L’ANALFABETA
di Ágota Kristóf

con Federica Fracassi | regia, scene, luci e video Luigi Noah De Angelis | sound design Damiano Meacci | traduzione e adattamento Chiara Lagani | allestimento multimediale Voxel | costumi Chiara Lagani | attrezzeria, sartoria, trucco e parrucco a cura del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa | organizzazione e promozione Andrea Martelli, Marco Molduzzi | amministrazione Stefano Toma | produzione E-Production, Piccolo Teatro di Milano / Teatro d’Europa, Teatro Stabile di Bolzano | in collaborazione con Romaeuropa Festival, Olinda/TeatroLaCucina AMAT e Comune di San Benedetto del Tronto
Una donna siede al suo tavolo di operaia, in una fabbrica di orologi, in Svizzera. È Agota Kristof. Per scrivere poesie la fabbrica va benissimo, si può pensare ad altro: le macchine hanno un ritmo regolare che scandisce i versi. Nel suo cassetto Agota ha un foglio e una matita. Quando il pensiero prende forma, lo annota. La donna non conosce la lingua del posto, ma scrive e pensa in quella lingua ignota, che le è nemica.
In fabbrica, del resto, è difficile riuscire a parlarsi in qualsiasi modo: le macchine fanno troppo rumore. Si riesce a parlare solo nelle toilette, fumando a gran velocità una sigaretta.
La donna racconta la sua storia, è una storia di esilio, di sradicamento, di atrocità. Vorrebbe dire qualcosa di sé, ma per farlo deve inventarsi delle maschere. E così, inaspettatamente, ci troviamo dentro i suoi romanzi. La donna diventa di volta in volta Lucas, Claus, Sandor, Line… Ma solo per un attimo. Ci ritroviamo in mezzo a un sogno oppure al centro di un ricordo denso della sua infanzia, solo così la scrittrice può dirci quel che sa. Ma poi si torna sempre in quella stanza, col ticchettio degli orologi e il suono del presente. La lingua in cui la donna ci parla non l’ha scelta lei. Le è stata imposta dal caso, dalle circostanze. Farà come meglio potrà. È una sfida. La sfida di un’analfabeta.
Federica Fracassi sulla scena incarna Agota Kristof: stessi occhiali, stessi capelli, stessi vestiti, stessa prossemica. Prima ancora di scoprirla al suo tavolo di lavoro, la soggettiva del suo sguardo, mediante una proiezione, indaga le componenti di un orologio, nell’atto del suo assemblaggio. Il suo racconto ha origine nello spazio costretto di questo lavoro minuzioso, regolato, ossessivo, maniacale. Quando la scopriamo, dietro a un tulle, come sospesa nel buio di una caverna, intenta al suo tavolo di lavoro, mescolata alla proiezione, scopriamo che indossa una lente/monocolo sull’occhio destro, che ingrandisce il lavoro che sta svolgendo con delle pinzette e altri strumenti. A questa lente è connessa una microcamera che testimonia nel tempo presente il suo sguardo, proiettandolo sul tulle, oppure su un piccolo pannello di led wall sopra di lei, che svolge una duplice funzione, a seconda della sua inclinazione: quella di illuminare il suo tavolo di lavoro, mediante l’uso di monocromi di colore, oppure quella di riverberare ulteriormente il suo stesso volto, intento nel ricordo e nel racconto, o nel portarci in altri luoghi e tempi compresenti, quelli del suo universo immaginale e creativo. La scena si fa così specchio della stratificazione emotiva, psichica, materiale da cui nasce il suo racconto e pensiero, immergendoci nella complessità labirintica dei suoi ingranaggi.
Il sound design indaga la possibilità di allargare e far vivere in maniera immersiva l’interstizio sonoro tra due rintocchi ossessivi, privilegiando la ridondanza del ticchettio e l’idea dell’ingrandimento esasperato meccanismo, che, moltiplicandosi, deformandosi, distendendosi, si fa motore generativo, cardiologico del racconto e vettore anamorfico per ulteriori mondi.
TOUR
18 – 19 ottobre 2025 | Romaeuropa Festival, Teatro Vascello, Roma (PRIMA ASSOLUTA)
23 ottobre – 2 novembre 2025 | Teatro Studio Melato, Milano
8 – 9 gennaio 2026 | Teatro Concordia, San Benedetto del Tronto
15 – 17 gennaio 2026 | Teatro Gustavo Modena, Genova
20 – 21 febbraio 2026 | Teatro Comunale, Bolzano
22 febbraio 2026 | Teatro Cuminetti, Trento
27 – 28 marzo 2026 | Teatro Arena del Sole – Sala Thierry Salmon, Bologna
1 aprile 2026 | Teatro Sociale di Bellinzona, Bellinzona (CH)
TRAILER
THE MAKING OF
FOTO





















ph. Masiar Pasquali / Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
RASSEGNA STAMPA
RODOLFO DI GIAMMARCO, la Repubblica
LUCREZIA ERCOLANI, il manifesto
ENRICO FIORE, Controscena
GIUSI DE SANTIS, teatroecritica
FRANCO CORDELLI, Corriere della Sera
SIMONA SPAVENTA, la Repubblica Milano
FRANCESCA DE SANCTIS, L’Espresso
NICOLA ARRIGONI, Sipario
ELENA SCOLARI, paneacquaculture
MARIO BIANCHI, Krapp’s Last Post
LAURA BEVIONE, Artribune
CAMILLA COLANGELO, Stormi (Stratagemmi)
GIULIANO ANGELETTI, Corriere dello Spettacolo
LAURA DI CORCIA, Azione
Corpo a corpo con Kristóf e le sue ritrosie, di Rodolfo Di Giammarco | la Repubblica, 24 ottobre 2025
Mai conosciuto tante espressioni, lineamenti, fisionomie e sorveglianze di postura umana gestite da una sola attrice, nel contesto d’un unico spettacolo, per di più a uso di fattezze e sembianze di una scrittrice universale di ben pacata vanità e autostima. Ora questa emozione (quasi una commozione) mi assale segretamente nell’intimo, di fronte al lavoro di scavo, controllo, disciplina e minuta alterità che Federica Fracassi mette a segno in sottrazione, a teatro, nel racconto autobiografico L’analfabeta di Ágota Kristóf, opera con adattamento e traduzione (e costumi) di Chiara Lagani nell’ultimo spettacolo di Fanny & Alexander, con regia, scene, luci e video di Luigi Noah De Angelis, e, va detto, con allestimento multimediale Voxel. Un’impresa che reca il marchio E Production, Piccolo Teatro di Milano e Stabile di Bolzano, cui hanno collaborato il RomaEuropa Festival e Amat, in corealizzazione col Teatro Vascello dove per il Ref s’è assistito al debutto. Della ritrosia e della riservatezza dell’ungherese Kristóf sapevamo tutto, e resta da lodare il corpo a corpo di Fracassi con la timidezza dell’autrice, con volto cereo e occhiali da operaia di orologi in Svizzera, coi panni trasmutati dei suoi familiari in versione video. Tra ticchettii e battiti di cuore, e modestie ben forgiate dalla regia, questo è un biopic senza tempo. Fino al 2 novembre al Piccolo Melato.
