fanny and alexander | SE QUESTO È LEVI
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SE QUESTO È LEVI

performance/reading itinerante sull’opera di Primo Levi

Premio Speciale Ubu 2019

Premio Ubu 2019 Miglior Attore o Perfomer under 35 ad Andrea Argentieri

 


con Andrea Argentieri | regia Luigi De Angelis | drammaturgia Chiara Lagani | produzione E/Fanny&Alexander


 

1. Se questo è un uomo – durata 35’
2. Il sistema periodico – durata 40’
3. I sommersi e i salvati – durata 40’

 

A partire dai documenti audio e video delle teche Rai, Andrea Argentieri veste i panni dello scrittore Primo Levi, assumendone la voce, le gestualità, le posture, i toni, i discorsi in prima persona. È un incontro a tu per tu, in cui lo scrittore, a partire dal vincolo di verità che lo ha ispirato nelle sue opere, testimonia la sua esperienza nei lager con una tecnica di testimonianza lucidissima, di scrematura della memoria, con la trasparenza di uno sguardo capace di esprimere l’indicibile a partire dal perimetro apparentemente sereno della ragione.

Tre luoghi simbolici sono stati individuati in cui incontrare lo scrittore: uno studio privato, un’aula magna e la sala di un consiglio Comunale. Ognuno di questi tre luoghi esprime una domanda diversa in relazione a tre differenti opere di Levi: “Se questo è un uomo”, “Il sistema periodico”, “I sommersi e i salvati”. Il rapporto più intimo tra Levi e la scrittura, la necessità vitale della testimonianza, il rapporto col padre e la famiglia, la sua appartenenza alla cultura ebraica; la relazione di una vita tra chimica e scrittura, la dignità del lavoro e la funzione comunitaria della letteratura, la necessità pubblica di un racconto che possegga la trasparenza scientifica di un processo chimico; il tema del giudizio, l’interrogazione sulla necessità della sospensione dell’odio a favore di una curiosità analitica entomologica.

Grazie alla tecnica del remote acting, dell’eterodirezione, Andrea Argentieri compone un ritratto dello scrittore che si basa sulla vertigine di una domanda: quanto questa testimonianza è ancora urticante e capace di parlarci tramite la sensibilità di un attore che si lascia attraversare dai materiali originali a noi rimasti di quello scrittore? Può l’epifania di una voce, di un corpo-anima, imprimendosi nel corpo di un attore molto più giovane del modello-impronta che persegue, far sgorgare in maniera ancora più cogente la potenza e la necessità della sua testimonianza?

Se questo è Levi è un ritratto d’attore. È il tentativo di concretizzare l’esperienza del resoconto, a tu per tu con lo scrittore.

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L’ossessione del super realismo

Primo Levi, nel suo libro I sommersi e i salvati, a proposito della traduzione in tedesco di Se questo è un uomo, parla di un tentativo quasi ossessivo di super-realismo, in cui vuole che la traduzione sia una specie di magnetofono diretto dell’esperienza, una specie di retrovisione alla lingua o restauro a posteriori… Questa ossessione è stata il motore propulsivo del progetto Se questo è Levi e la sua linea guida. Mettere un interprete, un attore nella condizione di essere attraversato dalla voce registrata di un’altra vita, di vestirne la voce come una pelle, di fare un bagno animico in essa, facendosi imbevere, come una matassa di lana che si imbeve di acqua. Dentro la voce di uno scrittore dalla personalità poliedrica come quella di Primo Levi si annida un mondo ricchissimo, fatto di emozioni, trattenute o rilasciate, si intravede in essa una complessa filigrana; nella grana della voce sono nascosti i traumi dell’esperienza, ma soprattutto scaturisce tutta la forza del carattere, della ragione, della missione. In Se questo è Levi l’interprete non legge, ma è “letto” da una voce straniera che lo attraversa, fa reagire in sé – come in un processo chimico – il materiale sonoro che gli viene proposto tramite un auricolare, che lui restituisce all’istante, avendo studiato la prossemica dello scrittore, le sue espressioni facciali, le sue emozioni interiori e esteriori, avendo fatto abitare in lui quell’altra vita, quell’altra pelle animica, tramite un bagno sonoro. È una forma di mimetismo per vicinanza, in cui bisogna saper fare spazio, accogliere, cercare le somiglianze interiori, le corrispondenze col proprio vissuto, rispettare, riverberare; è una forma di osservazione meditativa, in cui non bisogna avere tentazioni volitive, affermative, ma piuttosto bisogna sapere captare, farsi antenna, intercettare, farsi attraversare, lasciar fluire. Come fa notare Marco Belpoliti in Primo Levi di fronte e di profilo, si avverte nella scrittura di Levi la forza dell’oralità, come se Levi fosse prima di tutto uno scrittore orale che scrittore di penna. Si risente nella scrittura la sua necessità di testimonianza, come se i suoi testi fossero stati prima “testati” in un viaggio in treno, in casa, in delle conferenze, davanti alle varie comunità di uditori che gli capitava di incontrare e a cui mai si sottraeva… E viceversa le sue interviste radiofoniche o televisive sono incredibilmente lucide, sembrano scritte nel momento in cui vengono enunciate, c’è una continuità tra l’oralità e la scrittura nelle due direzioni. Per questo abbiamo scelto di non mettere in scena le opere letterarie di Primo Levi, a parte alcuni passi dal Sistema Periodico, ma abbiamo preferito sostare nella travolgente forza della sua lingua orale, da cui scaturiscono concetti vivissimi che sembrano pronunciati per la prima volta nell’istante stesso in cui vengono enunciati dall’interprete, facendo sì che sembrano parole di oggi, delle frecce acuminate, delle risposte politiche alla zona grigia di questi tempi.

Luigi De Angelis

TOUR

 

28 gennaio 2018 | Bologna, La Via Zamboni per La Giornata della Memoria 2018
10-13 ottobre 2018 | Ravenna, Fèsta018
9-10 marzo 2019 | Carpi (MO), Vie Festival
29 giugno 2019 | San Gimignano (SI), Nottilucenti
30/31 luglio 2019 | Rimini, Le Città Visibili
9/10/11 agosto 2019 | Albenga (SV), Terreni Creativi Festival
6/7 settembre 2019 | Mantova, Festival della Letteratura
20 ottobre 2019 | Massafra (TA), Teatro delle Forche
22-24 novembre 2019 | Roma, Teatro Argentina
17 dicembre 2019 | Zurigo, Politecnico Federale
23 gennaio 2020 | Casalecchio di Reno (BO), Teatro Comunale Laura Betti (matinée)
24 gennaio 2020 | Modena, Istituto Storico della Resistenza
26 gennaio 2020 | Reggio Emilia, Sala degli Specchi del Teatro Valli
27 gennaio 2020 | Bologna, Aula del Consiglio Comunale
19/27 gennaio 2020 | Bologna, Museo Ebraico, (AD ORA INCERTA)
1 febbraio 2020 | Valdagno (VI), Biblioteca e Aula del Consiglio Comunale
7-9 febbraio 2020 | Cremona, Teatro A. Ponchielli
16/23 febbraio 2020 | Bentivoglio (BO), Castello – Istituto Ramazzini

 

FOTO

 

[fotografie di Enrico Fedrigoli]

 

RASSEGNA STAMPA

 

Caris Ienco, Ieri come oggi e come domani?
Giuseppe Marinaro, Se questo è Primo Levi. In scena la memoria urgente e i nuovi fascismi
Francesco Pace, Primo Levi rievocato a Santarcangelo Festival
Nicola Arrigoni, Se questo è Levi
Daniela Garutti, Nel corpo di Primo Levi
Viviana Raciti, Abitare la voce. Se questo è Levi. Intervista a Luigi De Angelis e Andrea Argentieri
Laura Novelli, Fanny & Alexander al confronto con la Storia: maratona teatrale dentro la voce di Primo Levi
Michele Pascarella, Primo Levi secondo Fanny & Alexander: l’autore, il testimone, l’uomo
Maria Dolores Pesce, Se questo è Levi di Fanny & Alexander
Renato Palazzi, Primo Levi emerso da terreni fertili
Alfredo Sgarlato, Un’autentica ovazione saluta il protagonista di Se questo è Levi
Maddalena Giovannelli, Se questo è Levi
Massimo Marino, Un rito per Primo Levi
Federica Angelini, Tutta l’attualità (e la necessità) di Primo Levi nello spettacolo dei Fanny&Alexander
Iacopo Gardelli, Abitare Primo Levi: l’evocazione – iperrealistica – del caro estinto di Fanny & Alexander
Damiano Pellegrino, Di fronte alle parole di Levi. La memoria e il teatro a Bologna con Fanny & Alexander

 


 

Ieri come oggi e come domani?, di Caris Ienco / Persinsala / 17 ottobre 2020

Cosa accadrebbe se, dopo molti anni, tornasse tra noi una personalità storica e potessimo farle delle domande? Non accade proprio questo ma qualcosa di molto simile in Se questo è Levi, dei Fanny & Alexander – spettacolo pluripremiato nel 2019, presentato all’interno della rassegna Materia Prima nel Chiostro Grande di Santa Maria Novella.

 Seduti in due file, come a una sfilata di Pitti Uomo, aspettiamo fiduciosi il performer che si presenti di fronte a noi. Nel frattempo consultiamo una lista di domande. Una voce ci istruisce sul comportamento che deve seguire lo spettatore e, poco dopo, entra l’attore, Andrea Argentieri. Ha l’aspetto di Primo Levi, il chimico/scrittore piemontese reduce dalla prigionia di Auschwitz.

Inizia lo spettacolo, inizia la performance!

Si principia con la riproposizione di un’intervista a Primo Levi, tratta da alcuni filmati delle teche Rai – alcuni dei quali facilmente reperibili anche su YouTube. In scena, però, manca l’intervistatore perché siamo noi spettatori a dover vestire i suoi panni. Sarà il pubblico a dare ordine e ritmo alla scena. C’è un copione scritto ma scomponibile e ricomponibile, a seconda della sensibilità del pubblico presente – e grazie a questo gioco teatrale si rielabora la famosa intervista.

Nel corso dello spettacolo si parla della deportazione di Levi, della cattiveria umana, ma anche del mestiere di chimico. Il personaggio storico è lì presente, tutto per noi. L’interprete ‘diventa’ l’intervistato grazie alla recitazione da remoto, eterodirezionale – come è definita dai membri dei Fanny & Alexander. In parole povere, l’attore è ‘attraversato’ da un audio che gli suggerisce le risposte corrette – quelle vere e autentiche. Argentieri non esiste più, è Primo Levi, letteralmente, in ogni sua parola oltre che atteggiamento. Non c’è un’interpretazione libera, e tanto meno didascalica, bensì una riproposta di quel modello, dello scrittore piemontese. Si cerca di rimanere fedeli all’idea che in Sommersi e Salvati Primo Levi vorrebbe dare, ovvero quella di un super realismo. Fare in modo di non risparmiare alcun dettaglio della sua realtà. L’unica libertà che si può accettare è costituita dall’ordine delle domande e dal ritmo.

