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Nevrosi (e noia) a Occidente

Franco Cordelli, Il Corriere della Sera,

Alla fine dello spettacolo, West, del gruppo Fanny e Alexander diretto da Luigi De Angelis e Chiara Lagani, un lungo, caloroso applauso ha salutato la prova dell’ interprete Francesca Mazza. Era un applauso molto particolare: era rivolto, un poco, all’ attrice che fu a lungo compagna di lavoro, dal 1983 al 1995, di Leo De Berardinis; ed era, naturalmente, rivolto alla prova del gruppo ravennate, nona e ultima del progetto legato a Il mago di Oz. In questo progetto, tra gli altri otto titoli, c’ è almeno un capolavoro del teatro contemporaneo, Him. Mi chiedevo come, rispetto a Him, collocare West: se l’ applauso fosse tutto per Francesca Mazza, tutto per Fanny e Alexander o per tutti e due, in pari o dispari misura. Non saprei rispondere ma la domanda non è retorica. Tra i presenti in sala, Andrea Cortellessa, un critico letterario, e Stefano Chiodi, un critico d’ arte, erano entusiasti per lo spettacolo. Simone Carella, un regista della prima avanguardia, e Ulisse Benedetti, suo socio organizzativo, erano perplessi; parteggiavano, credo, per l’ attrice. Questa divisione, tra chi il teatro lo guarda e chi il teatro lo fa, non è casuale. Credo che il problema di West si possa articolare su tre diversi livelli. Primo: il titolo. Perché West? Forse ciò che avevamo visto si sarebbe potuto intitolare in qualunque altro modo. O forse no. Per De Angelis e Lagani «West» è «una metafora dell’ immaginario contemporaneo, del potere che le immagini hanno su di noi», ovvero delle «tecniche di manipolazione sottile del linguaggio pubblicitario», intersecando «motivi mitici» (che però non ho visto o capito) a «motivi legati alla contemporaneità». Non per nulla, Francesca Mazza, che dice di chiamarsi Dorothy, come la protagonista de Il mago di Oz (forse i motivi mitici sono questi), tutto ciò che fa (e compie una quantità inverosimile di piccoli gesti nevrotici, con i piedi, le mani e il corpo tutto) e ogni frase che dice (piccole storie balbettanti e ripetitive, da maniaco-depressiva) vengono dettate in cuffia dal regista. Secondo livello: il testo. Una scrittura d’ indubbia eleganza, quelle ripetizioni, quel farfugliare, quell’ enunciare episodi in apparenza di nessun conto, sono in senso letterario minimalismo allo stato puro, e in senso esistenziale la prova, appunto, di una nevrosi, di una coazione all’ ultimo stadio. Fin qui, tutto bene. Ma sul nome Dorothy si potrebbe eccepire: la Mazza si chiama così solo per legare la parte al tutto; e il titolo West è un po’ pomposo: rappresentare il declino dell’ Occidente attraverso un caso di nevrosi ossessiva appare preterintenzionale e sproporzionato. Il terzo livello è lo spettacolo nel suo insieme: sola nella spazio, Dorothy è quasi sempre seduta dietro un tavolo, a volte si sposta indietro, a destra o a sinistra; a volte, alzandosi in piedi, avanza verso lo spettatore. Il risultato non cambia. Se si passa la mano davanti agli occhi per citare Leo o se poggia le mani sul tavolo per citare Cattelan, ciò risulta ininfluente. Il problema è se questo insieme, rigidamente controllato dalla ipnotica colonna sonora (anche quella che noi non sentiamo, ma che sente l’ attrice), più che una rappresentazione del mondo moderno, e una sua critica, non sia per caso una forma di manierismo e, dunque, una nostalgia. Non c’ è mai una smagliatura, un momento d’ abbandono, un salto e, alla lunga, ciò annoia. Si ammira quanto vediamo come si ammira l’ illustre tecnica di una bottega d’ arte, ovvero una forza del passato, là dove a noi importa, nel teatro e ovunque, solo la forza del presente.