••••••
«L’analfabeta», nella scrittura di Ágota Kristóf la lingua di una ferita, di Lucrezia Ercolani | il manifesto, 25 ottobre 2025
Lasciare il proprio Paese all’improvviso e trovarsi nella sfera di una lingua straniera è una delle sfide che la migrazione impone. Quanto questa difficoltà può diventare totalizzante per una scrittrice? È la domanda che si pone L’analfabeta, il nuovo lavoro di Federica Fracassi e Fanny & Alexander, presentato al Vascello per Romaeuropa e ora in scena al Piccolo Teatro di Milano fino al 2 novembre. Unico personaggio, interpretato da Fracassi, è la scrittrice ungherese Ágota Kristóf, autrice del bellissimo e terribile La trilogia della città di K. Al romanzo, l’attrice milanese e la compagnia ravennate avevano dedicato uno spettacolo visionario due anni fa, premiato con ben cinque Ubu. Ecco allora che L’analfabeta appare come un affondo, o «spin off», che mette al centro l’autrice e la sua storia. KRISTÓF è seduta alla scrivania, separata dal pubblico da una parete di plastica trasparente. Questa gabbia riflette la sua condizione: prigioniera di una lingua aliena e dell’alienazione del lavoro in una fabbrica di orologi. La scrittrice infatti si trova in Svizzera, è qui che tenta di ricostruire una vita dopo essere fuggita clandestinamente dall’Ungheria nel 1956. Nel grande ledwall che occupa metà della scena si mescolano ricordi, immaginazione e descrizione del presente. Il video, maneggiato con acutezza da Luigi Noah De Angelis – la cui regia si distingue per la capacità di uno stile – è funzionale all’adattamento di Chiara Lagani dell’omonimo racconto autobiografico, pubblicato nel 2004, sette anni prima della morte di Kristóf (attingendo però anche ad altri testi). Il video, si diceva, diviene una porta alla mente dell’autrice, dove alle diverse fasi temporali corrispondono tecniche differenti: le riprese dal vivo, con tre camere che circondano Fracassi, ci parlano della ripetitività del lavoro di fabbrica. Le figure del passato, la fuga attraverso i boschi ungheresi, sono immagini filmate in altro tempo e in altro luogo. Le emozioni e i fantasmi che sussurrano si colorano invece di tinte forti, dal rosso al blu, con l’ausilio della creazione digitale. All’interno di quest’architettura, Fracassi propone un’interpretazione eccellente, adottando la rigidità della scrittrice, il suo sguardo malinconico dietro i grandi occhiali tondi, l’accento marcato che non abbandonerà. Alla fine, Kristóf vincerà la sua battaglia con il francese – un tema che, con felice coincidenza, torna nel lavoro in scena gli stessi giorni all’Argentina, Valentina di Caroline Guiela Nguyen – e da questo corpo a corpo nascerà La trilogia della città di K. Ogni ferita parla.
••••••
La scrittura come vita, di Enrico Fiore | Controscena, 25 ottobre 2025
Come sappiamo, l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. E così hanno fatto Fanny & Alexander e Federica Fracassi, che senz’alcun dubbio sono assassini provetti (nel senso che, fuor di proverbio, sono, rispettivamente, una delle compagnie di punta nell’ambito del teatro di ricerca e una delle più dotate attrici in circolazione).
Il luogo del «delitto» è il Teatro Studio Melato, in cui, due anni fa, «uccisero» (complice il Piccolo di Milano in veste di produttore) Agota Kristof, la grande scrittrice ungherese, e la «creatura» da lei partorita, il romanzo «Trilogia della città di K.». Ora, sempre avendo come complice il Piccolo, Fanny & Alexander e Federica Fracassi son tornate nel Teatro Studio Melato per «uccidere» anche un’altra delle «creature» messe al mondo dalla Kristof, «L’analfabeta».
Si tratta di un «racconto autobiografico» (questo il sottotitolo) diviso in undici capitoli: «Esordio», «Dalla parola alla scrittura», «Poesie», «Clownerie», «Lingua materna e lingue nemiche», «La morte di Stalin», «La memoria», «Gente fuori posto», «Il deserto», «Come si diventa scrittori?» e, appunto, «L’analfabeta». E la sua brevità (appena quarantaquattro pagine) risulta inversamente proporzionale alla densità dei contenuti che accoglie e alla raffinatezza della scrittura che impiega per esporli.
Il filo che collega fra loro i due «delitti» in questione sta in una frase di «Trilogia della città di K.»: «Non ho ancora trovato la parola per qualificare quello che ci è successo. Potrei dire dramma, tragedia, catastrofe, ma nella mia testa lo chiamo soltanto “la cosa” per la quale non c’è parola». Giacché «L’analfabeta» dimostra – in maniera lancinante, fra tenerezza, sofferenza e umorismo – che, comunque, quella «parola» Agota Kristof non ha mai smesso di cercarla.
Anzi, il cercarla s’è identificato, puramente e semplicemente, con lo scorrere della propria vita, dall’infanzia beata in Ungheria alla povertà del dopoguerra, dalla solitudine patita in collegio alla tristezza obbligata in occasione della morte di Stalin, dalla fuga in Austria al trasferimento a Losanna, profuga a ventun anni con una bambina di quattro mesi. E dunque, si capisce che «L’analfabeta» è innanzitutto e soprattutto un’indomabile dichiarazione d’amore per la scrittura. Il titolo, infatti, si riferisce alla fatica che la Kristof dovette affrontare quando cominciò a scrivere in quella che per lei era giusto una lingua «nemica», il francese.
La fatica cedette ben presto il passo all’ebbrezza, alla felicità di scoprire come la scrittura sia capace di compiere il piccolo miracolo di neutralizzare gli ossimori che di continuo ci propina la vita. E a questa capacità Agota Kristof allude quando colloca in posizione fortissimamente icastica, nella prima e nella seconda pagina de «L’analfabeta», i due passi seguenti: «L’aula di mio padre sa di gesso, di inchiostro, di carta, di quiete, di silenzio, di neve, anche in estate» e «La grande cucina di mia madre sa di bestia macellata, di carne bollita, di latte, di marmellata, di pane, di biancheria umida, di pipì dell’ultimo nato, di fermento, di rumori, di calore estivo, anche in inverno».
Questi due passi danno conto, peraltro, dell’alto e decisivo approdo che la scrittura della Kristof raggiunge col conferire alle parole la plausibilità (l’unica possibile) garantita dall’imprigionarle in una fisicità indiscutibile, a partire, come abbiamo visto, dagli odori e dai suoni.
In tal modo – «quando si sarà rotto il filo d’argento dell’infanzia, quando verranno giorni cattivi, e arriveranno gli anni che potrei definire “non amati”» – troverà asilo nella mente e nel cuore persino una consolazione, per quanto debole e smarrita: la convinzione, dice Agota Kristof, che, lontano dai genitori e dai fratelli, «per sopportare il dolore della separazione» non le resterà che «una soluzione», proprio quella di «scrivere».
Tutto questo tocca l’acme nel capitolo «La morte di Stalin». Al posto delle dissertazioni teoriche, e dunque delle parole avulse dalla concretezza della realtà immediata, la scrittrice venuta da Csikvánd, un villaggio «privo di stazione, di elettricità, di acqua corrente, di telefono», mette con decisione i dati di fatto che accusano il dittatore georgiano: «Quante vittime aveva sulla coscienza? Nessuno lo sa. In Romania, si contano ancora i morti; in Ungheria ce ne sono stati trentamila nel 1956. Ciò che non si potrà mai quantificare è il ruolo nefasto che la dittatura ha avuto per l’arte e la letteratura dei paesi dell’Est. Imponendo loro la propria ideologia, l’Unione Sovietica non ha soltanto impedito lo sviluppo economico di questi paesi, ha anche cercato di soffocare la loro cultura e la loro identità nazionale».
Seguono naturalmente le accuse, lanciate con altrettanta decisione e non minore coraggio: «Per quanto ne so io, nessuno scrittore russo dissidente ha mai abbordato o menzionato questo fatto. Che cosa ne pensano, loro che hanno dovuto subire il proprio tiranno, che cosa ne pensano, dunque, di quei “piccoli paesi senza importanza” che oltretutto hanno dovuto subire anche una dominazione straniera, la loro, quella del loro paese? È una cosa di cui hanno, o avranno un giorno vergogna?».