Qualche spettatore tenta di debordare – perché intende provocare, o perché curioso o, ancora, perché non ha compreso le ‘regole del gioco’ e azzarda domande fuori copione, alle quali, giustamente, l’attore non può e non deve rispondere dato che sarebbe un tradimento. Le risposte sono autentiche e mai libere. E questo attrae e diverte il pubblico, oltre che emozionarlo. È difficile, infatti, non emozionarsi di fronte a quella personalità così forte e debole allo stesso tempo che, a dispetto dei sospetti sulle circostanze della sua morte, possiede una vitalità, un’energia, una forza di andare avanti senza, però, buttarsi mai niente alle spalle. Si toccano argomenti storici ma anche molto contemporanei. Sarebbe interessante poter vedere le differenze, o le somiglianze, tra diverse repliche. Quelli sviscerati non sono solamente curiosità o fatti di un passato ancora terribilmente pungente, bensì riflessioni sull’umano che colpiscono – ieri come oggi. Si discute di prigionia, ma si toccano anche temi quali la scrittura nel suo significato più profondo, la voglia di vivere ma anche di non staccarsi dal passato, il dovere della memoria ma nel contempo il concetto di memoria: una memoria vista come dovere ma di cui stare attenti poiché la stessa è degradabile, fallace e, d’altra parte, un ricordo troppo evocato rischia di cristallizzarsi. Salta agli occhi il confronto generazionale: tra i giovani presenti, costretti a determinate regole dal Covid-19 ma forse più liberi da fittizi costrutti materiali ed economici, e un mondo in cui la miseria faceva paura ma non abbastanza da fermare le unioni o la volontà di stare insieme. Salta agli occhi anche la presenza della generazione più fresca, quella dei bambini. Lo spettatore che ha posto più domande fa proprio parte di quest’ultima fascia d’età.

 

Se questo è Primo Levi. In scena la memoria urgente e i nuovi fascismi, di Giuseppe Marinaro / AGI. Agenzia Italia / 12 ottobre 2020

 “Prigioniero 174517. Sono vivo!”. Primo Levi incende nella notte piovosa di Palermo. Sotto i portici di Villa Filippina, divenuti teatro improvvisato, sostituti di un cielo reso nero da nubi cariche d’acqua. L’imprevisto ha reso forse più forte l’impatto con il chimico-scrittore interpretato dal giovane e intenso Andrea Argentieri che ha percorso per tutta la rappresentazione, avanti e indietro, il lungo ‘corridoio umano’ degli spettatori sistemati ai lati.

Spettatori parte della scena, giornalisti per una sera, chiamati a porre domande pescate casualmente da un elenco fra quelle a cui l’autore di “Se questo è un uomo” ha risposto nella sue interviste custodite soprattutto negli archivi Rai. Domande e risposte riproposte fedelmente. L’effetto è di ritrovarsi dentro la continuità di un tempo ancora vitale, che non ha perso mordente perché si nutre di un’attualità che inquieta.

Argentieri, nell’opera “Se questo è Levi” diretta da Luigi De Angelis e realizzata da Fanny & Alexander, a partire dai documenti audio e video, veste i panni dello scrittore, assumendone la voce, la gestualità, le posture, i discorsi in prima persona. E’ l’esperienza del resoconto vissuta a tu per tu con Primo Levi che, spiegano gli autori, a partire dal vincolo di verità che lo ha ispirato nelle sue opere, riporta la sua condizione di deportato ad Auschwitz con una tecnica di testimonianza lucidissima, di essenzialità della memoria, capace di esprimere l’indicibile.

Un microfono viaggia da un punto all’altro, laddove qualcuno intenda dare voce ai quesiti che, insieme alle risposte, impongono l’attualità, la potenza e la necessità di una testimonianza, quella di Levi. E non solo.

“Lei pensa che siano ancora possibili le atrocità dei lager?”. Levi-Argentieri tiene per tutto il tempo un registro pacato, a volte leggero, qua e là punteggiato persino da ironia, quasi a volere tenere a bada un mostro vorace che divora l’anima; e a volere impedire che l’orrore possa neutralizzare l’urgenza di una missione, quella della memoria che ha bisogno per essere custodita e trasmessa di lucida e spietata ragione.

A quella domanda lo scrittore risponde evocando “i nuovi fascismi”, il pensiero ancora resistente di una umanità diseguale, dove la differenza alimenta la distanza, la non accettazione, il respingimento, la ghettizzazione. “Dove questo verbo attecchisce – avverte – alla fine c’è il lager”.

E allora, è l’altra domanda che scatta: che cos’è la memoria? “La memoria è un dovere. Per tutti gli uomini”, soprattutto per chi è scampato ai lager: “Si mancherebbe al dovere di trasmettere quello che si è vissuto. Avviene una lenta degradazione del ricordo. Chi è stato ferito tende a rimuoverlo; chi ha ferito tende ad affossarlo” per mitigarne la portata.

Ma “l’offesa è insanabile e si riproduce nel tempo”, infliggendo una pena perpetua. Eppure, ha risposto ancora, Primo Levi ci ha provato: “Sentivamo il bisogno di buttarci alle spalle il passato e cominciare di nuovo”.

Ma lui era “tre cose simultaneamente: “Fidanzato, chimico e un libro. ‘Se questo è un uomo nasce’ dall’esigenza di lasciare una traccia”. La sua voglia di scrivere, di raccontare – è stato un altro quesito posto – che peso ha avuto nel ricominciare a vivere? “Sono tornato, sono sopravvissuto per lo scopo di scrivere. Ho cominciato a farlo nel lager, di nascosto, perché non si poteva scrivere e chi lo faceva veniva accusato di spionaggio. Ma la sensazione che ho è che io sia sopravvissuto per questo, per raccontare quello che ho vissuto”.

La tentazione e la manovra negazioniste, infatti, sono sempre in agguato. Le cose che lei racconta sono realmente accadute? “Direi proprio di sì”, è la risposta paziente di Primo Levi. “Alberga spesso la sensazione che tutto questo non sia accaduto, che sia un romanzo. Allora devi chiamare qualcuno per confermare e questi lo fa… Sì, sono cose veramente accadute!”.

E “il fascismo di oggi è a un passo dal diventare quello di ieri, accade ogni volta che avviene la consacrazione del privilegio e della disuguaglianza”. Il lager, in fondo, “è il fascismo integrato, completato, il suo coronamento”. “Prigioniero 174517. Sono vivo. Per un scopo, parlare e portare testimonianza”

 

Primo Levi rievocato a Santarcangelo Festival, di Francesco Pace / Il Corriere dello Spettacolo / 18 luglio 2020

 A Santarcangelo Festival ritorna la Compagnia ravennate Fanny & Alexander: o meglio – come loro stessi si definiscono – la “bottega d’arte” Fanny & Alexander. Già, perché i loro spettacoli, sono “creati” e “prodotti” per il teatro allo stesso modo di come un nobile artigiano fa con i suoi artefatti o gli artisti di bottega facevano con le loro opere d’arte. Lo spettacolo “I sommersi e i salvati” è il frutto di una di queste creazioni, la terza per la precisione, di una trilogia dedicata a Primo Levi (chiamata “Se questo è Levi”, appunto) scrittore, chimico, internato nel campo di concentramento di Auschwitz. Il titolo si rifà appunto all’ultima opera dell’autore torinese, del 1986, in cui viene affrontato il tema della memoria, “strumento meraviglioso, ma fallace”.
La sala consiliare di Santarcangelo di Romagna fa da sfondo a questo interessante racconto/colloquio che Primo Levi (interpretato da un eccellente Andrea Argentieri, già vincitore del Premio Ubu 2019) tiene dinanzi al pubblico: la sua vita, il rapporto con la famiglia, la sua fede ebraica; un mettersi completamente a nudo, ancora una volta, a distanza di più di 70 anni dall’orrore. Il pubblico è parte integrante della rappresentazione, è il motore dell’azione. Ognuno può porgere una domanda a Primo Levi (ricavate da un elenco appositamente distribuito prima dello spettacolo) il quale risponde ed argomenta le sue tesi.
La drammaturgia – e quindi le risposte di Primo Levi – è di Chiara Lagani la quale trae spunto dai documenti audio e video delle Teche Rai e di diversi discorsi che Primo Levi intratteneva con gli studenti durante le sue numerose visite presso gli Istituti Scolastici: in realtà, grazie alla tecnica dell’eterodirezione e del remote acting, Andrea Argenteri assume la postura, la voce e la gestualità di Primo Levi tanto che le parole, i movimenti e i racconti sembrano un libero fluire del pensiero dell’ attore/Levi.

La regia, firmata Luigi De Angelis, ha voluto, in maniera superba e oltremodo riuscita, rievocare lo spirito di Levi cercando di rispondere alla domanda “Può l’epifania di una voce, di un corpo-anima, imprimendosi nel corpo di un attore molto più giovane del modello-impronta che persegue, far sgorgare ancora la potenza e la necessità della sua testimonianza?”. In questo senso ha focalizzato il suo lavoro ponendo la storia di Levi quasi in un non-luogo cosicché la sua storia potesse essere più autentica possibile, spogliandola di qualsiasi logica legata al “teatro tradizionale” (e cioè scene, costumi particolari). In questo senso ancora un plauso ad Andrea Argentieri che ha fatto proprie – in maniera molto naturale – le parole e la gestualità di Levi confrontandosi con l’imprevedibilità dell’azione e del pubblico.
Non è mai facile portare questi temi e la storia di queste personalità a teatro: “I sommersi e i salvati” riesce nell’intento di rendere questi argomenti così lontani ancora più attuali ponendo al centro il pubblico che – mai come oggi – vuole sentirsi parte della scena.

 

Se questo è Levi, di Nicola Arrigoni / Sipario.it / 12 febbraio 2020

 «Primo Levi, nel suo libro I sommersi e i salvati, a proposito della traduzione in tedesco di Se questo è un uomo, parla di un tentativo quasi ossessivo di super – realismo, in cui vuole che la traduzione sia una specie di magnetofono diretto dell’esperienza, una specie di retrovisione alla lingua o restauro a posteriori». Questa ossessione è stata il motore propulsivo del progetto Se questo è Levi e la sua linea guida»: scrive Luigi De Angelis nelle note di regia a Se questo è Levi, un percorso in tre tappe dedicate all’autore di Se questo è un uomo. Il regista ha recuperato materiali audio e video dalla Teche Rai e da Youtube: interviste allo scrittore e ha costruito una drammaturgia sonora, affidando questi materiali alla sensibilità di Andrea Argentieri, attore under 35nne vincitore del Premio Ubu, che ha dato carne alla voce e alle parole dello scrittore attraverso la tecnica del remote acting, dell’eterodirezione. È questa una cifra stilistica e di ricerca che caratterizza l’azione estetica di Fanny & Alexander – si veda anche la messinscena de L’amica geniale – ma qui va oltre, con Levi il passaggio è ulteriore, è proiettato verso un mimetismo etico ed estetico in cui la distanza dell’interprete e la prossimità dalla materia interpretata entrano in sintomatico cortocircuito con lo spazio. Il termine chiave è quel ‘super-realismo’ preso in prestito da Levi che lancia la sfida a De Angelis. Nel viaggio all’interno del pensiero di Primo Levi il regista di Fanny & Alexander cerca tre luoghi: uno studio in cui ricostruire lo spazio di scrittura intima e privata di Levi per la prima parte, Se questo è un uomo, un’aula scientifica in cui ambientare la lezione de Il sistema periodico e un luogo pubblico: una piazza, piuttosto che un consiglio comunale dove inscenare una sorta di intervista collettivo allo scrittore de I sommersi e i salvati. La fruizione può essere fatta in serate differenti o in un’unica occasione per un’immersione totale in quello che si caratterizza come incontro. Nel riferire dell’operazione di Se questo è Levi pare dunque opportuno affermare il dove e il quando. Paradossalmente e in maniera emblematica si è visto Se questo è Levi all’interno di diversi spazi del teatro Ponchielli di Cremona. Un tradimento rispetto all’originale? Forse. Certo il teatro è a suo modo spazio pubblico, luogo che rappresenta la comunità. Se questo è Levi ha così trovato nei luoghi non deputati del teatro: il foyer, l’ampio palcoscenico del Ponchielli trasformato in aula scientifica e spazio assembleare la metafora di quei luoghi iper-realistici cercati da De Angelis e che nella replica cremonese si sono offerti come assoluti, facendo della performance di Argentieri un interrogare la collettività al di là del tempo e della storia. Ma per fare questo è stato inizialmente necessario creare l’incontro, far risorgere lo scrittore torinese, incarnato da un somigliantissimo Andrea Argentieri che è mimetico ma non imita Primo levi.

