west

West, o la morte dell’immagine secondo Fanny & Alexander

Giulia Tirelli, iltamburodikattrin.com,

Dorothy ha 52 anni. Sta seduta, tamburella le sue lunghe dita su un tavolo di legno, o sul petto. In silenzio. È rinchiusa in un recinto quadrato, delimitato da nastro adesivo bianco. Dorothy non è più quella ragazzina trascinata da un uragano nel favoloso mondo di Oz. Non ci sono spaventapasseri, uomini di latta o leoni ad accompagnarla nel suo viaggio. Dorothy è sola, abbandonata a un esperimento che vede la sua mente plagiarsi al suono di due diverse voci.

Con West, Chiara Lagani e Luigi de Angelis chiudono il ciclo ispirato al capolavoro di L. Frank Baum, dando vita a un mondo immateriale, tutto giocato su un meccanismo di induzione psicologica – orchestrato da Marco Cavalcoli e Chiara Lagani su dj-set di Mirto Baliani – capace di creare sottili trame e reti che intrappolano lo spettatore in un campo magnetico fatto di gesti, musica e parole. La partitura che ne scaturisce attanaglia lo spettatore in quello che sembra essere un esperimento di ipnosi collettiva, triangolato da una sublime Francesca Mazza che si prodiga in un assolo di movimenti e frasi spezzate.

La scena, spogliata di qualsiasi orpello, si trasforma in un tessuto mutevole, un magma dove è impossibile stabilire coordinate di riferimento. Il pubblico è trascinato all’interno di un vortice in cui drammaturgia e azione sembrano rincorrersi alla ricerca di un’unità e di un’armonia sempre negate, a malapena sfiorate da quel sovrapporsi di personalità che si impossessano del performer, vestendolo come un manichino. Nessun testo, musica o gesto prestabilito, nessuna linea narrativa guidano lo spettatore, prendendolo per mano. Unico motore dello spettacolo è il corpo di Dorothy, simbolo di una psiche spezzata, fortemente compromessa da un mondo che impone comportamenti e norme in virtù di un meccanismo di stimolo-reazione serrato, dal quale è impossibile liberarsi.

In West, l’annullamento dell’immagine diviene quindi elemento strutturale per costruire una gabbia mentale da sviscerare. La scena si trasforma in una metaforica teca di vetro costantemente illuminata, all’interno della quale la cavia è sottoposta a un esperimento che sfugge a quel perimetro di nastro bianco per proiettarsi sugli spettatori, annullando la distanza tra scena e platea. Ci si trova così a essere vittime e carnefici allo stesso tempo, in un continuo slittamento di punti di vista che fa perdere qualsiasi riferimento cardinale.

Fanny&Alexander abbandonano in questo ultimo capitolo della saga di Oz ogni riferimento esplicito a despoti e dittatori (basti ricordare i riferimenti hitleriani di Him ed Emerald city) relegandoli a una zona d’ombra dalla quale possono controllare, imporre e determinare senza essere scorti. Al di là di ogni considerazione sulla società di massa e il controllo mediatico – in cui sarebbe facile inciampare – si incastra nella mente dello spettatore la coerenza di un impianto scenico capace di ingarbugliare i neuroni all’interno della costruzione di un mosaico le cui tessere non sembrano però allinearsi in un’immagine chiara e definita. In questa confusione di piani – gesto e parola, personaggio e interpretazione, realtà e rappresentazione – si creano poli e dualismi i cui estremi si scambiano e scombinano per restituire il senso di un mondo che di meraviglioso non ha nulla, se non i meccanismi quotidiani a cui si è sottoposti, e che impediscono a Dorothy di tornare al mondo reale.