propria drammaturgia visuale con le due attrici a scandire la proiezione con gesti e movimenti e non di rado proiettando a video le loro mani, le loro dita martoriate dall’ansia, le loro unghie mangiucchiate e insicure: paesaggi, volti e presenze emergono progressivamente davanti agli occhi dello spettatore, componendo quel “grande collage” evocato dalle note di presentazione dello spettacolo. Ne deriva una forma scenica nella quale la rappresentazione non procede per sostituzione dell’immagine letteraria, ma per stratificazione di linguaggi.
Il pubblico è chiamato a oscillare continuamente (in alcuni momenti non facilmente) fra la presenza viva delle interpreti e la dimensione grafica che si genera in scena, secondo una logica di sdoppiamento che richiama la stessa struttura relazionale del romanzo: Lila e Lenù come coscienze speculari, differenti e inseparabili. In questo senso il lavoro prosegue coerentemente il dialogo che Lagani e Cerri intrattengono da anni con l’opera di Elena Ferrante, dapprima nella graphic novel e ora in una forma scenica che assume il fumetto non come fonte iconografica, ma come principio compositivo.
A sostenere questa complessa macchina percettiva interviene il paesaggio sonoro, fatto di ambienti, voci, musica (De Angelis) e percussioni (Cristiano De Fabritiis), affidato alla cura del suono di Vinx Scorza che non accompagna l’azione ma la avvolge, contribuendo a creare quella dimensione immersiva nella quale il racconto sembra prendere forma davanti allo spettatore nel momento stesso del suo accadere. D’altronde questo approccio stratificato e sinestesico, dove le figure umane sono spesso in trasparenza con il mondo che abitano, è nello stile stesso di Mara Cerri e si fonda su una costruzione dell’immagine che rifiuta la nettezza del fumetto narrativo classico e lavora invece sulla dissoluzione della forma. Il segno di Cerri, realizzato con colori acrilici e con mirabili e poetiche stratificazioni successive, spesso nella complementarietà di caldi incarnati bruni e freddi sfondi e ambienti bluastri, non delimita stabilmente i corpi ma li lascia emergere da campi tonali mobili, spesso incompleti o abrasivi, nei quali figura e sfondo tendono a contaminarsi reciprocamente. Ecco quindi che bene De Angelis legge e traspone scenicamente le suggestioni che dalla novel derivano. La linea è instabile, spezzata, materica; conserva la pressione del gesto manuale e non viene normalizzata in una pulizia grafica uniforme. E così sono le proiezioni, mosse, vive, in stile Ferro 3, come se tutto fosse, per larga parte ,in presa diretta. Questo produce un esito scenico continuamente attraversato da fragilità percettiva. Come in scena, così nei disegni di Cerri la costruzione dello spazio evita la prospettiva geometrica forte: la profondità nasce piuttosto da addensamenti atmosferici e sonori che dialogano opportunamente con velature e masse cromatiche che comprimono l’ambiente attorno ai personaggi.
Il colore, trasferito in scena nei due costumi monocromi ma diversi, non ha funzione naturalistica ma emotiva; le palette desaturate degli spazi urbani e degli ambienti vissuti, fatte di grigi sporchi, blu di Prussia oscuri e particellizzati, o verdi opachi, generano una temperatura psicologica più che una definizione realistica degli ambienti. Le vignette si dilatano spesso in primi piani: gli occhi e i volti assumono una centralità perturbante, con gli sguardi frontali che immobilizzano il lettore/spettatore e trasformano molte immagini in fotogrammi sospesi, in polaroid che prendono vita fra le mani delle due interpreti in carne e ossa. L’immagine in questo esercizio di trasposizione del romanzo (una pratica, quella della trasposizione della letteratura a teatro, che ha connotato in maniera sostanziale la poetica per la scena di Fanny & Alexander) non chiarisce il testo ma introduce vuoti, ellissi e controtempi emotivi. L’animazione conferita alle figure, aumenta la sensazione che ogni corpo sia sul punto di trasformarsi o dissolversi.
Che in fondo è esattamente quello che si vuole raccontare di queste due vite, instabili, vulnerabili, in cui emerge dilaniante il contrasto fra l’esistenza antieroica di Elena e quella titanica di Lila. L’effetto complessivo è una narrativa visiva basata sulla percezione e sull’atmosfera più che sulla chiarezza lineare del racconto. Tanto nei disegni quanto nella trasposizione per la scena. Ed è un compromesso, quello scelto da De Angelis, fra i volumi e i valori espressivi e tonali in campo, che alla fine, pur con qualche fatica fruitiva iniziale, risulta convincente e compatta, nella sempre complicata convivenza fra segno disegnato live e azione attoriale, dove l’occhio è quasi costretto a scegliere cosa guardare. Emerge la continuità di questa creazione con la poetica storica di Fanny & Alexander, compagnia che da sempre lavora sull’interazione tra teatro, arti visive, letteratura, musica e tecnologie. Non siamo dentro una traduzione naturalistica del romanzo, ma alle prese con la costruzione di un ambiente percettivo nel quale i diversi linguaggi rimangono riconoscibili pur fondendosi in un’unica esperienza immersiva dentro un dispositivo intermediale nel quale letteratura, graphic novel e teatro non si susseguono gerarchicamente, ma convivono come livelli differenti di una stessa esperienza narrativa, in una continua negoziazione fra corpo, immagine e memoria, a tratti più chiara e leggibile, a tratti frenetica e quasi assurda. E quindi è giusto: anche Beckett c’entra, anche se non c’entra.





