Se questo è un uomo – Così in Se questo è un uomo il pubblico – cinquanta spettatori alla volta – si accomoda nella saletta rosa del Ridotto del Ponchielli. Una scrivania, una macchina per scrivere, alcune penne, a fianco una libreria. È lo studio di Primo Levi. Quello che accade è un incontro con Levi, con il suo pensiero, la riflessione sulla morte, l’esperienza dei lager, il suo ruolo di intellettuale. Andrea Argentieri – a cui arriva la voce di Levi tramite auricolari quasi invisibili – non imita, ma è, non finge, ma vive il pensiero, la voce di Levi e con lui si ha la sensazione di avere un incontro reale con lo scrittore, intervistato a un anno e mezzo dal suo suicidio nella casa di famiglia di Torino, 11 aprile 1987. Argentieri sembra essere quasi in trance, si esprime e si muove con una precisione matematica, sistemica, proprio in ottemperanza a quella sistematicità dello scienziato e del tecnico che Levi mette in atto nella sua testimonianza di intellettuale e sopravvissuto dai lager. Non c’è un tono fuori posto, non una sbavatura né nella mimica, né nella voce. Eppure per il pubblico che è lì attaccato non c’è finzione, non c’è distanza interpretativa: siamo al cospetto di Levi, ci si dimentica – anche per la prossimità e la somiglianza – che lo scrittore è morto, l’autore de I sommersi e i salvati è magicamente lì in mezzo a noi, dialoga con noi, ci si ritrova ad ascoltarlo, noi stessi in trance. Finzione e realtà sono un tutt’uno perché quello che fa Andrea Argentieri è incarnare la parola, meglio la voce di Levi, dà corpo al suo pensiero e lo fa con una efficacia mostruosa che lascia a bocca aperta.

Il sistema periodico – Per la seconda tappa di Se questo è Levi: Il sistema periodico il palcoscenico del Ponchielli è trasformato in un laboratorio di chimica. Dei grandi tavoloni, sul sipario tagliafuoco la scritta Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi), alcune formule e la tavola degli elementi. Una lavagna e un banco da lavoro con alambicchi e provette completano l’ambientazione. È questo il contesto della seconda parte del viaggio di Se questo è Levi: Il sistema periodico. Andrea Argentieri veste un camice bianco da laboratorio e si aggira fra i banchi, cercando il contatto con il pubblico, rivolgendosi agli spettatori. Levi chimico e Levi scrittore, Levi che fa della chimica una professione e Levi che vede nella scrittura un non lavoro, da compiere nelle ore notturne, in vacanza, ma non per questo meno impegnativo. Argentieri stupisce nuovamente per la sua intensità attoriale, per quel suo dire rotondo, caldo, controllato eppure naturale: si direbbe naturalmente artificioso. Quanto arriva dalla consolle registica di Luigi De Angelis agli auricolari di Argentieri si trasmette al pubblico con un calore vocale e fonico coinvolgente che si raffredda quando Levi si concede alla lettura di alcuni brani de Il sistema periodico. Testimonianza di Levi scrittore nelle interviste delle Teche Rai e pagina scritta si affiancano, si intrecciano per costruire una riflessione che lega chimica e scrittura.  Sublimare, raffinare, distillare — tutti processi chimici — diventano metafore di pensiero che Argentieri offre, distilla appunto, all’attenzione degli spettatori chiamati in causa, interrogati da un attore che si muove come se fosse mosso. A differenza della prima parte nello studio dello scrittore, alias la Sala Rosa del Ridotto, in cui la prossimità si faceva fisica, l’ampiezza del palcoscenico cambia le dinamiche, offre un Levi più ufficiale, non cattedrattico, ma senza dubbio impegnato a giocare la distanza dello scienziato che indaga, studia, razionalizza. Ma la ragione cessa, è in crisi quando si tratta di raccontare il lager, di raccontare perché quella scritta suonasse ironica, di raccontare come il lavoro non rendesse liberi, ma salvasse. Forse.
I sommersi e salvati – «Si può ottenere secondo lei l’annullamento dell’umanità dell’uomo?» è una delle domande del questionario che gli spettatori hanno ricevuto per interrogare/intervistare Primo Levi, nell’ultima tranche di Se questo è Levi. Il pubblico disposto sui tre lati di un quadrato ha fatto domande a Levi/Andrea Argentieri, un’intervista collettiva all’autore de I sommersi e i salvati. La prima domanda è stata posta da un bambino, una scelta – si crede – istintiva, ma non casuale. Il giovane intervistatore ha scelto uno dei quesiti – l’ultimo della lista – slegato dall’orrore cronachistico e memoriale dell’esperienza del lager e sbilanciato sull’universale della disumanità. E in questo sta il valore vero dell’esperienza di Se questo è Levi. Nelle risposte di Levi – di volta in volta selezionate da Luigi De Angelis e inviate negli auricolari ad Andrea Argentieri – c’è al di là del racconto dell’esperienza del deportato, una attualità che brucia quando si parla di cristallizzazione della memoria, di scrittura come testimonianza, o del pericolo immanente che l’esperienza dei lager si riproponga. Immediatamente vengono in mente i lager libici, la tratta dei migranti… eppure quanto dice Levi risale a trent’anni fa. Anche in questo sta la forza di questo Levi mimetico, incalzato dalle domande del pubblico che sta al gioco, nella costruzione di un dialogo/interrogante che ci accomuna in una riflessione storica destinata a incarnarsi nell’attualità e perché no nel corpo dell’attore. Quanto questo lavoro sarebbe piaciuto – in tutta la sua didattica – a Mario Apollonio e alla sua Storia dottrina e prassi del coro! Grazie a Fanny & Alexander Primo Levi è tornato ad essere nostro prossimo, si è fatto corpo interrogato e interrogante. Le parole dell’autore de I sommersi e i salvati sollecitate dalle domande dette dal pubblico – come i titoli di una playlist della testimonianza – hanno assunto un significato di inattesa attualità. Da qui la scelta del bambino di quella prima domanda (l’ultima dell’elenco), libera dalla storia e proiettata nell’universale che interroga il particolare. Se questo è Levi di De Angelis e Argenteri regala la capacità non comune di sublimare la realtà in un iperrealismo che nella sua manicale precisione di restituzione dell’originale si fa simbolico, ovvero segno che tutto comprende e che ci interroga, questo complice la tecnica. Techné in greco vuol dire arte. Luigi De Angelis attraverso la tecnica – le registrazioni audio, la trasmissione della voce ad Argentieri e la sua traduzione corporea nella gestione della vocalità da parte dell’attore – ha realizzato una sorta di resurrezione del pensiero di Levi, di incarnazione della parola e della voce, nel segno di un mimetismo reale, maniacale nel suo realismo, ma che alla fine trionfa di un’astrazione che interroga tutti al di là del tempo e al di là della storia e forse, perfino, al di là del bene e del male.

 

Nel corpo di Primo Levi, di Daniela Garutti / Istituto Storico Modena / 27 gennaio 2020

 Più che di fronte ad un attore che veste i panni di Primo Levi, in “Se questo è Levi” sembra di essere al cospetto di un corpo, quello del bravissimo Andrea Argentieri, riempito ed animato dalle parole, dai gesti, perfino dall’accento torinese dell’uomo Levi.

In un viaggio metaforico e reale dall’interno all’esterno, dall’intimità di uno studio alla massima esposizione di una sala consiliare, quella del Comune di Modena, lo spettatore è testimone dell’autobiografia dello scrittore, che si svolge per risposte a domande fuori campo, lettura di brani dell’opera di Levi, narrazione e, in ultimo, domande dal pubblico.

L’esperienza del lager, il bisogno-dovere della testimonianza, il lavoro di chimico e quello di scrittore, lo studio e la lingua, la religione, la riflessione sul passato e sul presente, tutto il pensiero e le vite di Levi si svolgono in tre tappe: uno studio allestito nella sala Crespellani dei Musei Civici, dove lo scrittore alla sua scrivania risponde a una voce che lo interroga sui temi della famiglia, della fede, della deportazione, delle questioni in Se questo è un uomo; un’aula universitaria nel complesso di Sant’Eufemia, dove Levi nei panni di chimico e docente parla al pubblico, seduto nei banchi, dello stretto legame tra chimica e scrittura, di comunicazione e traduzione, delle sue esperienze ‘marginali’ di lavoro, il lager e la “trasmutazione della materia”, anche attraverso brani da Il sistema periodico; infine la sala del Consiglio comunale nel cuore della città, dove gli spettatori occupano i seggi e liberamente rivolgono al Levi-testimone, al centro dell’aula, le 22 domande stampate in un foglio consegnato a ciascuno, nella ripetizione dell’esercizio della testimonianza a cui Levi si dedicò per anni, portandola a compimento nell’opera I sommersi e i salvati.

La fusione tra attore e personaggio interpretato è tale che nel corso della performance si ha l’impressione, sempre più inquietante, di trovarsi al cospetto dello stesso Primo Levi, in un fast-reverse che ci riporta indietro di cinquant’anni nella suggestione super-reale di ascoltare dal vivo un sopravvissuto al lager ancora ‘giovane’ e nel pieno della sua riflessione. Inoltre la tecnica del remote acting, dove per tutto lo spettacolo l’attore riceve indicazioni in diretta via auricolari dalla regia, quella di Luigi De Angelis, amplifica ulteriormente l’umanità e l’apparente spontaneità dell’azione e della voce dell’interprete, a favore di un realismo che di nuovo fa interrogare sulle possibilità di trasmissione/traduzione della memoria della deportazione nell’epoca della scomparsa del testimone.

 

Abitare la voce. Se questo è Levi. Intervista al regista Luigi De Angelis e all’attore Andrea Argentieri, che hanno appena ricevuto due Ubu per il Progetto speciale e Attore under 35 sul progetto in tre tappe di Fanny & Alexander Se questo è Levi, di Viviana Raciti / Teatro e Critica / 17 dicembre 2019

 “Ma sembra proprio lui…”. Così si sente dire dalla platea; più volte. L’aderenza al modello, la capacità di farsi strumento, amplificatore di voci, espressioni, memorie, quel sembrare non io ma altro: Andrea Argentieri assume su di sé la performatività implicita di Primo Levi in questo progetto tripartito di Fanny e Alexander, diretto da Luigi De Angelis per la drammaturgia di Chiara Lagani. Ma lui, l’oggetto, non è personaggio di finzione letteraria, fosse anche ritagliata su una base storicamente comprovata. Il Levi cui si fa costantemente, senza scampo, riferimento, è quella fisicità composta e quella voce appena riscaldata dall’inflessione dialettale, è quel tono pacato, razionale, riflessivo, mai deturpato dall’odio. È, sì, il Levi testimone, il Levi scrittore, il chimico. Ma è soprattutto il Levi oratore, la cui scrittura, racconta Luigi De Angelis «deriva fortemente dall’oralità», da quel bisogno di raccontare, di non rinchiudersi e di passare la testimonianza, come attestava ne La tregua, all’interno del quale Levi ricorda che fin dal viaggio interminabile di ritorno sentiva il bisogno di parlare e di condividere quanto gli fosse accaduto con chiunque gli capitasse a tiro.