Già, son passate sotto silenzio le tragedie connesse a quella dominazione e alla diaspora che ne derivò. Nel capitolo «Il deserto», racconta fra l’altro la Kristof: «Due di noi sono ritornati in Ungheria nonostante la condanna alla prigione che li aspettava. Due altri, uomini giovani e celibi, sono andati più lontano, negli Stati Uniti, in Canada. Altri quattro, ancora più lontano, nel posto più lontano di tutti, oltre la grande frontiera. Queste quattro persone di mia conoscenza si sono uccise durante i primi due anni del nostro esilio. Una con i sonniferi, una con il gas, le altre due impiccandosi. La più giovane aveva diciotto anni. Si chiamava Gisèle».
Ebbene, nell’allestimento de «L’analfabeta» la regia di Luigi Noah De Angelis (suoi anche le scene, le luci e i video) rende tutto questo ricorrendo a un sistema di segni che accoppia con lucida inventiva la profondità concettuale e una precisione da chirurgo.
Prima che cominci lo spettacolo, al posto del fondale compare un enorme specchio rettangolare che riflette la platea e gli spettatori. E questo costituisce l’annuncio del tema centrale che di lì a poco sarà sviluppato: la constatazione che, come già ho avuto modo di osservare in altre circostanze, la scrittura è l’uscire fuori da sé per entrare nell’altro da sé, finendo per scoprire in quest’ultimo impensate e rivelatrici immagini del sé.
Poi la scena si divide in due parti uguali affiancate: in quella di sinistra vediamo (dal vivo) l’attrice che interpreta Agota Kristof mentre, seduta dietro il suo banchetto nella fabbrica svizzera di orologi in cui lavora, alterna la cura dei meccanismi e delle lancette che misurano lo scorrere del tempo con la stesura degli appunti che di tanto in tanto prende in un diario, laddove nella metà della scena di destra vediamo (in filmati) la stessa attrice mentre si moltiplica nei vari personaggi protagonisti di quegli appunti, dei quali vengono mostrati fin nei minimi dettagli il carattere e i sentimenti attraverso una fittissima rete di gesti e di espressioni del viso oscillanti fra il sorriso amorevole, l’ammiccamento ironico e la smorfia grottesca.
È l’incontro/scontro, nel fuoco dell’esistere, fra l’idea che ci facciamo della vita, incarnandola per l’appunto nella scrittura, e il peso che su quell’idea esercita la vita medesima nel suo ontologico determinarsi, incurante di noi, di ciò che pensiamo e, figuriamoci, dei miseri tentativi che mettiamo in atto per illuderci d’imprigionarla in una strategia. E si rivela assolutamente straordinaria, Federica Fracassi, nel farsi carico del duello all’ultimo sangue in questione: la sua prova d’attrice è corposa proprio perché impalpabile, nel senso che crea intorno a sé dei vuoti continui che, però, si rivelano, incredibilmente, capaci di riempirsi d’echi e presenze e sogni. Sì, anche di sogni, nonostante l’orrore circostante e l’angoscia che procura.
••••••
L’Analfabeta di Fanny & Alexander. La lingua per capire la Storia, di Giusi De Santis | teatroecritica, 29 ottobre 2025
Come rispondere alle istanze del presente mantenendo intatta, viva e palpitante, la vocazione alla poesia? Dopo la Trilogia della città di K., spettacolo vincitore di cinque premi Ubu e del Premio ANCT, Fanny & Alexander e Federica Fracassi tornano alle pagine di Ágota Kristóf, per perseguire la loro indagine sull’opera della scrittrice ungherese, in maniera ancora più intima e vibrante. Presentato in prima nazionale a Romaeuropa Festival, in co-realizzazione con La Fabbrica dell’Attore, L’analfabeta attraversa le pagine dell’autobiografia che Kristóf scrisse per una rivista di Zurigo, per carpirne e restituirne lo smarrimento dell’autrice, e le sue profonde risonanze con il mondo intero.
Sulla scena del Teatro Vascello, trasformata in un grande schermo, una sorta di split screen, il linguaggio cinematografico e il linguaggio teatrale si fondono, determinando un costante e raffinato dialogo con nuove prospettive di ricerca, rivisitazioni e sconfinamenti, percepibili sin dalla rigorosa regia di Luigi Noah De Angelis, che sceglie di utilizzare ancora una volta il remote acting, la tecnica dell’eterodirezione che il duo ravennate sperimenta da tempo. Da una parte, lo spazio della performance, quello della fabbrica di orologi, dove Ágota lavora come operaia una volta giunta in Svizzera, e che àncora la protagonista al presente; dall’altra, la dimensione audiovisiva grazie alla quale prendono corpo un moltiplicarsi di proiezioni: voci, ritratti, storie e ricordi di un’intera vita, frammenti e diramazioni evocati dalla narrazione principale che vengono affidati all’unica e mobilissima attrice in scena, Federica Fracassi, camaleontica nel mutare forma e pelle, restituendo quel senso di disorientamento che accomuna Ágota a tutti noi. Dettagli, ingrandimenti, primi e primissimi piani sostengono la densa e sapiente tessitura drammaturgica, curata da Chiara Lagani, in un continuo gioco di rimandi tra differenti piani temporali, tra presente e passato, cadenzati e permeati dalle funzionali e avvolgenti composizioni sonore di Damiano Meacci. Il tempo presente appare sospeso, e viene scandito dai gesti meccanici del lavoro in fabbrica e dall’elencazione dei rituali accadimenti del quotidiano, ai quali è sotteso uno scavo ostinato e poetico nel mettere a fuoco la complessità del personaggio e della sfida a cui è chiamato a rispondere.
Il centro pulsante del racconto è la lingua matrigna – dapprima il tedesco e il russo, poi il francese – sottolinea Lagani -, «che finisce perciò per essere un testo su tutta la sua opera, oltre che sulla sua vita»: una vita, quella di Ágota Kristóf, segnata dalla strenua lotta tra la creatività e le parole nuove, cesellate con una precisione chirurgica al pari degli ingranaggi degli orologi. «All’inizio, non c’era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano quella lingua. Non avrei mai immaginato che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano potesse pronunciare parole che non sarei riuscita a capire»: è il legame con la terra d’origine, ma soprattutto il rapporto lacerante con la lingua sconosciuta, nemico da affrontare all’indomani dell’esilio. Ha ventun’anni, Ágota, quando, alla fine di novembre del 1956, raggiunge la Svizzera con la figlia e il marito, lasciando l’Ungheria e tutto ciò a cui non è riuscita a dire addio: il diario della scrittura segreta, le poesie, i fratelli, i genitori, sancendo definitivamente la perdita della sua appartenenza a un popolo. Siamo nel pieno della Guerra Fredda, e la rivolta popolare contro l’invasione del gigante sovietico viene sedata dall’Armata Rossa, producendo ripercussioni nell’Europa intera, divisa tra dissenso e ortodossia. Quando Stalin muore, nel marzo 1953, Ágota vive ancora in collegio, dove si trasferisce all’età di quattordici anni: «non è un collegio per fanciulle ricche, è piuttosto il contrario. È qualcosa tra la caserma e il convento, tra l’orfanotrofio e il riformatorio». In quel periodo, la scrittrice piange «tutte le sere, per mesi interi o per anni», per la perdita della sua casa, ormai abitata da stranieri, per l’infanzia e la libertà perdute. E sullo schermo, tinte di rosso, le immagini di repertorio dei funerali di Stalin sanciscono la trasformazione da ‘padre’ e ‘faro luminoso’ in sanguinario tiranno.
