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Oz e il “West”. Che finale per la “saga”

Alessandro Fogli, Il Corriere di Ravenna,

Dopo un triennio foriero di otto lavori – “Dorothy. Sconcerto per Oz”, “Him”, “Kansas”, “East”, “Emerald City”, “There’s no place like home”, “South” e “North” – la compagnia Fanny & Alexander giunge con “West” al termine del progetto incentrato sul “Mago di Oz” di Frank Baum. E la logica di “West” va ricercata proprio nell’incipit dell’intera saga, quel formidabile big bang meta-teatrale che è stato “Dorothy. Sconcerto per Oz”, in cui tutto succedeva contemporaneamente e su più livelli narrativi – testuale, cromatico, musicale, semantico – in un’esplosione irreversibile di creazione per partenogenesi. Dall’uno al tutto, dalla Dorothy di Baum alle nove Dorothy in scena.

Di quelle Dorothy, alla fine di un viaggio che ha toccato tutti i punti cardinali, all’Ovest ne arriva soltanto una, ma a questa singola figura – una Francesca Mazza puramente strepitosa – spetta l’improbo compito di chiudere il percorso ellittico, di riportare il tutto all’unità. Questa Dorothy se ne sta seduta a un semplice tavolino in legno all’interno di uno spazio quadrato dettato da normalissime strisce bianche. Sembra voglia raccontarci di un certo esperimento sulla persuasione occulta condotto in Occidente ma al contempo raccontarci anche qualcosa di lei, fatti capitati, riflessioni. È poi evidente che Dorothy, oltre a parlare contemporaneamente di più cose del tutto slegate, vorrebbe anche muoversi.

E lo fa. Lo fa nevroticamente, senza coerenza, il suo corpo sembra autonomo dalla sua mente. I suoi piedi ballano ritmi muti, un braccio spolvera il tavolino di tanto in tanto, il viso è preda di ogni emozione; il discorso è sincopato, si inceppa, riparte, mischia, scombina logiche e costrutti, il tutto sopra una traccia sonora da festa dance anch’essa incoerente. Tutto questo avviene perché l’esperimento di cui ci vorrebbe parlare lo sta parossisticamente subendo lei stessa. Due persuasori occulti la stanno manipolando tramite gli auricolari che indossa.

A Dorothy vengono somministrati contestualmente da una voce femminile e una maschile due tipi di comando, uno legato a una serie di gesti, l’altro a una serie di blocchi testuali. Il ritmo ora cresce, Dorothy sposta la sua sedia lungo i lati del quadrato, quindi si alza e incede lungo il perimetro, gli ordini – adesso palesati tra le pieghe della musica – si fanno sempre più incalzanti, dando vita a una partitura sempre più cangiante in cui i melliflui input del linguaggio pubblicitario diventano un flusso indistinguibile con la vita della protagonista.

Il West dunque non è proprio un gran bel posto, e se speravamo che – per la prima volta – l’assenza in scena dell’enigmatico “controllore” Oz (sempre aleggiante negli altri episodi, almeno in forma iconica) fosse presagio di una libertà ritrovata ci si sbagliava di grosso, perché Oz qui è ovunque senza bisogno di palesarsi, Oz è l’essenza stessa di West, è, mentitore e falso, il simbolo di tutti i subdoli poteri all’opera all’Occidente.