Discorso Grigio

Quando il teatro politico fa rimpiangere anche Crozza

Franco Cordelli, Corriere della Sera,

CASTROVILLARI. Torna in autunno la Primavera dei teatri che, nelle precedenti edizioni, a fine maggio inaugurava la stagione di rassegne e festival di cui troviamo tracce in tutta Italia. Delle manifestazioni più ricche, per quantità e varietà di proposte, da Spoleto a Napoli, ho di recente detto. Per quanto riguarda le più piccole, della loro evidente crisi vorrei osservare due aspetti. Primo, la moltiplicazione ha reso quasi impossibile ritagliarsi una identità, una fisionomia. Secondo, con moto quasi inavvertito, di sicuro non programmatico, tutte finiscono con il reciprocamente sostenersi. Esse sono diventate un vero e proprio circuito, sia pure un circuito alternativo a quello che in inverno ci propongono i grandi teatri. Non sarebbe né grave né significativo se i prodotti che vi vengono scambiati fossero di prim’ordine. Al contrario, con l’indistinguibilità dei contenitori si abbassa la qualità dei singoli spettacoli, anche di quelli offerti dai gruppi di più illustre tradizione. Mi spiace dirlo ma in questa fenomenologia rientra «Discorso grigio» di Fanny & Alexander, come sempre drammaturgia di Chiara Lagani e regia di Luigi De Angelis. Rispetto alle virtuosistiche o geniali serie che facevano riferimento a «Ada» di Nabokov o a «Il mago di Oz», la tensione creativa di Lagani-De Angelis sembra in lieve calo. Ma anche loro subiscono la sorte comune; quella cui sono destinati i gruppi di ricerca, fin dagli anni Settanta. Non lavorando su un repertorio, e obbligati a un ritmo produttivo secondo date abbastanza ravvicinate, e dunque asfissianti, si è condannati alla ripetizione di se stessi. Essa può manifestarsi come eccentricità, gratuità, sterilità. In più, Fanny & Alexander ha la consuetudine, quasi un marchio di fabbrica, di non proporre spettacoli singoli ma, come ho appena accennato, delle serie: multipli o variazioni su tema. «Discorso grigio» inaugura una serie di sei che prevede (con interpreti sempre diversi) il giallo, ossia il pedagogico; il celeste, cioè il religioso; il rosa, che è il sindacale; il viola, che è il giuridico; e il rosso, ovvero il discorso militare. «Il progetto indaga ? dicono gli autori ? attraverso il lavoro sulla forma discorso, il rapporto tra singolo e comunità, tra individuo e gruppo sociale. Cosa significa pubblico? Cosa è comune? Quand’è che un gruppo raccolto intorno a un individuo può dirsi comunità?».Come si vede, non mancano gli alti propositi. Ma alla resa dei conti «Discorso grigio», che è il discorso politico, in cui il grigio (cito ancora gli autori) «è il colore della mescolanza perfetta di ciò che è bianco e ciò che è nero. È la differenza indifferenziata» ? a parte la come sempre straordinaria prestazione di Marco Cavalcoli, che fa di tutto per invece differenziare i vari capitoli della sua performance (in camicia, in giacca, in guanti, in guanti da clown, con il testone-maschera) ? già dopo pochi minuti risulta espressivamente e conoscitivamente inerte. Non vuole essere una parodia dei discorsi leaderistici, da quello di Napolitano o quello di Berlusconi, o di Bersani o di Grillo. Si tratta, ancora una volta, di «teatro politico» concettualizzato, in cui il performer appare eterodiretto. Ma questo scarto dalla norma televisiva (qualcuno in platea ha citato le imitazioni di Crozza) non ci dice nulla rispetto alle domande che gli autori si fanno, e neppure ci fa divertire. Non ci resta che l’ammirazione per l’interprete, di cui già ho detto.