Il dispositivo scenico de L’analfabeta – coprodotto da Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro Stabile di Bolzano in collaborazione con Romaeuropa Festival, AMAT e Comune di San Benedetto del Tronto -, è il luogo dove tutto diviene palpabile, anche il ticchettio degli orologi che scandiscono il tempo in cui le cose accadono, quando il gioco e l’immaginazione appaiono perduti e la scrittura torna, sempre, ad essere rifugio, conquista dell’infanzia felice, delle corse a piedi nudi nel bosco, degli alberi su cui arrampicarsi, finanche dei profumi, come quello della cucina della madre di Ágota, che «sa di caldo estivo, sempre. Anche in inverno». La ricerca di Fanny & Alexander è un’indagine al microscopio della vita e della produzione artistica della scrittrice ungherese, una riflessione profonda sul fare arte e sulla possibilità di cercare sempre nuove direzioni. Le parole stesse divengono spazio da percorrere e da attraversare, in un continuo rimando tra il dentro e il fuori, tra il vissuto personale di Ágota e il confronto con la Storia. Come afferma Lagani, la voce di Ágota Kristóf risuona attualissima perché ci parla anche del nostro presente, «i conflitti che racconta ci fanno pensare a quelli di oggi, da Gaza all’Ucraina. E pure le conseguenze che la guerra produce sono attualissime: l’abbandono forzato della patria, l’erranza, l’atrocità dello sradicamento, l’uccisione della lingua materna».
Un racconto intimo e, allo stesso tempo, collettivo, poiché – come afferma Albert Camus nel discorso tenuto in occasione della consegna del Nobel che gli viene conferito nel 1957 -, l’arte non è gioia solitaria, ma obbliga «l’artista a non isolarsi e lo sottomette alla verità più umile e più universale»; è un mestiere nobile che «avrà sempre le sue radici in due difficili impegni: il rifiuto della menzogna e la resistenza all’oppressione». E allora facendo ritorno alla domanda iniziale, ne L’analfabeta di Fanny & Alexander emerge con forza la capacità della ricerca artistica di divenire strumento fondamentale per affinare, mediante il linguaggio poetico, l’indagine sul reale, e per restituire corpo e voce a quanto resterebbe sommerso, trascurato dal resoconto storico.
••••••
Le bugie di una bambina in attesa del cuore nuovo, di Franco Cordelli | Corriere della Sera, 30 ottobre 2025
[…] È quanto toccò all’ungherese Ágota Kristóf: dall’Ungheria alla fine arrivò in Svizzera. È qui che si scoprì «L’analfabeta», come nel titolo della breve autobiografia di cui vedemmo una messa in scena nel 2008, con la regia di Elio De Capitani e l’interpretazione di Cristina Crippa. La ripropongono, sempre per il Romaeuropa Festival, la compagnia Fanny e Alexander, il Piccolo di Milano e Fabbrica dell’attore con Luigi De Angelis alla regia e Chiara Lagani come drammaturga. Tanto era espressionista la versione di De Capitani quanto ne è il contrario lo spettacolo di Fanny e Alexander. La protagonista Federica Fracassi opera su due piani: a tratti, brevemente, altera la voce significando il suo esprimersi in una lingua straniera; per quasi l’intero tempo dello spettacolo, la voce la smorza attenta a mantenerla su un tono basso e uniforme, traduce il tono della prosa di Kristóf: «scabro, raggelato, durissimo» (Rosella Postorino). Costretta all’esilio nel 1956 a causa della repressione sovietica dei moti di Budapest, la ventunenne scrittrice lavorò in una fabbrica di orologi — dove la troviamo assente (è dietro uno schermo) e due volte presente — di schiena, in ombra, e nel primo piano di un’attrice fedele fino allo spasimo al suono disperato ma fermo di chi sta imparando di nuovo a parlare, in una lingua che non le appartiene.
••••••
Fracassi, prova d’attrice per Ágota Kristóf, di Simona Spaventa | la Repubblica Milano, 30 ottobre 2025
Una scatola rettangolare racchiude una donna seduta al banco di una fabbrica di orologi. A sinistra c’è lei, di spalle, impegnata con gli occhi e le mani ad avvitare minuscoli ingranaggi, e con la mente a riflettere con parole che si ingarbugliano e si perdono tra più lingue, quella madre e quella del Paese dov’è in esilio. Dall’altro lato, a destra, si materializzano i suoi ricordi e le persone che ha perduto, abbandonate in una patria lontani da lei. E un dispositivo complesso quello che lo storico collettivo Fanny & Alexander ha concepito per L’analfabeta, monologo dall’omonimo testo autobiografico di Agota Kristóf che segna la seconda tappa — coprodotta dal Piccolo dov’è in scena, allo Studio Melato, fino a domenica — del progetto concepito con Federica Fracassi dedicato alla scrittrice ungherese, dopo la Trilogia della città di K, vincitrice di cinque premi Ubu. Stesso caschetto nero corto, stessi occhiali e stessa aria dimessa della trasformazione che aveva già mostrato al pubblico, Fracassi stavolta è una Agota Kristóf sola in scena, rinchiusa nella scatola claustrofobica e tecnologica che ne mostra la monotonia quotidiana e insieme, tramite microcamere e proiezioni su veli trasparenti, dà forma a ciò che non è presente. L’operaia in tuta grigia, relegata a una vita umile nella svizzera Neuchâtel, ha dentro di sé il mondo complesso e immaginifico che popola i suoi romanzi. Ma nei 55 minuti di monologo traspare soprattutto la nostalgia c il dolore di chi è consapevole di essere stato costretto a rinunciare alla propria identità. L’infanzia nell’Ungheria comunista, il padre arrestato perché dissidente, la madre dura per la lotta estenuante alla povertà e il fratellino, e ancora se stessa adolescente nel collegio dove ha sofferto freddo e láme e giovane madre con una neonata in braccio mentre varca il confine, in fuga dopo la repressione sovietica della rivoluzione del 1956: Fracassi con prodigioso trasformismo riesce a dare volto alle persone del passato della scrittrice. Con rigore ne sa trasmettere la fatica e il conflitto interiore nel dover abdicare, pur di salvarsi con la scrittura, alla lingua materna per la necessità di adottarne una “nemica”, il francese. Una prova d’attrice notevole che spicca in un meccanismo scenico curatissimo, nia Torse troppo pensalo e cerebrale, col rischio di risultare freddo.
••••••
Nella fabbrica dei pensieri, di Francesca De Sanctis | L’Espresso, 31 ottobre 2025
La schiena è quella, curva, di un’operaia seduta alla sua postazione. Ripara orologi in una fabbrica svizzera. All’inizio è un’ombra, ma poi il pannello divisorio — che prima del buio rifletteva l’immagine specchiata degli spettatori – svela i contorni nitidi di quel corpo in abiti da lavoro che ha il volto della scrittrice ungherese Agota Kristóf. Dietro i suoi occhialoni c’è lo sguardo di Federica Fracassi, totalmente immersa nella vita e nelle opere della scrittrice, prima in “Trilogia della città di K” (vincitore di 5 premi Ubu) e ora nello spettacolo “L’analfabeta”, entrambi portati in scena da Fanny & Alexander. Il nuovo lavoro – andato in scena al Teatro Vascello per il Romaeuropa Festival – è un viaggio doloroso verso la rinascita, un racconto autobiografico in cui le ferite bruciano: l’abbandono dell’Ungheria, la solitudine, la necessità di parlare un’altra lingua. beta”. Nel 1956, dopo l’invasione dell’Armata Rossa, l’autrice fu costretta ad espatriare in Svizzera. È lì, nella fabbrica di orologi in cui lavorava, che Fracassi incarna Agota Kristóf, ma anche tutti i suoi fantasmi — dai genitori ai fratelli — proiettati sulla parete divisoria, che diventa anche soglia, linea di confine tra separazione e incontro, tra dolore e ostinazione. Nell’allestimento di Chiara Lagani (traduzione, adattamento, costumi) e Luigi De Angelis (regia, scene, luci, video) la fabbrica diventa un affascinante laboratorio mentale in cui pensieri e ricordi seguono il ritmo del ticchettio dell’orologio, sempre più forte (sound design Damiano Meacci). «Per scrivere poesie la fabbrica va benissimo, si può pensare ad altro, le macchine hanno un ritmo regolare, come i versi». Per farlo però Kristóf deve abbandonare la lingua materna per quella francese, una lingua «nemica» e «sconosciuta». Ecco perché si ritrova analfabeta. E costretta ad affrontare una linguistica che durerà per tutta la vita.