La concezione site specific di Se questo è Levi originariamente pensata per tre luoghi idealmente correlati alla sua biografia, cede il passo ad altri luoghi, che in una certa misura riescono a evocare quelle dimensioni relazionali: l’ambiente più raccolto, quasi casalingo della prima tappa (che a Roma aveva trovato sede nel foyer del Valle), quello da conferenza nel secondo (un’algida e moderna sala presso Palazzo Mattei) e infine il più inquisitorio per il terzo (una meravigliosa sala lettura della Biblioteca Angelica). A ciascuno di essi corrispondono anche diverse fonti, come si diceva prima, facendo quasi più riferimento a quelle non direttamente letterarie: interviste (come quella con Carlo Gozzi, del 1985, restituita nella prima parte, Se questo è un uomo), documentari (l’ultimo atto, Sommersi e i salvati, è creato a partire da una sorta di interrogatorio portato avanti da una classe di ragazzi di Pesaro cui Levi si offrì, il cui filmato adesso è su You Tube). Poi è chiaro che non è affatto assente l’opera di Levi, per cui, ad esempio, nella seconda parte dal titolo Il sistema periodico, sono presenti alcuni brani dal libro omonimo.

Dicevamo “non direttamente” perché anche il parlato più spontaneo dell’autore presenta una sua struttura riconoscibile e costante, tanto quanto la forma scritta doveva a sua volta recuperare le dimensioni dell’oralità. A proposito di questi passaggi da un medium all’altro, è proprio Levi, ricorda De Angelis, a sottolineare la necessità di non tradire la forma originaria dell’opera, di non modificare «l’urgenza della testimonianza», in favore di quel cosiddetto «super-realismo». Ad esempio, ripercorrendo la corrispondenza con il suo traduttore tedesco alla fine de sommersi e i salvati, Levi dichiarava come, soprattutto per Se questo è un uomo, avrebbe voluto intendere quello che per lui era comunque un compromesso – la traduzione – come «una forma di magnetofono della mia esperienza», in grado di recuperare nella parola scritta registrando esattamente grana, qualità ed esatta corrispondenza di ogni singolo termine pronunciato. Così dunque questo progetto «cerca di fare propria questa formulazione di Levi, provando ad essere il più possibile antenna, tramite, per captare quella oralità che oggi risuona nel presente».

Allora l’idea di super-realismo citata da Levi bene si sposa con molte delle caratteristiche di questo progetto, dall’essenzialità degli elementi scenici – quasi a voler isolare la materia fosse anche a discapito del resto – all’uso dell’eterodirezione, intesa qui come un ulteriore passaggio di testimonianza. In questa asciugatura esponenziale, ci si potrebbe domandare dove e come si innesti, come e cosa scelga l’artista in questo recinto apparentemente stretto, su cosa possa librarsi: ma, risponde De Angelis, «se si mettessero delle sovrastrutture, delle poetiche altre, il rischio è che questa forma arrivi meno diretta a chi ascolta. Bisogna tenere tutto, il suo incespicare, quella precisa modalità del parlato. Fatta con le sovrastrutture del teatro quella vicinanza sarebbe stata meno forte per me. Così, l’idea, dal punto di vista registico, è stata quella di puntare su un’architettura dei testi e dei luoghi; questo solo montaggio degli elementi di base doveva essere sufficiente, nient’altro».

Ma dietro questa essenzialità si annida una ricerca profondissima su come rendere la figura di Levi. È così che ce ne parla Argentieri: «Per me fin dall’inizio, fin da quelli che definirei “primi ascolti” più che “prime prove”, l’obiettivo cui miravo era quello di “farmi abitare da una voce”. La mia prima e unica decisione artistica è stata quella di fare molto spazio, di essere il più accogliente possibile rispetto a quanto che percepivo. La voce è diventata come un fluido: dalle orecchie è iniziata ad andare in tutto il corpo, come se diventassi anche io un magnetofono. Ho lasciato molto lavorare la mia parte istintiva». Apriamo un attimo una parentesi sull’eterodirezione, metodo di lavoro tipico di Fanny & Alexander, che consiste nel dirigere gli attori tramite indicazioni  via auricolari in tempo reale: in questo caso a condurre Argentieri non è solo, o non è soprattutto De Angelis, quanto Primo Levi stesso, le cui parole vengono incessantemente inoltrate alle orecchie dell’attore, che così viene sottoposto a uno stimolo sensoriale costante, che poi si tramuta in un lavoro interpretativo sottile ma pervasivo. Si tratta, dunque, di una presenza corpo/voce che «reagisce all’impulso invece che iniziare a elaborare un copione», per una pratica che concretamente si serve di ripetuti ascolti profondi e delle osservazioni prolungate dei video, così da poter assorbire quanto più possibile movenze, gestualità, prosodia e silenzi. «Unendo le due cose, è inevitabile che anche a livello muscolare sento quasi la sua faccia, cerco di farla e non di sentirla. Io lo vedo dall’espressione della gente, che inizia a guardarmi e ad ascoltarmi con un’attenzione che muta nel corso della maratona. La descriverei come una meditazione controllata: ho il comando della cosa, ma faccio molto spazio per poter restituire e trasmettere tutto ciò che sento, le inflessioni, i temporeggiamenti, gli incespichi… Si collega a una mia risonanza: io non lo sento solo con le orecchie ma con la mia emozione, che trasmetto tutto il tempo, senza far scattare quella parte del cervello più raziocinante». De Angelis definisce questa pratica «abitare la voce», in grado di recuperare «la componente animica, quasi come fosse l’impronta dello spirito e della psiche di una persona. Nelle registrazione ci sono nascoste molte questioni intime; così come nei nostri volti, anche nelle micro-variazioni nella filigrane della voce si nascondono anche i traumi. Non potrà essere mai una restituzione tecnica».

Specialmente nella terza performance, interattiva, Argentieri è mediatore tra la sua voce, quella di Levi e le domande poste dal pubblico. Qui le 18 questioni, presentate a tutti su un foglio, diventano la base per una costruzione drammaturgica in itinere, il cui ordine viene dettato assieme, dalla spinta di ciascun spettatore che sceglie di vestire, fosse anche solo per un momento, i panni dell’interrogatore. Bagnati dalle parole precedenti, come assuefatti dalla presenza di Levi, accettiamo il patto del “come se” e non vediamo più lo spettacolo, ma assistiamo davvero a un’intervista, che ha tempi e ritmi reali. «Adoro quei momenti di sospensione – afferma De Angelis – quegli istanti di vuoto che si creano per un attimo. Il ritmo registico è dato dalle persone, dall’ansietà, dalla velocità di dover mandare dalla consolle le risposte estrapolate di Levi rispetto alle domande poste di volta in volta… Tutto questo crea una tensione tra tutti, molto forte. Ti dimentichi della finzione, del contratto iniziale che si era creato. Lascia spazio a un’altra ricezione. È il luogo in cui avvertiamo più commozione, non solo per quello che sentiamo».

Dimentichiamo chi abbiamo davanti, dimentichiamo il questionario, alcuni scrivono domande diverse, si percepisce una tensione altissima, come se tanto altro aleggi nell’aria, quell’indicibile sul baratro dell’essere domandato. Lo chiedo ad Argentieri: «a volte succedono degli imprevisti, come se volessero parlare al suo spirito, ma io sono molto ligio all’eterodirezione e molto rispettoso nei confronti di Levi. In quelle situazioni io non improvviso mai niente, tutto deve essere inerente alle parole da lui pronunciate. La prima volta nessuno osava pronunciare la numero 15 che è quella se Levi avesse mai rinunciato a voltare le spalle alla vita. È successo anche altre volte, c’è un pudore, crea turbamento ogni volta. Una volta a San Gimignano abbiamo simulato l’arrivo di Levi durante una conferenza stampa e Daria Balduccelli (ideatrice e curatrice di Nottilucente) poneva le prime due domande dei Sommersi e i salvati; un signore probabilmente tedesco ha iniziato a inveire urlando contro di noi, dicendo che erano cose passate e sepolte, senza accorgersi che si trattasse di una finzione. Alcune signore in un’altra occasione, mi hanno chiesto come avessi fatto a stare nei campi di concentramento data la mia giovane età, pensando che li avessi vissuti sul serio… ».

 

Fanny & Alexander al confronto con la Storia: maratona teatrale dentro la voce di Primo Levi, di Laura Novelli / paneacquaculture.net / 5 dicembre 2019

Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case, / voi che trovate tornando a sera / il cibo caldo e visi amici: / Considerate se questo è un uomo / che lavora nel fango/che non conosce pace / che lotta per mezzo pane/che muore per un si o per un no./ Considerate se questa è una donna, / senza capelli e senza nome / senza più forza di ricordare / vuoti gli occhi e freddo il grembo / come una rana d’inverno. / Meditate che questo è stato: / vi comando queste parole. / Scolpitele nel vostro cuore / stando in casa andando per via, / coricandovi, alzandovi. / Ripetetele ai vostri figli. / O vi si sfaccia la casa, / la malattia vi impedisca, / i vostri nati torcano il viso da voi.

Questi celebri versi di Primo Levi, nella complessa maratona teatrale che Fanny & Alexander dedica allo scrittore piemontese, non ci sono. Non ci sono nella forma declamata o recitata o detta cui si presterebbe una loro restituzione al pubblico. Eppure, queste parole risuonano annidate dentro il significato più profondo della complessa trilogia di monologhi attraverso cui si ripercorre la vicenda umana e storica di Levi.

Una trilogia itinerante il cui titolo contenitore, Se questo è Levi, echeggia la declinazione interrogativa e processuale del celebre libro/testimonianza pubblicato nel ’47 (fu la piccola casa editrice Francesco De Silva a mandare in stampa la prima edizione dell’opera, successivamente edita da Einaudi), lavorando su materiali esclusivamente originari e d’archivio. Da anni, infatti, la compagnia ravennate sperimenta con successo la tecnica del remote acting e dell’etero-direzione (basti ricordare importanti lavori quali Him, West, Discorso grigio), mettendo in campo intuizioni espressive capaci, tanto più in quest’ultimo allestimento, di ribaltare la memoria in atto evenemenziale, la Storia in attualità, l’evocazione in un super-realismo quasi ossessivo.

Basandosi su documenti audio quali interviste radiofoniche e televisive e su video recuperati dalle teche Rai o da youtube, Chiara Lagani (drammaturga) e Luigi De Angelis (regista) costruiscono qui un corpo di parole e testimonianze autentiche che, trasferite in cuffia all’interprete, diventano la voce che sta dentro e dietro la sua voce: una tessitura del dire che asseconda l’udito ma, a sua volta, attraversa il corpo performativo, vibrando di quelle piccole sfumature intime e personali che appartengono da sempre al mistero dell’Attore e alla riproducibilità della sua stessa Arte.

