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West, Francesca Mazza e il fascino di una scelta

Jimmy Milanese, Franz,

Perché non spingersi oltre? Se si vogliono salvare le persone, perché non privarle della loro libertà di scelta?

Francesca Mazza, talentuosa attrice naturalizzata bolognese, si mette al centro del palco e lo fa spogliandosi di tutti le maschere che hanno incrostato la società occidentale, appunto, il “West”. Ci pone di fronte a un complesso paradosso: l’ingiustizia insita nella possibilità stessa della scelta.

In un’ora d’intenso monologo, radioguidato da una misteriosa fonte esterna, rappresentativa del processo di condizionamento operante sull’essere umano, Francesca riesce a sabotare l’inconscio sepolto dello spettatore, che sviene, abbandona la sala, percepisce un senso di spaesamento se non di terrore. L’applauso liberatorio e prolungato del folto pubblico presente in sala, richiude quel pericoloso buco nero aperto dal gruppo teatrale “Fanny & Alexander”, avanguardisti in un’epoca dove sembra diventato impossibile stupire, affascinare, emozionare con poco dispendio di risorse.

Non ci sono corpi nudi, tette al vento, non ci sono storie di violenza, sangue o degrado sociale, non si percepisce la benché minima ombra di un colpo di scena improvviso. Tutto è lineare: una sedia inserita in un ring delimitato da un semplice nastro adesivo. Davanti a quella sedia occupata dall’unica protagonista, un tavolo, illuminato da quattro potentissimi fari posti ai lati del quadrilatero. Quattro fari e quattro dimensioni che interagiscono per modificare uno stato emotivo, psicofisico, culturale! Due voci fuori campo, una femminile e una maschile: una guida Eros e una guida Thanatos (pulsione di vita e pulsione di morte). Al centro della scena, una ragazzina di ormai 52 anni, appena uscita dal meraviglioso mondo di Oz. Lei esce, noi entriamo, ma non troviamo paesaggi incantati, personaggi pittoreschi che riportano alla nostra infanzia. In quel mondo di Dorothy, c’è il nostro atavico vissuto culturale, con le sue persuasioni occulte, i condizionamenti che si sono insinuati nelle sfumature delle nostre nevrosi; che hanno levigato la nostra personalità fino a condurci verso l’illusione sublima. Possiamo scegliere, è vero, ma solo tra “bianco e nero”, “destra o sinistra”, “Mi piace o non mi piace”, “la vita o la morte”. Il nostro range di scelta è il prodotto di una scelta binaria, come assolutamente binario è il mondo dell’informatica, ormai capace di teleguidare e scandire le nostre esistenze. Per questo motivo, le società occidentali hanno costruito il concetto del “destino”, regalandoci la carta prepagata, un’assicurazione sulla vita in caso di morte, il mutuo trentennale, un matrimonio e la casa di riposo a ridosso dell’asilo.

Quindi, l’illusione della demo-crazia sta tutta nel fascino di quella scelta, ovvero tra “A” e “nonA”: scelta fittizia, artefatta, priva della componente principale della L-I-B-E-R-T-Á. La possibilità della non scelta, o di quella intermedia; la possibilità di negare le regole del gioco e al limite non esprimere nessuna preferenza. Quelli che si sistemano da quella parte di solito li chiamano “pazzi”, oppure artisti.