••••••
Analfabeta (L’), di Nicola Arrigoni | Sipario, 31 ottobre 2025
La Trilogia della Città di K. si apriva con Ágota Kristóf, che affidava alla scrittura l’emersione dei personaggi del Grande quaderno, evocati nel momento stesso in cui venivano vergati sul foglio di carta. Il caschetto nero, gli occhiali rotondi, gli occhi piccoli e profondi da miope, un sorriso doloroso in volto: così la vede e la incarna Federica Fracassi, che torna a vestire i panni della scrittrice, dando voce e corpo all’autobiografia L’analfabeta. Dopo il successo del kolossal teatrale – vincitore di numerosi premi Ubu – Luigi De Angelis, Chiara Lagani e Federica Fracassi tornano a indagare non solo la storia di Ágota Kristóf, ma soprattutto la riflessione sulla lingua matrigna, sulla necessità – o forse sull’obbligo – di far proprio il francese imposto dalla Svizzera ai profughi e agli immigrati, nel caso specifico alla comunità ungherese in fuga dal regime sovietico. Il marito della scrittrice era un dissidente e lei lo seguì con la figlia piccola in braccio, biberon e pannolini da una parte e, dall’altra, i dizionari. Una sorta di schermo domina la scena. Da un lato vediamo la scrittrice a un banco di lavoro da orologiaio: il suo lavoro in fabbrica è di precisione e al tempo stesso ripetitivo. Nell’altra metà dello schermo emergono i personaggi della vita di Ágota: il padre, i fratelli, la madre, il maestro. Sono la moltiplicazione del suo volto, del suo essere; un’irriconoscibile Federica Fracassi che si annulla nel mimetismo estremo a cui la costringono De Angelis e Lagani. Ciò che va in scena ne L’analfabeta è una macchina linguistica, la semantica di un essere presenti in carne e ossa e, al contempo, riprodotti e moltiplicati in video: talvolta in presa diretta, talvolta attraverso registrazioni realizzate in precedenza. Lingua e linguaggi sono la materia stessa de L’analfabeta: lo sono per la scrittrice e per la sua battaglia col francese, la lingua che uccide l’ungherese, la lingua materna. Una battaglia – s’immagina – è anche quella che Federica Fracassi combatte fra il suo sé e l’annullamento nel personaggio, ma soprattutto nella tensione – tipica del lavoro teatrale di De Angelis – in cui l’apparente mimetismo diventa lo spazio entro cui l’attore può dire di sé, mettere alla prova non solo le proprie abilità, ma anche la propria temperatura interpretativa. Questo accadeva in maniera magniloquente nella Trilogia della Città di K. e si ripropone ora ne L’analfabeta, ma con un tono più intimo, giocato su colori tenui e rossi accesi, con immagini che sembrano congelate nel tempo come i ricordi. Tutto questo, si crede, ha una sua compattezza estetica pregevole: interessa tanto l’argomento del racconto quanto la modalità della narrazione. In mezzo c’è l’attrice, c’è Federica Fracassi, che fa da parafulmine alla scrittura precisa e bruciante della scrittrice e al potere raggelante e costrittivo del teatro semiotico di Luigi De Angelis, in cui tutto si tiene con estremo rigore e offre la sensazione di quando si hanno le mani gelate che, al contatto con l’acqua, bruciano come non mai. Ecco, L’analfabeta è un incendio raggelato.
••••••
L’Analfabeta di Fanny & Alexander e Fracassi: Ágota Kristóf orologiaia di parole, di Elena Scolari | paneacquaculture, 2 novembre 2025
L’orologiaio sta chino sul tavolo, un cerchio di luce si concentra sull’oggetto di lavoro mentre tutto intorno la stanza è buia. Di solito ha un monocolo sull’occhio che ingrandisce i minuscoli componenti degli ingranaggi che deve assemblare, costruire oppure riparare. Indossa un camice, o una tuta da operaio; gli ingranaggi devono essere lubrificati e gli oli ungono il banco. Federica Fracassi infatti compare in tuta grigia (costumi di Chiara Lagani) nei panni di Ágota Kristóf nella nuova produzione L’analfabeta, ideata da Fracassi stessa con Fanny & Alexander, di E Production, Piccolo Teatro di Milano/Teatro d’Europa, Teatro Stabile di Bolzano e presentata in anteprima al Teatro Studio Melato di Milano, dopo il successo de La trilogia della città di K., spettacolo vincitore di cinque Premi UBU nel 2024.
L’attrice è dietro un pannello traslucido, di spalle e seduta al tavolo di lavoro, nella fabbrica di orologi di Neuchâtel dove la scrittrice ha trovato un impiego dopo la fuga dall’Ungheria. Il pannello è diviso a metà: a sinistra lei, a destra immagini proiettate e in movimento di lei che, truccata, interpreta altri personaggi: la madre, il padre, il fratello minore, alcune delle creature dei suoi romanzi.
Lo spettacolo comincia in silenzio, poi solo il ticchettìo di un orologio. Sullo schermo l’ingrandimento di un orologio aperto, che mostra il suo meccanismo, come lei, tra poco, mostrerà se stessa, a noi spettatori. La scrittrice, dapprima senza voltarsi, comincia a raccontare la sua vita dall’infanzia: la famiglia è povera, appena si può i genitori mandano i figli nel collegio di Stato, almeno lì hanno i pasti assicurati. Tutti erano poveri, quindi in fondo non ce ne si accorgeva così tanto.
Si fatica un po’ a entrare nel meccanismo lento di questo orologio narrativo, ma dopo il primo quarto d’ora (durata totale 55 minuti), si sviluppa un tipo di attenzione particolare e si mettono occhi e orecchi su questa figura unica. Succede più o meno quando si arriva alla morte di Stalin: a scuola dicono alle alunne che bisogna essere tristi. Nel 1953 Kristóf ha diciotto anni, a 19 si sposerà e avrà la sua unica figlia.
Federica Fracassi recita con un tono monocorde, sospeso, usando una cadenza incerta, come se non trovasse un accento suo, in piena coerenza con la sfida che ha impegnato Kristóf per quasi tutta la vita: padroneggiare la lingua francese come la sua, per scrivere. Per scrivere in una lingua che non le fosse straniera, che non le fosse nemica.
Dopo i moti di Budapest, la futura scrittrice espatrierà; bellissimo il brano sul viaggio di sconfinamento oltre la frontiera austriaca: la donna sosteneva con un braccio la sua bambina di quattro mesi e con l’altro la borsa con i dizionari. Da una parte il sentimento e dall’altra il sapere. Ágota è sempre stata un’appassionata di dizionari: lì dentro sta la conoscenza, sta una lingua, la traduzione dei vocaboli familiari in idiomi non noti, c’è il segreto per assimilare e “digerire” le parole e farle diventare proprie. Governarle.