Da una parte c’è dunque un attore, lo straordinario Andrea Argentieri, che si incarica di essere Levi, e di esserlo nella misura in cui emerge dai documenti di partenza. Dall’altra, c’è il valore universalmente umano e imprescindibile di un racconto-simbolo che parrebbe e vorrebbe andare oltre l’interfaccia tra interprete e personaggio.
Lo spettacolo si articola in tre momenti diversi ma complementari, Se questo è un uomo, Il sistema periodico e I sommersi e i salvati, previsti in tre spazi architettonici e scenici distinti. Le repliche romane della pièce hanno visto il primo movimento svolgersi nel foyer del teatro Valle, il secondo a Palazzo Mattei e il terzo nell’ampio salone d’ingresso della Biblioteca Angelica. Un pellegrinaggio assorto nel cuore della Roma rinascimentale ha connotato i trasferimenti del pubblico da un luogo all’altro, consegnandogli la sensazione di essere dentro un disegno tratteggiato per dare ulteriore sostanza simbolica al tutto: il cammino non interrompe lo spettacolo interiore di ciascun partecipante, bensì lo anima, lo agita, lo sostiene. E il gruppo è realmente ‘gruppo’: testimone e allo stesso tempo materia viva del lavoro.

Una scrivania di legno ben ordinata. Una lampada. Un portabiti. Levi/Argentieri entra con passo elegante. Si siede. Sistema con garbo pacato i suoi oggetti. Accende una “videoscrivente” e risponde alle domande che un giornalista gli pone via ‘skype’: il quadro d’apertura restituisce alla lettera il contenuto di un’intervista del 1985 che Levi rilasciò ad Alberto Gozzi per la Rai. Le voci dell’intervistatore e dell’intervistato si rincorrono con ritmo pensoso, mai enfatico, mai sovraesposto. Il rapporto con la memoria, con l’orrore del lager, con la chimica, con la scrittura, con la funzione dell’intellettuale è al centro di una conversazione lucida, arguta, tagliente che ragiona sul mostro Hitler, sul campo come luogo ideato scientificamente per la morte. Il tono del bravissimo interprete è distaccato, a tratti persino ironico, sospinto su un torinese delicato e musicale. C’è una ricerca di concretezza in queste straordinarie parole. Una ricerca di equilibrio e sincerità. La relazione con la Storia passa al setaccio di una dolorosa consapevolezza che si è fatta pensiero. E no: non c’è odio nelle risposte di Levi. Come non c’è odio nel suo libro-testimonianza, perché l’istinto di sopravvivenza, nell’inferno di Monowitz, «era più forte persino dell’odio».

Il movimento successivo attinge invece ad alcune pagine de Il sistema periodico (silloge di racconti pubblicata nel 1975). Argentieri indossa ora un camice bianco e tiene una conferenza su concetti scientifico-filosofici. Si parla di sublimazione, di distillazione, di cobalto, potassio, composizione della materia. Ma anche di anima, humanitas e – per contrasto – di mostruosità. Il filo tra passato e presente è sempre più teso: la chimica lo ha salvato dalla morte nel lager («Il lavoro rende liberi», scrive alla lavagna in tedesco) e sempre la chimica gli svela adesso, con razionale pragmatismo, che non può dirsi più un uomo chi è deprivato della propria anima; chi è ridotto allo stato di bestia; chi è costretto a perseguire solo bisogni primari quali mangiare, coprirsi, dormire. Tutto qua. Ineluttabilmente.

Ma è la terza e ultima tappa quella che dà coesione e un vero e proprio sovratono di senso e di emozione alla maratona. Seduti intorno ad un lungo tavolo di legno massiccio della storica biblioteca romana, circondati da migliaia di volumi antichi, gli spettatori si ritrovano ora ad interrogare l’imputato, il testimone, partendo da alcune domande consegnate su un foglio dattiloscritto. Per alzata di mano, ci si incarica di chiedere. Di scavare. Di riaccendere dolori personali e collettivi. Di sollevare, in definitiva, la domanda centrale dell’intero spettacolo: quanto questa testimonianza sia, cioè, ancora oggi urticante; capace di parlarci attraverso la sensibilità di un attore – peraltro giovane – che si lascia attraversare dalla voce di Levi per dare a Levi la propria voce.

In quest’ultimo quadro, la drammaturgia attinge a I sommersi e i salvati (titolo del nono capitolo di Se questo è un uomo che verrà ripreso nell’86 come titolo di un emblematico saggio) ed è davvero difficile dire quale domanda o quale risposta sia la più cocente. Emerge forte l’idea che per sopravvivere a quell’inferno ci volessero fortuna, curiosità, conoscenze linguistiche, prestanza fisica. Che la memoria sia un dovere. Che la scrittura sia stata per l’autore un vero e proprio atto di sopravvivenza. Che sì. «l’annullamento dell’umanità dell’uomo si può ottenere».

L’interrogatorio dura poco, meno di un’ora. Argentieri passeggia lungo la sala avvicinandosi spesso ai suoi interlocutori. Mostra una contegno che parrebbe confliggere, o per lo meno entrare in dialettica, con lo sdegno per il dramma evocato. Ma è un contegno vincente, pietoso. Al termine del lavoro, – non a caso una trilogia: eco moderna della tragicità classica, ammesso che una catarsi oggi sia mai possibile – l’Attore si libera delle sue cuffie e legge la lettera che Levi scrisse al traduttore tedesco della sua opera più celebre. La testimonianza di verità passa ora attraverso la lingua e attraverso la ricerca di un linguaggio quanto più vicino a quello realmente usato nel campo. L’ossessione per il super-realismo, appunto. Anche qui il contegno vince sulla rabbia. La pacatezza sul viscerale. E l’effetto è ancora più acre. Indimenticabile. Encomiabile.

 

Primo Levi secondo Fanny & Alexander: l’autore, il testimone, l’uomo, di Michele Pascarella, Hystrio – Trimestrale di Teatro e Spettacolo, 27 ottobre 2019

 In bilico fra teatro e performance, Se questo è Levi pone una quantità di ineludibili, feroci domande sulla e alla società mediante il rigoroso e straniante racconto di accadimenti lontanissimi e, al contempo, affatto presenti. Il progetto, diretto con attitudine maieutica da Luigi De Angelis, è concepito come un trittico: Se questo è un uomo, Il sistema periodico, I sommersi e i salvati, riprendendo titoli e temi della prima, quinta e ultima opera dell’autore. È destinato ad abitare altrettanti spazi del vivere comune (nel nostro caso una biblioteca, un’azienda agricola biologica e la Sala del Consiglio Comunale di Albenga), per poter dare voce e corpo alle storie, alla Storia.

Utilizzando l’eterodirezione, dispositivo che Fanny & Alexander da circa quindici anni sperimenta per interrogare la percezione e la consistenza di ciò che è dato a vedere sulla scena, Andrea Argentieri si fa “attraversare” da numerosi discorsi, raccolti a partire da documenti e interviste audio e video provenienti dalle Teche Rai, del celebre scrittore, partigiano e chimico italiano, restituendone le tre anime mediante un eloquio simultaneamente assertivo e puntellato di inciampi, energico e ricco di pause sincopate.

Il “super-realismo” che connota Se questo è Levi, possibile grazie alla partecipe disponibilità dell’interprete a farsi veicolo di quanto ascoltato in cuffia, come una sorta di magnetofono trasparente e consistente, è senza posa messo in crisi da proteiformi sfasamenti: una macchina da scrivere d’epoca messa a fianco di un laptop in scena, nel primo episodio; un passaggio in cui il protagonista abbandona deliberatamente l’accento torinese del “personaggio”, nel secondo, e così via. Il ruolo dello spettatore muta: inizialmente inerme testimone diviene, nel terzo episodio, soggetto attivo, dialogante con il protagonista. La chimica e il lavoro, in fabbrica e nel campo di detenzione, progrediscono appaiate alla scrittura in questo commovente discorso, forma che l’ensemble ravennate ha più volte indagato e praticato e che ora pare giungere esattamente a “descrivere, con il massimo rigore e il minimo ingombro”: come farebbe Primo Levi. Bravi.

 

Se questo è Levi di Fanny & Alexander, di Maria Dolores Pesce, dramma.it, 13 settembre 2019

 Ha percorso tutti e tre i giorni del Festival, spettacolo per sua stessa definizione itinerante nel tempo e nello spazio, ed è stato a mio avviso l’evento più interessante e intenso di tutto il Festival. Complesso movimento drammaturgico costruito, quasi come un pentagramma o meglio come la tavola del “Sistema Periodico degli Elementi”, come una eco catturata del percorso esistenziale etico ed estetico di Primo Levi, ma che sembra però avere come suo scopo finale e intimo quello di superare se stesso, sintatticamente e linguisticamente, come drammaturgia, andando oltre o meglio mostrandosi fino in fondo come appropriato contenitore di una sincerità che, sensu lato, lo prescinde. Ciascun movimento è quasi una pausa, un gorgo, nel fluire dell’esistenza di Primo Levi, battuta dal tempo della sua scrittura, da “Se questo è un uomo” a “Il sistema Periodico” fino all’ultimo “I sommersi ed i salvati”, che la mano del drammaturgo seleziona e ristruttura in diverse sintassi, con cura partecipata facendola propria ma senza in alcun modo tradirla. Ne emergono ben sottolineati i tratti più nascosti della ricerca di Primo Levi, chimico prima di scrittore come lui stesso rimarca ma soprattutto intellettuale “organico” nel senso più alto del termine, verso la chiarezza chirurgica e quasi scientifica del discorso sull’uomo, oltre la retorica che lo soffoca e verso la consapevolezza che infine lo dovrebbe liberare. Tutto ciò, opportunamente enfatizzato dagli ambienti scelti per immergervi il suo discorso ed immergerci nella sua parola, lo studio privato per una video-intervista prima, il laboratorio poi e infine la sala consiliare come luogo istituzionale principe per tentare una elaborazione condivisa e comunitaria. Luoghi che invece di produrre una alienante distanza dalla percezione estetica, ne enfatizzano la capacità di traslazione e metamorfosi dalla apparenza alla realtà, e dunque alla sincerità che sovrappone vita e teatro. Un lavoro intenso, coinvolgente a tratti commovente e, proprio per la sua inusuale prospettiva storica e storicizzante, di straordinaria, purtroppo di nuovo, attualità. Una attualità che le parole di Primo Levi ripropongono come un incessante ammonimento, perché al termine della catena dell’intolleranza sta il lager: “Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alla sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano.”
All’interno di questo sorprendente percorso estetico, Andrea Argentieri, ben diretto da Luigi De Angelis è bravissimo a prendere letteralmente su di sé la figura, mentale e affettiva, di Primo Levi quasi trasfigurando la propria presenza in quella perduta dello scrittore, per recuperarla nel qui e ora, quasi stupito, della scena.

