west

O-Z WEST di Fanny & Alexander all’Angelo Mai

Tiziana Cusmà, Rubric,

Cos’è WEST? Un luogo, una direzione, una condizione?
Forse un po’ di tutto questo ma sicuramente rappresenta l’ultimo capitolo di uno studio sul Mago di Oz, rivisitato e messo in scena da Fanny & Alexander.

Ma attenzione: non è il Mago di Oz a cui siamo abituati, non si pensi alla Dorothy del romanzo di Baum.
Ci troviamo di fronte una donna (Francesca Mazza) seduta su di una sedia e appoggiata a un tavolino al centro della scena. Una lunga treccia le incornicia il viso e le scarpette di strass rosse contrastano con il vestitino verde che nasconde sotto jeans e t-shirt.Ci avvisa, «Sono Dorothy e ho 52 anni».

Il perimetro della scena è delimitato da un nastro bianco che sembra quasi fare da ring; ai quattro lati si vedono dei fari che non cambiano mai colore e intensità, un’illuminazione fredda, distaccata, nuda.
L’attrice tamburella con le dita sulla superficie del tavolo, muove le gambe, disegna insolite geometrie sul pavimento con le sue scarpette rosse. Inizia una strana coreografia di tic, gesti, domande, sonorità intense e sembra chiaro che siano i primi segnali di un turbamento.

A partire dall’idea di uno strano esperimento condotto su un gruppo di volontari, lo spettacolo si propone come la rappresentazione dello strazio di una vittima del potere persuasivo della comunicazione, attraverso le vesti di una Dorothy dei nostri tempi sempre più frastornata, catturata, ingabbiata dall’incalzare delle suggestioni di due persuasori occulti – le voci fuori campo di Marco Cavalcoli e Chiara Lagani -, schiacciata da un linguaggio di cui non è più padrona, come stregata da un incantesimo che ne impedisce il controllo.

Così la pièce procede, l’attrice lotta sola in scena, in preda a continui sussulti, gesti nevrotici, parole che si susseguono a cicli; una gestualità ripetuta, stereotipata ma assolutamente perfetta, curata nei minimi dettagli così come la mimica, precisa e comunicativa.

Dorothy, una donna per certi versi commovente nel suo lasciarsi guidare in un diabolico e perverso gioco fatto di testi di persuasione occulta. Gli input che riceve attraverso gli auricolari impartiscono comandi differenti. Uno legato a una serie di cliché gestuali, l’altro ad una successione di frame testuali che, diversamente combinati, danno vita a un testo.
Man a mano che la partitura gestuale e verbale procede diventa sempre più spezzata, sempre più nevrotica, angosciante, contaminata, disperata, facendo sì che le parole non arrivino mai a definire qualcosa.
Un raffica di comandi e impulsi da far venire una nevrosi ossessiva a chiunque. Una ripetizione assordante per condizionare la mente umana. A tratti sembra di entrare in trance. La psiche viene stravolta fino a rischiare di raggiungere un pericoloso stato di alienazione. La tensione nell’aria è palpabile. Parole che si incrociano, si confondono, subiscono accelerazioni, inversioni di senso.

Uno spettacolo che ti cattura, ti ipnotizza, ti risucchia ma che al tempo stesso riflette e fa riflettere sulle derive dell’immaginario contemporaneo e sul ruolo dell’individuo nella società.
Un grande plauso e ammirazione va all’attrice Francesca Mazza, intensa e tramite di tutto questo viaggio, straordinaria interprete di una folle e ammaliante partitura registica. Eccellente.

Da tenere sotto controllo l’intera programmazione teatrale dell’Angelo Mai, che vedrà in scena, tra gli altri, Accademia degli Artefatti, Motus e Federica Santoro.