Kristóf arriva in Svizzera come in esilio, quella terra è per lei un deserto dell’anima, ma come spiegarlo all’insegnante del corso che decide di frequentare per abbattere il muro di ostilità verso il francese? Àgota voleva impararlo ma ne aveva al contempo paura perché quella lingua si stava “mangiando” la sua, l’ungherese. Ogni passo verso il francese era un passo di allontanamento dalle sue radici, dolorosamente lasciate, per sopravvivere.
Alla fatica emotiva di chiunque sia costretto a lasciare il proprio paese si aggiunge per Kristóf la fatica esistenziale di chi colloca l’identità nelle parole: lo scrittore. L’autrice ungherese si impone di scrivere in francese e vuole arrivare a viverla come una lingua madre; nel suo intimo non lo sarà mai ma la sfida linguistica sarà vinta: tutti i suoi libri sono scritti in un francese aguzzo, affilato come il rapporto ambivalente con questa lingua.
Il successo letterario arriverà poco prima dei quarant’anni, quando la lotta si era chetata.
Fracassi non trasmette alcun cedimento, assume una nota distante, lei è Ágota Kristóf ma è sempre chiaramente Fracassi che fa Ágota Kristóf, e non solo nel senso evidente del trucco e dell’interpretazione ma nella cifra che sceglie per essere il tramite neutro di un’artista per cui il linguaggio rappresentava il mondo. Potremmo richiamare Ludwig Wittgenstein che nel suo Tractactus attribuiva al linguaggio la funzione di rappresentare il mondo. Per Kristóf invece il linguaggio è il mondo.
In L’analfabeta molto è questione di espressione: più che l’apparato scenico (installazione multimediale Voxel e scene di De Angelis), più che il significato immediato della vita dimidiata esemplificata dalle due metà del diaframma, di cui una vela la presenza dell’attrice e l’altra la moltiplica, sono il linguaggio attoriale di Fracassi e la regia di Luigi Noah De Angelis a produrre l’atmosfera e a rendere lo stato spirituale della scrittrice, combattente umile e fiera. Insieme a un testo acuminato, questi elementi creano un personaggio che misura parole e gesti, li equilibra con precisione maniacale come i bilancieri degli orologi che mantengono costante la misura del tempo.
In un momento in cui siamo tutti alla ricerca di un’identità, di un gruppo cui appartenere, è cruciale la riflessione che L’analfabeta propone intorno alla decisione lucida di radicarsi una seconda volta, in un modus esprimendi – e quindi pensandi – che non è quello della nascita. Perché è più importante ritrovarsi in un tempo che si senta proprio, anche se si devono spostare le lancette dell’orologio.
••••••
L’Analfabeta. Fanny & Alexander e Federica Fracassi tornano ad Ágota Kristóf, di Mario Bianchi | Krapp’s Last Post, 5 novembre 2025
Dopo la fortunata e premiatissima produzione de “La Trilogia della Città di K.”, Fanny & Alexander e Federica Fracassi ritornano ancora all’immaginario di Ágota Kristóf con “L’Analfabeta”, piccolo volume autobiografico della scrittrice ungherese che attraversa le sofferenze di una vita travagliata, ma sempre e comunque rischiarata dalla luce dell’arte e della scrittura.
Il libro si divide in undici brevi capitoli che raccontano altrettanti episodi della sua vita: dall’infanzia felice in Ungheria, in cui divorava libri, alla povertà del dopoguerra, e poi gli anni di solitudine in collegio, l’esilio e il rapporto con la lingua materna e con quelle nemiche: il tedesco, il russo e in parte anche il francese, lingua che utilizzerà quasi sempre per scrivere, ma di cui a volte si definiva “analfabeta” per via delle sue difficoltà con la grammatica.
Come nello spettacolo precedente, Federica Fracassi si presenta nelle identiche fattezze di Ágota, questa volta intenta a scrivere su un tavolo di una fabbrica di orologi in Svizzera, dove lavora, mentre il rumore insistente del ritmo delle macchine l’accompagna.
Il grande schermo, posto sul fondo dello Studio Melato del Piccolo di Milano, in cui il pubblico può riflettersi, è diviso in due: da una parte vi è Agota che, quando il lavoro glielo permette, scrive; nell’altra vediamo, tra realtà e sogno, le immagini che ciò che scrive, quella scrittura – demone benefico – che sempre l’ha posseduta, e che si fa presente in tutti i ricordi che le affollano la mente.
Ágota/Federica, nel potere conferitole dall’estro drammaturgico di Chiara Lagani (attraverso l’installazione multimediale di Voxel, che vive nelle scene di Luigi Noah De Angelis, accompagnate dal tappeto sonoro di Damiano Meacci), si incarna in ogni frammento visivo che appare, per poi dileguarsi in un attimo.
La vediamo così bambina con il padre maestro, seguiamo poi il rapporto con la madre e i fratelli, e il trasferimento in collegio a 14 anni, una sorta di caserma-convento in cui bisogna ossequiare, anche dopo la sua morte, Stalin, il despota russo.
Eccola ancora in un momento cruciale della sua vita, ridonato con profonda emozione agli spettatori: quando, nel 1956, all’arrivo dei sovietici nel suo Paese, deve attraversare, per raggiunge la Svizzera, la frontiera austriaca con il marito e una neonata legata sulla schiena.
Al centro dell’indagine dello spettacolo non è tanto la vita e l’opera della scrittrice, ma lo spaesamento che ogni cambio di luogo fa emergere, in un continuo migrare che costringe l’autrice ungherese quasi a dimenticare chi è stata, dovendo esprimersi nelle lingue del luogo che l’accoglie, dapprima il tedesco, poi il russo e il francese, che diventano in qualche modo matrigne. Ad ogni modo Ágota, pur non conoscendo inizialmente le lingue del posto, scrive e pensa in quell’impasto di lettere che le è ignoto, perfino nemico, ma prendendone in qualche modo forza, perché le ricordano tutte le fughe che il potere le ha imposto contro la sua volontà.
Nasce così “L’Analfabeta”, che può anche essere letto come un interessante e originale spin-off dello spettacolo precedente, in grado di renderci del tutto manifesto il clima da cui sono nate le opere della Kristóf e la sofferenza che l’ha pervasa, a cui Fracassi dona una forte e cangiante immedesimazione.
Lo spettacolo riesce al contempo a diventare una riflessione importante, e di natura sempre contemporanea, su come la lingua con cui siamo cresciuti sia un elemento fondamentale che ci lega alla nostra terra, un retaggio difficile da estirpare, come avviene ancora per tutti gli immigrati che vivono la necessità di imparare una lingua che non appartiene loro.
••••••
A Milano arriva in teatro il racconto autobiografico della scrittrice ungherese Ágota Kristóf, di Laura Bevione | Artribune, 6 novembre 2025
Qualche giorno dopo il debutto al Teatro Vascello di Roma, è arrivato il 23 ottobre sul palcoscenico del Teatro Studio Melato di Milano l’adattamento per la scena del racconto autobiografico L’analfabeta, scritto dalla scrittrice ungherese, esule in Svizzera, Ágota Kristóf (Ungheria, 1935 – Svizzera, 2011). Lo spettacolo, prodotto da E Production, Piccolo Teatro di Milano, Teatro Stabile di Bolzano, in collaborazione con Romaeuropa Festival, Olinda/TeatroLaCucina, AMAT e Comune di San Benedetto del Tronto , è la seconda tappa del percorso di indagine e restituzione inventiva dell’universo, onirico e per certi versi feroce, dell’autrice avviato dall’attrice Federica Fracassi e da Fanny & Alexander (Chiara Lagani e Luigi Noah De Angelis) con l’assai apprezzata messinscena di Trilogia della città di K nell’autunno 2023.