 

Primo Levi emerso da terreni fertili, di Renato Palazzi, Il Sole 24 Ore, Domenicale, 1 settembre 2019

 [… ] uno dei titoli clou di quest’anno era Se questo è Levi, un percorso in tre tappe di Luigi De Angelis/Fanny & Alexander nel pensiero e nell’opera dell’autore di Se questo è un uomo: ho seguito la terza parte nella sala consiliare del Comune di Albenga, dove gli spettatori potevano porre domande cruciali – ovviamente prestabilite – all’attore che lo impersonava, il quale rispondeva con le parole di Levi, desunte da incontri pubblici e interviste. Ho trovato particolarmente impressionante questo dialogo ravvicinato con un fantasma della memoria: colpiva l’adesione dell’interprete, Andrea Argentieri, che seguendo in cuffia la voce registrata dello stesso Levi ne ricalcava con vivida precisione le lievi cadenze torinesi, i gesti, gli atteggiamenti interiori. Ma colpiva e sconvolgeva ancor più la lucidità chirurgica con cui questo testimone dell’orrore ne riportava le matrici a un contesto più ampio, al di là del fascismo e del nazismo, evocando allarmanti richiami al nostro presente”.

 

Albenga, Terreni Creativi 2019. Un’autentica ovazione saluta il protagonista di Se questo è Levi, di Alfredo Sgarlato, Albenga Corsara, 12 agosto 2019

 Per problemi di salute ho potuto seguire solo la terza serata di Terreni Creativi 2019, che vi vado a raccontare. Primo spettacolo la terza parte di “Se questo è Levi” produzione di Fanny e Alexander, compagnia tra le più brillanti del panorama italiano, di Luigi De Angelis, con Andrea Argentieri. Lo spettacolo si svolge nella sala consiliare del comune di Albenga, è tratto da “I sommersi e i salvati”, ed è realizzato sottoforma di intervista con una serie di domande che alcuni spettatori rivolgono all’attore che impersona Levi. Caso vuole che io abbia poche ore prima visto un filmato di Levi in tv, ed ho potuto apprezzare come l’immedesimazione fisica e vocale dell’attore fosse perfetta, persino impressionante. Il testo di Levi è di fondamentale importanza, e evidenzia un paio di concetti che andrebbero scolpiti nella pietra: il fascismo non fu diverso dal nazismo, più “buono”, aveva come risultato inevitabile lo sterminio, e se fallì fu per la naturale incapacità degli italiani a seguire le leggi. Secondo, un fascismo può sempre esistere, lo è qualsiasi ideologia che esalti il privilegio e la disuguaglianza. Un lavoro da portare nelle scuole e che dovrebbe passare in prima serata in tv. Un’autentica ovazione ha salutato il protagonista.

 

Se questo è Levi, di Maddalena Giovannelli, Stratagemmi, 28 marzo 2019

 La sfida della riproduzione del reale – e la consapevolezza della sua impossibilità – è da sempre una delle ossessioni di pensatori e artisti. È possibile rinunciare a tutti gli orpelli, e restituire la realtà anche nei suoi aspetti brutali e anti-estetici? O è inevitabile alterare e falsare? Su questi temi si è interrogato, tra i molti altri, anche Primo Levi. Nella densa relazione epistolare con il traduttore tedesco di Se questo è un uomo, Levi mette a fuoco la necessità di non tradire con le parole l’orrore bruciante dei fatti: “ero premuto da uno scrupolo di superrealismo”, racconta, “volevo che in quel libro niente andasse perduto di quelle asprezze (…). Doveva essere, più che un libro, un nastro di magnetofono”.

Da queste riflessioni ha preso il via Se questo è Levi, presentato da Fanny & Alexander nel secondo fine settimana di Vie Festival 2019. L’immagine scelta da Levi per rappresentare la propria tensione al vero – creare non un libro ma “un nastro di magnetofono” – ha del resto una singolare vicinanza con il metodo di lavoro che la compagnia ravennate porta avanti da molti anni: l’eterodirezione, cioè la trasmissione di tracce audio al performer che le ripropone all’uditorio in diretta. Quale miglior modo, dunque, di rendere omaggio “allo scrupolo superrealistico” di Levi che riprodurne mimeticamente non solo le parole, ma persino la voce e le inclinazioni?

 Il progetto, ideato e diretto da Luigi De Angelis, si nutre di documenti audio e video nell’archivio Rai, ed è una vera e propria convocazione spiritica dell’uomo Primo Levi: in scena l’attore Andrea Argentieri ne incarna con impressionante precisione la postura e l’aspetto, e utilizza il proprio corpo come medium per le parole e il pensiero dell’intellettuale torinese. La performance ha un arco trilogico (le parti portano i titoli di tre opere: Se questo è un uomo, Il sistema periodico, I sommersi e i salvati) ed è pensata per essere fruita nella sua interezza, come una maratona di due ore e trenta, ma anche per singoli brani. Viene proposta in luoghi non teatrali –  a Vie nel bellissimo palazzo Foresti di Carpi e poi nel Museo del deportato della Fondazione Fossoli – e non è difficile immaginare le ragioni di questa scelta: il palco è per eccellenza il luogo della finzione e dell’enfasi, e mal si adatta alla minuta opera di mimesi qui pensata da Fanny & Alexander.

Nel primo capitolo della trilogia Argentieri fa la sua comparsa e siede su un tavolo di lavoro che, con i suoi “i cassetti e la cancelleria varia”, rispecchia punto per punto la descrizione che ne da lo stesso Levi; ma De Angelis si concede un ironico scarto, immaginando che la conversazione con Alberto Gozzi (che lo intervistò nel 1985 per la RAI e riportata nella prima parte dello spettacolo in forma integrale) avvenga via Skype. La violenta dialettica tra passato e presente è del resto già attiva nelle parole di Levi, che immagina la sua scrivania divisa tra il Sud della macchina da scrivere, e il Nord della sua videoscrivente, “il mio idolo attuale, a cui mi sono prosternato”. Skype non è certo l’unica concessione all’oggi di questo reenactment: è il pubblico, per il solo fatto di essere presente, a riportare costantemente le parole enunciate al “qui ed ora”, e così i commenti a mezza voce, i sorrisi che rispondono all’umorismo sabaudo di Levi, paiono quasi interferenze nella trasmissione della traccia.

 Le potenzialità di un vivissimo dialogo con un fantasma, esplorate silenziosamente nelle prime due parti, acquistano centralità nel terzo capitolo: gli spettatori, collocati intorno all’attore, possono ora scegliere quale domanda porre all’avatar di Levi, scegliendola tra quelle contenute in una lista. Le riflessioni di Levi detonano allora nel presente, e per così dire lo invadono, confermando e smentendo allo stesso tempo la possibilità di riprodurre la realtà senza alterarla. Oltre alle interferenze del pubblico, ne agisce una ancora più profonda: quella dell’attore, che presta il suo corpo alla rievocazione ma non può eliminare del tutto la propria personalissima presenza corporea, emotiva, psichica.

Quella sottile esitazione, quel leggero arrochirsi della voce sarà anche nella traccia? E quel piccolo inciampo, come un principio di commozione, che interrompe appena le righe di Se questo è un uomo è di Argentieri o di Levi? Ma proprio la possibilità di uno scarto, quella frattura che si apre tra la realtà e la sua copia trasforma la testimonianza inerte in vita.

 

Un rito per Primo Levi, di Massimo Marino, Doppiozero, 21 marzo 2019

 Siamo qua continuamente a combattere con la memoria che svanisce, non solo per l’età che avanza ma soprattutto per le distrazioni, gli stimoli mitraglianti, gli appoggi esterni che ti dicono: tanto schiacci un pulsante e trovi notizie, neppure devi più alzarti per prendere un libro, per andare a cercare un giornale…

Confesso il mio metodo: quando vedo gli spettacoli scrivo, scrivo moltissimo, cerco quasi di fermare tutto quello che sento, che vedo, che provo. Dato che annoto nel buio, quando vado per rileggere poco capisco di quello che ho segnato. Ma delle volte, come nel caso di Se questo è Levi, una “performance/reading itinerante sull’opera di Primo Levi” la luce è buona. I tre atti si svolgono in ambienti illuminati bene. Posso appuntare con cura, sempre con l’ansia di perdere, mentre scrivo, qualcosa del flusso dello spettacolo. Silvio D’Amico, il grande critico, fondatore dell’Accademia d’arte drammatica e dell’Enciclopedia dello spettacolo, diceva: durante la recita abbandonatevi a essa, non appuntate, non pensate a quello che dovrete poi mettere su carta, ai collegamenti brillanti, alle idee pungenti. Siate come in trance, rapinati da quello che vedete (così l’ho capita io). Poi a casa, sotto quell’altro riflettore che è la lucina della lampada, scaricherete sul foglio le sensazioni, condendole di riferimenti, analisi, pensieri… Beh, per me la trance è fissare tutto quello che posso, prolungare lo spettacolo attraverso la mano negli appunti, e poi, a casa, davanti alla fredda luce dello schermo del computer, quasi sempre neppure guardare quello che ho scritto, rimemorare, ripercorrere attraverso quello che vado vergando sul foglio elettronico del programma di scrittura. Anche perché molte volte perdo quei taccuini degli appunti, anche quando ho scritto con bell’agio.

Nel caso di Se questo è Levi c’è stato solo un momento di ansia: in quale giacca erano finite le mie pagine scritte con grafia ben leggibile? O in quale borsa? Mi preparavo a sfidare la memoria e poi l’ho trovato, il block-notes. Iniziano, gli appunti, descrivendo accuratamente il tavolino, messo in un angolo (probabilmente) di sbieco, con alcuni oggetti. Una macchina per scrivere da un lato, una videoscrivente dall’altra (l’antenato anni ottanta del computer), un portacenere, occhiali, un bicchiere d’acqua, penne e matite. Ma questa volta le chiudo subito, comunque, le mie annotazioni, perché questo spettacolo anomalo (ma non tanto) nella linea di creazione di Fanny & Alexander quella sfida pone: alla memoria e ai modi per nutrirla.

Siamo al Festival Vie, organizzato da Emilia Romagna Teatro Fondazione. Se questo è Levi si svolge a Carpi, città emiliana dove lo scrittore fu internato, nel campo di Fossoli, prima della deportazione nel lager. E questo è già molto forte. Come è intensa la presenza del luogo scelto per iniziare: palazzo Foresti, la dimora della famiglia che inventò le vocazioni industriali della zona, prima la lavorazione del truciolo, poi dei cappelli di paglia, infine l’industria dei filati. Un palazzo restaurato, con saloni arredati in gusto fine ottocento-inizi novecento. Siamo in una sala con libri alle pareti e grandi quadri, come la silhouette scura di una madre che tiene in braccio, in alto, il figlio. Il tavolino è in un angolo sotto una finestra.

Appare Primo Levi, o meglio, naturalmente, l’attore che lo interpreta, Andrea Argentieri. Che fa tutto per sembrare simile a lui, per incarnarlo, e se il fisico non è del tutto corrispondente l’aspetto sì, e nel corso delle azioni avremo sempre più l’impressione di trovarci di fronte allo scrittore, ritornato tra noi per festeggiare il suo centesimo compleanno.

L’azione è formata di tre parti, ognuna con la durata intorno ai quaranta minuti. La prima, a palazzo Foresti, riprende un’intervista radiofonica a Primo Levi fatta da Alberto Gozzi, un viaggio a tutto campo nella sua vita, dalla formazione, dai gusti giovanili alle leggi razziali, al lager, alla sua attività di chimico e di scrittore, di uno che si fece testimone dell’orrore continuando a esercitare, per trent’anni, un lavoro tecnico e poi, una volta in pensione (all’epoca bastavano una trentina d’anni, e anche meno in molti casi), diventa scrittore a tempo pieno. Da quello che dice si colgono echi di una casa popolata di persone, che poco spazio lasciano alla solitudine, alla meditazione; una scrittura intinta nei rapporti umani, nelle voci, una memoria che continuamente dialoga con il presente.

