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We need money!

Maddalena Giovannelli, Stratagemmi, lunedì 27 giugno 2016

Bandi, finanziamenti europei, domande al Ministero. E poi ancora: progetti da presentare al Comune, alla Regione, alle Fondazioni. Quindi budget, piano economico, bilancio associativo. Sono questi i pensieri e le preoccupazioni della maggior parte dei teatranti italiani, di questi tempi. E se potessimo misurare la quantità di energie che restano per dedicarsi alla creazione artistica, ahinoi, scopriremmo che sono ben poche.

La compagnia Fanny &Alexander, invece che cedere a recriminazioni e lamentele, ha deciso di dedicare alla difficile congiuntura uno sguardo lucido, interrogandosi in modo radicale sulle metamorfosi in corso e sull’identità stessa dell’artista teatrale. Nasce così We need Money!, progetto-spettacolo portato al debutto nell’ambiente accogliente del festival Da vicino nessuno è normale, da sempre sensibile alle sperimentazioni e ai prodotti ‘anomali’.
Si tratta, in questo caso, della tappa conclusiva di un lungo e articolato percorso di ricerca: con i Discorsi Fanny&Alexander hanno indagato tutte le ‘zone calde’ del contemporaneo e le relative declinazioni retoriche, partendo dalla politica (Discorso Grigio), proseguendo con l’educazione (Discorso Giallo) e approdando alla religione (Discorso Celeste). Ora è il turno dell’economia, e sotto la lente di ingrandimento vediamo una delle pratiche più à la page degli ultimi tempi: il crowdfunding, cioè una raccolta di denaro dal basso, condivisa e orizzontale, che mette i donatori nella posizione di incidere direttamente sui processi, o di diventare fruitori ‘speciali’.
A un collettivo artistico refrattario alle forme canoniche della rappresentazione non poteva sfuggire che il crowdfunding può trasformarsi in un efficace dispositivo drammaturgico: la partecipazione pecuniaria del pubblico – cioè l’atto concreto di ‘metterci del proprio’ – diviene così un diritto a intervenire direttamente sullo sviluppo dello spettacolo (persino senza assistervi, ma soltanto aderendo alla campagna).
I presenti si trasformano dunque in potenziali azionisti, chiamati a condividere per intero oneri e onori del gioco. A condurli nelle diverse tappe della serata-happening, e a stuzzicarli con continue proposte, sono due vallette: Chiara Lagani (anche drammaturga dello spettacolo) e Consuelo Battiston (fondatrice della compagnia Menoventi) fanno gli onori di casa, mentre un ambiguo Scrooge contemporaneo (Marco Cavalcoli) attira l’attenzione con un ben calibrato discorso motivazionale. Si paga un obolo per poter proseguire lo spettacolo, ci si aggiudica con una vera e propria asta il diritto di decidere quale personaggio entrerà in scena, si acquista persino la libertà di fumare una sigaretta dentro il teatro. Il pubblico si infiamma e partecipa (complici anche i giovani attori che hanno seguito un laboratorio con la compagnia nei giorni precedenti il debutto), e si scatena persino in un trascinante ballo collettivo. Per un momento, pare quasi di essere in qualche bislacco villaggio di animazione.

Ma, a ben guardare, non c’è niente da ridere: alcune didascalie, proiettate sullo schermo, ci ordinano cosa fare e cosa dire orientando la nostra partecipazione. E noi, senza neanche accorgercene, ubbidiamo come marionette. Dove inizia la nostra reale libertà d’azione? Quanto siamo eterodiretti e quanto ne siamo consapevoli? E ancora: all’arte chiediamo solo di lasciare spazio al desiderio e agli impulsi della platea?
Queste e altre le importanti questioni poste dallo spettacolo, che accetta di portare avanti una riflessione rigorosa e radicale senza paura di pagarne il prezzo. Perché i rischi, inevitabilmente, sono molti: una forma non chiusa è sempre più vulnerabile (non a caso i ritmi al debutto sono apparsi un po’ dilatati), e l’interattività può talvolta essere un boomerang. Ma sull’altro piatto della bilancia, ci sono molti elementi a fare da contrappeso: la scrittura raffinata e colta di Chiara Lagani, il talento performativo di Marco Cavalcoli, l’indagine profonda sui confini tra realtà e rappresentazione, lo straniante blob di personaggi (da Berlusconi a Gianni Agnelli) e di scorie lessicali del contemporaneo.
E, cosa ancora più importante, una fotografia nitida e senza filtri di come la crisi sta trasformando il sistema spettacolo. Difficile girarsi dall’altra parte.