Nata in Ungheria nel 1935, la scrittrice Ágota Kristóf fugge in Austria con il marito a pochi mesi dalla nascita della figlia, in seguito alla repressione dei moti di Budapest del 1956. Da lì, vive un’esistenza da profuga – sebbene l’esilio fosse stata una scelta subita per assecondare il compagno più che volontariamente adottata – che la conduce quasi casualmente in Svizzera, a Neuchâtel (dove vivrà fino alla morte, nel 2011). Qui la scrittrice si mantiene lavorando in una fabbrica di orologi, impiego che non le impedisce, anzi pare offrirle, la condizione quasi ideale, per coltivare la propria vocazione letteraria. Sopravviene però il problema della lingua: il materno ungherese scalzato dal francese, lingua “nemica”, appresa con riluttanza e fatica. E proprio di questo corpo a corpo con il francese e, soprattutto, dell’impossibile integrazione nel nuovo paese, parla Kristóf nel racconto L’analfabeta (edito in italiano dalla casa editrice ticinese Casagrande nel 2005); titolo emblematico nel sintetizzare lo status che l’autrice riconosceva a sé stessa: in quel nuovo contesto, così lontano dalla terra d’origine, deprivata delle lettere, delle parole per esprimere i propri sentimenti e affermare il proprio essere al mondo.
Come già avveniva nella parte inziale della versione teatrale di Trilogia della città di K., Federica Fracassi diviene realmente Ágota Kristóf, con una somiglianza che fa dell’attrice una sorta di inquietante – e inquieto – Doppelgänger. Seduta a un tavolo di lavoro, intenta a limare gli ingranaggi degli orologi ovvero a tracciare qualche parola su un figlio di carta nascosto in un cassetto, Fracassi/ Kristóf veste una scura tuta da lavoro, gli occhialini tondi e il corto caschetto bruno. La vediamo dietro uno schermo trasparente, un led wall ad altissima definizione sul quale vengono proiettati, sia l’immagine dell’attrice in presa diretta, sia i volti dei personaggi man mano evocati – tutti incarnati da Fracassi, in una costante metamorfosi – sia brevi video di astratta eloquenza. Una scelta registica raffinata e tecnicamente impeccabile, capace di ricreare quell’atmosfera sospesa fra realismo e onirismo; presente implacabile e fallace memoria, che caratterizza la scrittura di Kristóf. Un micromondo concreto e nondimeno disincarnato, attraversato dal ticchettio preciso degli orologi e immerso nella penombra di un’esistenza mai serena.
Una lotta costante con la lingua, combattuta con gli inseparabili dizionari – granitiche verità in una vita ognora riplasmata e riadattata a circostanze perlopiù mai volontariamente ricercate – e con la scrittura, vocazione precoce ed essa sì consapevolmente e tenacemente assecondata. L’analfabeta dice, con le parole secche e precise di Kristóf, il disorientamento costante del profugo cui neanche la sopraggiunta sicurezza – anzi, non troppo paradossalmente, proprio quella – dona la pur agognata serenità. C’è, poi, il racconto, mai patetico né retorico, di un’infanzia trascorsa all’insegna della povertà e dell’abbandono, e quello della fuga notturna attraverso i boschi neri fra Ungheria e Austria. C’è la descrizione di una routine casa-lavoro-casa di esiziale monotonia e c’è la conquista, faticosa e mai davvero conclusa, della padronanza nel francese, lingua che, fra l’altro, la scrittrice adottò per le sue opere, anche per questo caratterizzate da una disadorna, ma potentissima, essenzialità. C’è tutto questo in uno spettacolo esso stesso privo di fronzoli, registici e attoriali, e contraddistinto da un’esattezza che è eloquente correlativo oggettivo di una partita inevitabilmente ma dignitosamente persa contro un fato malevolo.
••••••
L’Analfabeta di Fanny & Alexander e Federica Fracassi, di Camilla Colangelo | Stormi. Traiettorie sulla Stagione #3 – 1 numero, novembre 2025
Una donna china su un tavolo di lavoro sistema con precisione gli ingranaggi di un orologio. Gesti ripetuti, meticolosi. Con questa immagine – emblematica nel trascinare subito il pubblico dentro la meccanica quotidiana di un tempo innanzitutto interiore – si apre “L’analfabeta”, il nuovo spettacolo di Fanny & Alexander e Federica Fracassi, ispirato all’omonimo racconto autobiografico di Ágota Kristóf. Il testo della scrittrice ungherese – composto per una rivista di Zurigo e poi pubblicato in volume nel 2004 – diventa qui materia scenica attraversata dal tempo e dal linguaggio, filtrata da uno sguardo che non restituisce un semplice racconto biografico, ma una riflessione di ampio respiro sull’esilio, sulla perdita e sull’impossibilità di identificarsi fino in fondo con una sola lingua. Dopo “Trilogia della città di K.”, vincitrice di cinque Premi Ubu e del Premio ANCT, Fanny & Alexander e Federica Fracassi tornano alle pagine di Kristóf, proseguendo la loro indagine sul rapporto tra parola e identità e costruendo un ritratto sospeso tra documento e invenzione. La scena, concepita come un grande schermo diviso in due, funziona come uno “split screen” teatrale: a sinistra, l’attrice – di spalle, dietro una parete traslucida – è impegnata nel lavoro d’orologeria nella fabbrica di Neuchâtel, dove Kristóf trovò impiego dopo la fuga dall’Ungheria nel 1956; a destra, lo spazio audiovisivo moltiplica il suo volto, i ricordi, i pensieri. Il tempo smette così di scorrere in modo lineare e si ingarbuglia, in una rete di ricordi e fantasie: i due piani dialogano incessantemente, restituendo l’immagine di una mente in continuo sdoppiamento tra passato e presente, corpo e memoria, realtà e immaginazione. Ágota/Federica scaglia verso il pubblico, in un racconto rivolto quasi a sé stessa, i frammenti di un passato doloroso servendosi di una narrazione cruda ed essenziale. Dall’esperienza in collegio alla fuga dal proprio Paese, la sua esistenza sembra abitata da due costanti: il dolore e una malattia inguaribile che presto diventa compagna di vita: la lettura. Ágota legge moltissimo e scrive, scrive nella sua lingua madre, l’ungherese, scrive in una lingua inventata perché nessuno possa leggere. «Quando dormo, le frasi mi girano attorno, bisbigliano, prendono ritmo, rima, parlano. Sono poesie? Ce sont des poèmes?». Su questa voce narrativa, puntuale e allo stesso tempo evanescente, Chiara Lagani cuce una drammaturgia polilingue. Il francese, “lingua nemica”, si contrappone all’ungherese materno e all’italiano di traduzione, in un sistema di echi e omissioni che restituisce la frattura linguistica come ferita identitaria. «Questa lingua sta uccidendo la mia lingua materna» dice Kristóf nel testo: e nel suo dire si avverte il peso di un dolore universale, quello di chi, 37SCENE per continuare a esistere, deve imparare a tradursi. La regia di Luigi De Angelis lavora con rigore chirurgico, trasformando la scena in un laboratorio della percezione, dove linguaggio teatrale e linguaggio cinematografico si fondono in una tensione costante tra concretezza e astrazione. Dentro questo spazio di precisione e vertigine si muove Federica Fracassi, che aveva già dato corpo a Kristóf in “Trilogia della città di K.”. L’attrice costruisce un personaggio privo di sentimentalismo, dominato da un autocontrollo che si incrina solo nei momenti di verità più nudi. Il suo corpo risponde al ritmo interno del dispositivo scenico: il ticchettio costante – il disegno sonoro è di Damiano Meacci – diventa il battito stesso della scrittura, il respiro di una lingua che resiste alla perdita. È infatti solo attraverso le sue storie, quelle “menzogne” che l’accompagnano fin da bambina, che la mente di Kristóf riesce a fuggire, a sottrarsi ai limiti del corpo, della guerra e dell’esilio. Inventa, scrive, e nelle parole ritrova frammenti della sua vita: quelli che noi, spettatori, vediamo susseguirsi sullo schermo, come accesso privilegiato alla sua memoria. Vediamo ciò che vede lei, ciò che ricorda, ciò che costruisce con il pensiero, mentre le sue mani restano sempre lì, impegnate a montare un orologio in una giornata di lavoro che sembra non finire mai. E nella serietà impassibile del volto della scrittrice – consumato dal tempo e dalla crudeltà del mondo –, nella sua lingua tagliente e frammentata, vediamo riflesse tutte le forme della resistenza. Non una vita 38SCENE intera ma una sospensione del tempo, una finestra da cui poter sbirciare, per qualche minuto, la vita di un altro, un orologio teatrale che misura la distanza fra parola e identità.