Argentieri, bravissimo, sornione, con un lieve accento torinese, non dice a memoria: ha una cuffia evidente in un orecchio, da cui arriva l’audio dell’intervista che lui ripete, dandogli in più di suo un tono “Primo Levi”. È la tecnica messa a punto in spettacoli ormai famosi dalla compagnia ravennate di Luigi de Angelis e Chiara Lagani, quella dell’eterodirezione: in spettacoli come Him come West come i Discorsi – in particolare l’impressionante Discorso grigio in cui l’attore Marco Cavalcoli era attraversato dalle voci di diversi uomini politici – il testo diventa flusso che manifesta frammenti di realtà, di azione, di immaginazione (in Him era il film del Mago di Oz con Judy Garland) e li riversa sullo spettatore attraverso il medium passivo ma virtuosistico dell’attore. Il rapporto diventa molto ricco tra materiale, abbandono dell’“interprete”, invasione, selezione più o meno involontaria e trasformazione. Insomma, recitare diventa un rapporto con una memoria in atto che spesso lascia lacune, frammenti, per esempio nella rincorsa a tener dietro al film. Nel caso di Se questo è Levi si evoca l’ombra dell’autore attraverso sue pose e sue parole, per confrontarla con quell’altra figura acquattata nel crepuscolo della sala che è la memoria dello spettatore.

Siamo in una nuova forma di realismo del teatro, che gioca con frammenti estratti dai movimenti del mondo, rimessi in atto (reenactment), come fa per esempio Milo Rau, sempre con uno scarto, un margine, la possibilità di un buco nero e l’insinuante pensiero che i materiali che ci circondano – siano essi produzioni artistiche, siano ordini che vengono da una voce distante, siano spezzoni di vite altrui – ci possono invadere, e in-vadere vuol dire andare dentro, sopra di noi, assalirci, possederci, procurando, ogni volta una lotta, una miscredenza, una battaglia, una reazione.

Dopo il primo atto, dopo un discorso che a poco a poco arriva alla radice, alla testimonianza di Se questo è un uomo, partendo dal passato e dilagando continuamente nel presente, ci spostiamo. Nella stazione iniziale eravamo pochi, quanti ne può contenere una confessione, una stanza, per quanto grande (a Bologna, dove lo spettacolo ha debuttato, eravamo in un appartamento privato, stipati). Ora entriamo nell’auditorium della biblioteca. E riappare Argentieri-Primo Levi con camice da chimico, davanti a una cattedra e a una tavola degli elementi di Mendeleev. Ci racconterà Il sistema periodico, il libro di racconti del 1975, in cui Levi ripercorre le sue esperienze e guarda il mondo dando a ogni capitolo il nome di una sostanza chimica. Qui citerà Idrogeno, Potassio e Cromo in una lezione conferenza in cui chiarisce l’ispirazione e il metodo del suo scrivere.

«Ho l’impressione insomma che il gusto per la concretezza per il definito per la parola usata per comunicare mi venga proprio da questo mestiere, io sento il mestiere di scrivere come servizio pubblico che deve funzionare» sentiamo ripetere. E che il chimico, discendente dagli antichi alchimisti, è un trasmutatore di materia: da quel lavoro tecnico (così lo definisce) derivano le caratteristiche della sua scrittura, la tendenza a comunicare sempre chiaramente, la concisione. Ricorda ancora la sua formazione familiare, laica, lo spirito scientifico che lo ha guidato (ne aveva già parlato nell’atto precedente, richiamando tutti i dubbi su Dio che il lager instilla).

Ma c’è un altro fatto che rimemora, tra discorsi sulle essenze degli elementi che evocano l’essere, sul purificare i minerali, sul distillare, sul sublimare e su altre attività del laboratorio scientifico che si estendono a attitudini e operazioni dell’animo. Dice che in gran parte della sua ispirazione, della sua concreta scrittura, gioca un ruolo fondamentale l’autobiografia. E conclude, dal capitolo Cromo, rievocando il primo impiego dopo la guerra, con un compito chimico difficile, risolto dopo il fine settimana in cui incontrò la ragazza che sarebbe stata sua moglie: la vita, ancora sporca del lager, si volse a sorridere.

L’ultimo spostamento porta nel luogo del dolore: il Museo al deportato della Fondazione Fossoli. Ampie sale con teche con pochi documenti, con muri con grandi immagini e nomi, nomi incisi sulle pareti. Il finale, ispirato a I sommersi e i salvati, si svolge con il pubblico disposto sui quattro lati e l’attore al centro del ring in una sala con colonne squadrate tutte segnate di nomi di vittime del furore. Lo spettatore ha un foglietto con le domande di un’intervista allo scrittore: ognuno, alzando la mano, può rivolgere una delle questioni, non necessariamente nell’ordine della lista. Argentieri risponderà con le parole di Levi, ripercorrendo la prigionia, la differenza tra i lager tedeschi, fatti per sterminare, come solo quelli cambogiani di Pol Pot, e i pur terribili gulag staliniani, pensati piuttosto per lunghe prigionie, che avevano magari come effetto la morte ma non l’annientamento come scopo. Ripercorriamo i rapporti di Levi con il popolo tedesco, l’atteggiamento pacifico dell’autore, incapace di serbare odio, anche se non rinuncia a ricordare senza addolcire nulla, lui che si è salvato grazie al mestiere di chimico. Campeggiano anche domande cui l’attore, lo scrittore, non risponde, rimandando a un “più tardi” che non verrà mai fino alla fine, e domande sul trauma e sulla memoria.

Il rito si chiude, questa strana presentificazione che tanto bene farebbe ripetere in molte, moltissime scuole. Come ogni rito rievoca rendendo attuale, non però per assolvere, per liberare, ma per riportare a coscienza le ferite della colpa con i tarli della testimonianza, di quella cosa svanente chiamata memoria, mai inutili, anzi sempre doverosi, fino alla noia; contro l’indifferenza, la rimozione, che preparano il terreno a nuove scelleratezze.

Chiudo, in questo esercizio senza appunti (che in realtà si è valso di vari supporti, gli usuali strumenti esterni alla nostra mente sempre più rattrappita e schiava del presente), citando dall’inizio di I sommersi e i salvati, in un anniversario che più di molti altri è opportuno celebrare:

“La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. È questa una verità logora, nota non solo agli psicologi, ma anche a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento. I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando lineamenti estranei. […] È certo che l’esercizio (in questo caso, la frequente rievocazione) mantiene il ricordo fresco e vivo, allo stesso modo come si mantiene efficiente un muscolo che viene spesso esercitato; ma è anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, ed espresso in forma di racconto, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dell’esperienza, cristallizzata, perfezionata, adorna, che si installa al posto del ricordo greggio e cresce a sue spese”.

Contro ogni forma di cristallizzazione ha combattuto sempre il chimico e l’uomo Levi. Ancora con sprazzi di realtà modificata si oppone allo stereotipo con delicatezza insinuante questo spettacolo, con la sottile interpretazione di Andrea Argentieri e la cura amorosa di Luigi De Angelis.

 

Tutta l’attualità (e la necessità) di Primo Levi nello spettacolo dei Fanny&Alexander, di Federica Angelini, Ravenna & Dintorni, 12 ottobre 2018

 Un’operazione straordinaria nella sua apparente semplicità. Il progetto su Primo Levi di Fanny & Alexander non è niente di meno di questo. In un iperrealismo che vede in scena il bravissimo Andrea Argentieri nelle parte del chimico, scrittore, intellettuale, testimone che è stato, Levi sembra letteralmente tornare a vivere, e a testimoniare. Argentieri riesce nell’ardua impresa di dare consistenza, voce, intonazione, gesto a una figura che ha cambiato il nostro modo di pensare, ricordare, mettere insieme i pezzi della nostra storia, senza tradirne profondità, sobrietà, autenticità.

In un trittico che ha toccato uno studio privato, la sala Dantesca della Classense e la sala del Consiglio Comunale ieri (giovedì 11 ottobre) a Ravenna abbiamo potuto vivere un’esperienza materiale e intellettuale e sentimentale che ha fatto riaffiorare lo spessore di Primo Levi, evidenziandone la necessità e la modernità.

Inutile negare che il passare del tempo, l’allontanarsi di quel che è stato il nazismo e il fascismo, di cui il lager – ci spiega bene lui che l’ha vissuto – è la logica conseguenza, rischia di far diventare anche testimonianze come la sua “materiale scolastico”. E sia chiaro, è bene che sia dentro tutte le scuole. Ma il pericolo è quello di annoverarlo tra gli altri “materiali scolastici”, perderne la grandezza anche letteraria.

Quello di Levi è un racconto senza odio, è il racconto di uno scienziato, anzi, un tecnico, che ha affrontato la parola con la stessa precisione e pienezza ed essenzialità del chimico. Argentieri e Luigi de Angelis (alla regia) rendono questo, la tridimensionalità fisica ma anche del pensiero di Levi, senza aggiungere, senza riscrivere, dando però voce viva alle sue parole e restituendo così loro piena completezza. Costringendo in qualche modo gli spettatori a tornare lettori, a ripercorrere quelle pagine magari lette tanti anni prima e ormai un po’ appannate e a farlo insieme, in quello specchio che è il teatro, ma fuori dal teatro.

Ormai “dovrebbero vederlo tutti” è diventata una frase inflazionata e abusata, troppo spesso usata a sproposito. Ma no, non in questo caso. Il lavoro di Primo Levi è costituente della nostra essenza di democratici, antirazzisti, europei, laici. In quel pensiero c’è la capacità di coniugare coscienza politica, civile, riflessione esistenziale e analisi storica, sentimento e intelletto. Non ci sono nemici, in Primo Levi. C’è bisogno di ricordare, capire, senza retorica, senza enfasi, senza pregiudizi nemmeno sui carnefici, ma mossi da un netto bisogno di giustizia, di combattere contro la sopraffazione, di sconfiggere il fascismo in ogni sua forma. Senza trasformare nessuno in diavolo o in eroe. E non è forse ciò di cui tutti, oggi più che mai forse, abbiamo tremendamente bisogno?

 

Abitare Primo Levi: l’evocazione – iperrealistica – del caro estinto di Fanny & Alexander, di Iacopo Gardelli, Ravenna & Dintorni, 18 ottobre 2018

Primo Levi e Luigi De Angelis camminano fianco a fianco. Il primo indossa una giacca grigia e i proverbiali occhialoni squadrati, porta con sé una vecchia borsa di pelle. Il secondo ha uno zaino sulle spalle. Parlano fra loro, perdendosi nella penombra di via Guaccimanni a Ravenna, diretti verso la biblioteca Classense per la conferenza sulla chimica.

Non è l’inizio di un improbabile romanzo fantascientifico, ma la scena che più mi è rimasta impressa della Maratona Levi firmata da Fanny & Alexander. Non me ne vogliano i diretti interessati, ma è stato questo momento di raccordo, che non rientrava in nessun modo nello spettacolo vero e proprio, che mi ha commosso di più. Qui più che altrove emergono la dedizione al personaggio e l’accuratezza iperrealistica con cui i Fanny & Alexander hanno preparato questo progetto: l’attore deve abitare Levi anche fuori dalla scena, fuori dalla finzione teatrale.