••••••
L’Analfabeta… di Ágota Kristóf, di Giuliano Angeletti | Corriere dello Spettacolo, 18 gennaio 2026
In L’analfabeta, la scena non si limita a evocare Agota Kristof: la interroga, la attraversa, la mette a nudo. Nel cuore di una fabbrica di orologi svizzera ( luogo di precisione, ripetizione, estraneità ) prende forma la condizione di una donna che ha conosciuto l’esilio come frattura irrimediabile e la lingua come territorio da riconquistare. È in questo spazio sospeso, tra il ritmo ossessivo delle macchine e il silenzio di un idioma non suo, che la scrittura diventa per Kristof un gesto di resistenza, un atto di sopravvivenza, una forma di autodeterminazione.
La nuova creazione di Fanny & Alexander, realizzata insieme a Federica Fracassi e prodotta da E Production, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e Teatro Stabile di Bolzano, con la collaborazione di Romaeuropa Festival, AMAT e Comune di San Benedetto del Tronto, non si limita a restituire un ritratto biografico: compone un’indagine sulla materia stessa dell’identità. La drammaturgia di Chiara Lagani, che firma traduzione e adattamento, si muove come un bisturi: incide, scava, porta alla luce ciò che nella vita della scrittrice resta indicibile, ciò che nei suoi romanzi si cela dietro la geometria spietata delle frasi. La regia di Luigi Noah De Angelis, che cura anche scene, luci e video, amplifica questa tensione, trasformando la scena in un laboratorio mentale, un luogo in cui il pensiero si fa immagine, suono, vibrazione.
Federica Fracassi offre una prova d’attrice che non è semplice interpretazione, ma incarnazione. Il suo corpo diventa il campo di battaglia in cui si scontrano lingua e mutismo, ricordo e rimozione, infanzia e maturità. Ogni gesto sembra nascere da una ferita antica; ogni parola pronunciata porta con sé il peso di quelle non dette, non potute dire, non ancora trovate. La sua Kristof non è un fantasma letterario, ma una presenza viva, inquieta, vulnerabile.
L’apparato scenico ( la lente, la microcamera, il banco da lavoro ) non è un espediente tecnologico, ma un dispositivo di svelamento. Ciò che la scrittrice vede, ciò che ricorda, ciò che teme, viene proiettato davanti a noi come un flusso di coscienza visivo. Le luci tagliano lo spazio come fenditure nella memoria; il ticchettio amplificato dell’orologio diventa il battito cardiaco di un’esistenza che ha imparato a misurare il tempo non in secondi, ma in perdite.
In questo paesaggio emotivo, L’analfabeta si rivela un’opera che non celebra Kristof, ma la ascolta. Ne accoglie le contraddizioni, la durezza, la fragilità. È un viaggio dentro una mente che ha trasformato la propria marginalità in una forma radicale di lucidità. Un’esperienza teatrale che non chiede allo spettatore di comprendere, ma di condividere: il peso dell’esilio, la solitudine della lingua, la necessità della scrittura come unico luogo possibile di appartenenza.
••••••
Una metamorfica Fracassi ridà vita alla Kristóf, di Laura Di Corcia | Azione, 8 aprile 2026
Una cortina trasparente e specchiante separa palco e spettatori, come a proteggere ma anche a rendere invalicabile il dolore dell’attrice-personaggio, nell’intensa, multi-sfaccettata messa in scena che ha avuto luogo al Sociale di Bellinzona mercoledì sera, una delle date della tournée che continua a portare in diversi parti di Italia (con tappa anche svizzera, a questo punto) L’analfabeta di Agota Kristóf, spettacolo che la compagnia Fanny & Alexander ha tratto dall’omonimo libro, pubblicato per i tipi Casagrande — un passaggio quasi naturale dopo il notevole lavoro sulla Trilogia della città di K, capolavoro dell’autrice ungherese, che ha registrato un notevole successo nei teatri italiani ed è stato anche insignito del premio Ubu. In scena appare subito una intensa, perfettamente calata nella parte Federica Fracassi, quasi irriconoscibile per la potenza del processo di incarnazione e scavo fatto sul personaggio. Agota veste una tuta di colori tenui, in tessuto grezzo, a segnare le asprezze della sua vita, che emergono anche dal primo piano delle mani, all’opera nella fabbrica di orologi dove era impegnata nella Svizzera francese (si potrebbe scrivere una storia del teatro, ma anche una storia dell’arte, focalizzandosi sulle mani). La sua lingua è il riflesso di un antico e originario spaesamento, che è prima di tutto linguistico, tale per cui già durante l’infanzia il russo era percepito come lingua nemica. Stessa sorte al tedesco e al francese, la lingua inaccessibile della sua parabola adulta e difficile come immigrata, ma anche la lingua con la quale piano piano familiarizzerà e scriverà i testi che l’hanno portata al successo. Il lavoro che Fracassi ha fatto sul personaggio è notevole e presenta una somiglianza con la lingua cruda, netta, tagliente che l’autrice ha utilizzato per esprimere i processi di identificazione, disidentificazione, straniamento che caratterizzano le vittime di violenza. E una lingua del trauma quella che troviamo fra le pagine di Kristóf, nei personaggi di Lucas e Klaus, e quella che vediamo in scena, grazie alla mediazione di Chiara Lagani che ha curato il testo e di Luigi de Angelis che si è occupato della regia — perturbante e straniante — della scenografia e delle luci; una lingua che taglia i nessi logici, che fa passaggi veloci, bruschi, che dice in modo secco e torna al silenzio. L’impegno dell’attrice è stato quindi tutto in direzione della sottrazione e il risultato è che mimare l’accento straniero non sfocia nel macchiettistico — il rischio c’era eccome. Tutto questo sarebbe oltretutto potuto sfociare in una presa eccessivamente fredda, invece il risultato è vibrante. Fracassi non è solo Agota, ma anche il maestro, la madre, il fratellino, e tutti gli altri personaggi che man mano appaiono sul libro e sullo schermo/tela posto sul lato sinistro del palco, in un dialogo ambiguo e costante sull’identità, sulla domanda «chi sono?» che sostanzia la ricerca di Kristóf e che viene rimessa in scena a teatro, in chiave (anche, non solo) meta-teatrale. La metamorfosi, o meglio, la capacità di andare a cercare dentro sé stessi tutti i personaggi, è bagaglio fondamentale per un attore e qui Fracassi si dimostra interprete davvero di solida esperienza e di grande talento. Si esce da questo spettacolo portandosi appresso frammenti e punti-luce, insieme al volto dell’attrice costantemente cangiante sulla tela su cui vengono proiettati i primi piani, una galleria di ritratti che si alternano e si sovrappongono. Uno specchio in cui cercare, forse trovare, le radici di chi siamo e non siamo, i mille personaggi che ci abitano, le proiezioni per cui l’altro/a è me, l’ambiguità fra gioia e dolore, il modo in cui il trauma elude continuamente (tornandoci sempre)