L’intero trittico dedicato al grande scrittore torinese trasuda questo impegno alla mimesi. Andrea Argentieri ha lavorato sulla voce (arrochita quanto basta, venata da un signorile piemontese) e sulla gestualità per aderire il più possibile alla realtà storica. De Angelis ha virato l’attenzione registica sui materiali audiovisivi delle teche Rai, evitando il più possibile la parola scritta per concentrarsi su quella viva, documentale, delle interviste rilasciate da Levi.

Il risultato di questo lungo studio non è soltanto un’eccezionale spettacolo itinerante (la prima parte ambientata in uno studio privato; la seconda nella sala Dantesca della Classense; la terza in Consiglio comunale). Mi verrebbe da dire, anche a costo di suonare ridicolo, che il risultato è soprattutto una sorta di esercizio medianico. Quasi una seduta spiritica collettiva per evocare un caro estinto attraverso il medium del corpo dell’attore.

Già durante la prima fase dello spettacolo, Se questo è un uomo, dopo qualche minuto davanti ai nostri occhi non vediamo più l’ottimo Argentieri; vediamo e sentiamo Levi in persona. Amiamo i mezzi sorrisi e modi cortesi dell’attore, così come abbiamo amato quelli dello scrittore; ci colpiscono le sue parole fredde e precise quasi le sentissimo dalla viva voce del testimone di Auschwitz.

Qui sta il segreto dell’iper-realismo scelto dai Fanny & Alexander: lungi dall’essere un virtuosismo, si giustifica per una doppia ragione. La prima, come già detto, per realizzare questo passaggio medianico e rendere presente un’assenza ormai lontana (e, ahinoi, oggi un po’ snobbata); la seconda, per omaggiare la filosofia della scrittura leviana.

La scrittura di Levi, ossessionata dall’esattezza, dall’aderenza alla realtà, dalla verificabilità, dalla brevitas. Uno stile che deve molto alla letteratura anglosassone e che oggi andrebbe indicato come modello in tutte le scuole italiane (come già suggerito da Claudio Giunta in un suo recente saggio). La scrittura di Levi non è solo pervasa dall’impegno alla testimonianza, ma è anche un monumento al rispetto dell’intelligenza del lettore.

Anche per questo mi pare che Se questo è Levi sia, fra gli spettacoli visti della compagnia ravennate, quello più propriamente etico. I Fanny & Alexander ci avevano già abituato a profonde riflessioni politiche (Discorso grigio, We Need Money! – a modo suo anche Him); questa maratona è soprattutto etica perché l’esempio di Levi – filtrato e montato magistralmente attraverso la scelta delle interviste da De Angelis – ci insegna un modo di vivere e di comprendere più alto.

Levi ci mostra l’impegno alla realtà, allo sguardo libero da dogmi, allo studio profondo dei rapporti fra le cose. Il suo super-realismo letterario, radicato nel metodo scientifico, ci insegna a giudicare in modo ponderato e a non dare per scontato niente («Per i criminali di guerra nazisti provo solo curiosità. Sono incapace di odio», ammette con un sorriso), senza però cadere in un lassismo morale («Se fossi dio sputerei la preghiera del mio compagno ebreo ungherese»). La frase deve essere come una formula chimica: inattaccabile e commisurata alla realtà.

È soprattutto ne Il sistema periodico, la seconda tappa della maratona a forma di conferenza pubblica, che Levi ci racconta questo approccio alla scrittura, schiudendo al tempo stesso il suo aspetto più umano. Qui ci racconta del suo lavoro di chimico, della sua formazione universitaria; parla sognante di distillazione e alchimia; ripercorre la memorabile riscoperta dell’amore dopo l’esperienza dei lager.

L’ultima fase del progetto è anche quella a mio avviso più interessante e sperimentale. Dopo la conferenza pubblica, Levi si sposta in Municipio per un question time, sollecitato a rispondere alle domande dirette degli spettatori. Uno stratagemma teatrale efficace, che, nonostante qualche sbavatura tecnica, ha svegliato l’attenzione della platea ravennate, solitamente timidina. Si entra qui nel capitolo più doloroso della sua produzione, quello dedicato a I sommersi e i salvati: il ruolo e il significato della memoria; l’universo concentrazionario; il ricordo delle violenze subite.

Chissà che i Fanny & Alexander non cadano nella tentazione più ovvia e naturale di questo spettacolo, chiudendo così un cerchio ideale: quella di portarlo negli stessi luoghi abitati da Levi – il suo studio, la sua università, la sua biblioteca. Un ultimo omaggio al suo super-realismo.

p.s. Sedotto dalla bravura di Argentieri durante le tre tappe della maratona, non ho potuto fare a meno di confermare un sospetto che avevo già da qualche tempo. Primo Levi non è stato soltanto un grande prosatore, né l’eccezionale sopravvissuto alla più terribile catastrofe umana del ‘900. Primo Levi è stato uno dei nostri pensatori più alti, capace di tenere assieme semplicità e profondità, impegnato in un razionalismo critico e adogmatico come all’estero la Arendt o Karl Popper. Levi non ci insegna una dottrina, ma un metodo critico: ed è il regalo più prezioso che possano farci.

 

Di fronte alle parole di Levi. La memoria e il teatro a Bologna con Fanny & Alexander, di Damiano Pellegrino, BolognaTeatri, 7 febbraio 2018

 L’ultima fatica dei Fanny & Alexander, compagnia teatrale nata a Ravenna nel 1992 e fondata da Luigi De Angelis e Chiara Lagani, è una lunga maratona itinerante nella città di Bologna in occasione della giornata di commemorazione delle vittime dell’Olocausto, suddivisa in tre tappe e il cui respiro ruota intorno all’opera letteraria di Primo Levi. Nella conta dei personaggi “parlati”, che contraddistinguono una larga parte dei lavori della compagnia, occorre aggiungere il ritratto dello scrittore torinese restituito in prima persona da Andrea Argentieri nel progetto dal titolo Se questo è Levi. In uno degli spettacoli precedenti della compagnia dal titolo Him (2007), parte di un progetto molto ampio dal nome O/Z, un Hitlerino inginocchiato si arrogava tutte le voci e i suoni del lungometraggio Il Mago di Oz di Victor Fleming, seguendo senza tregua l’intero doppiaggio e assumendo i panni di un direttore d’orchestra trafitto dal sonoro. Il progetto Discorsi (2011-2014) raggruppava ben sei lavori e interrogava le forme dei discorsi pubblici rivolti a una comunità attraverso la presenza sulla scena di emblematici soggetti, che subiscono il linguaggio eterodiretto dei mass media fino a divenire fantocci o terribili creature destinate a replicare le voci e i movimenti di personaggi esistenti o esistiti più o meno celebri, appartenenti ad ambiti differenti della nostra società, creando di conseguenza un cortocircuito della parola resa automatizzata e intermittente in scena.

In Se questo è Levi ritroviamo un unico attore sulla scena, che attraverso le inflessioni vocali, la mimica facciale, i gesti, le pause, il vestiario, la precisa terminologia utilizzata nei suoi discorsi (i movimenti del corpo, i silenzi e alcuni contenuti ricavati dai testi) plasma magistralmente una copia conforme e assolutamente non affettata o parodistica dello scrittore torinese, dimostrando quanto siano potenti, provocatorie e attuali ancora oggi le riflessioni lasciate da un autore, deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, a contatto con un uditorio.

Il viaggio intrapreso sabato 27 gennaio si snoda lungo tre luoghi-simbolo, ognuno dei quali racchiude ciascuna performance e condiziona fortemente gli spazi dell’interprete e la ricettività dello spettatore e si ricongiunge alla sfera personale e pubblica dello scrittore. I luoghi scelti sono un’abitazione privata, l’Aula Magna del Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, contenente banchi, lavagne a muro, una poderosa cattedra e una tavola periodica degli elementi chimici, e infine la Sala del Consiglio di Palazzo Malvezzi, pronta a ospitare un’eccentrica riunione del Consiglio Provinciale il cui protagonista questa volta è il pubblico stesso, in possesso di microfoni da tavolo per prendere la parola. Dato l’elevato numero di spettatori intenti a seguire l’intero lavoro e la scarsa quantità di posti disponibili per accedere alla prima performance, perdo la possibilità di assistere al primo appuntamento fissato per le 17.17. Da via G.B. De Rolandis mi dirigo allora verso piazza Verdi in attesa dell’inizio della seconda performance in via Francesco Selmi, segnata per le ore 19.00.

Nel secondo lavoro, dal titolo Il sistema periodico, alla grandezza dell’aula di chimica corrisponde la riflessione di Levi sulle due funzioni di segno opposto che lo hanno accompagnato nella sua vita: la chimica e il “non mestiere” di scrittore. Da una parte troviamo le discipline scientifiche, manovrate abilmente da un alchimista e destinate a trasmutare e sublimare la materia fino a ricavare l’essenza e l’anima di un elemento e a fornire un ordine e una legge al caos universale. Dall’altra parte c’è la scrittura, che messa a repentaglio da presunte storie distorte e nauseanti, quando attinge alla chiarezza di un’arte magica come la chimica si rende salvifica e nobile fino a farsi servizio pubblico, a cui tutti i lettori devono avere libero accesso indistintamente. Attraverso un paragone assai indicativo con il quale Levi, ritornato in Italia dalla Polonia, si accosta al vecchio barbuto della ballata di Coleridge, pronto a intrattenere i commensali con un racconto sui morti, egli ridimensiona la propria scrittura, fino ad avvicinarla a quella di un reduce di guerra, lontano dal mondo dei vivi. Ma a mano a mano che il tempo passa la parola cambia nei suoi scritti e diviene testimonianza lucida e concreta della permanenza ad Auschwitz, rinvigorendo come una pianta e proiettandosi al futuro per lanciare una sfida a tutto e tutti.

Il pubblico è chiamato a farsi esso stesso portatore di memoria della violenza e delle repressioni causate dalle forze naziste, da una parte attraverso l’ascolto del resoconto dell’autore, teso a divenire anche una profonda riflessione sul tempo presente, e dall’altra attraverso un elenco di domande da porre all’interprete. È quanto accade nell’ultima performance dal titolo I sommersi e i salvati, nella quale gli spettatori vengono trascinati in un “question time” all’ultimo respiro in cui devono rivolgere all’autore-attore alcune domande, elaborate per iscritto dalla compagnia stessa e destinate a sovrapporsi alla voce di Primo Levi alimentando con nuovi input l’andamento della performance e spostando il centro dell’azione teatrale nella platea.

Il movimento unitario di un gruppo indistinto di persone, che attraversa a grandi passi le vie cittadine e segue l’intero progetto, diviene esso stesso un itinerario della memoria, destinato a tenere vivo il ricordo di quelle vittime ma soprattutto a sollecitare un dibattito comune, aggiornato e partecipativo su quei fatti che hanno sconvolto l’intero territorio europeo. Come l’autore ebbe la certezza di potere perpetuare la memoria di quei fatti brutali nel popolo tedesco, attraverso l’edizione di Se questo è un uomo pubblicata in Germania nel 1961 dall’editore Fischer e la cui traduzione venne seguita con somma scrupolosità dallo stesso Levi, allo stesso modo oggi le vie cittadine del centro di Bologna continuano a interrogare questa profonda ferita, rimasta ancora oggi insanabile.