Ma è Hitler o il Mago di Oz?

Franco Cordelli, Corriere della Sera, Sunday 20 January 2008

Luigi de Angelis, il regista del gruppo Fanny & Alexander, lavora per serie di spettacoli. Dopo i numerosi dedicati a “Ada” di Nabokov, e dopo Heliogabalus, ecco Him, primo d’una nuova serie per Il mago di Oz, o meglio per la sua protagonista, la fanciulla Dorothy. Vi è, in tutto ciò, una straordinaria, ossessiva, quasi morbosa continuità. Il personaggio archetipico potrebbe essere l’Alice di Lewis Carroll. Con Ada il tema dell’androginia si fa esplicito. Esso torna nell’Eliogabalo di Artaud, con connotazioni di ambiguità meno sfumate. Perfino in un recente spettacolo dedicato a Landolfi echeggiava lo stesso tema, fondato sulla figura dei “nippies”, i simulacri.

In Him la sorpresa è massima. La scorsa settimana definivo all’ennesima potenza Molly Sweeney, lo spettacolo che De Rosa ha tratto dalla commedia di Brian Friel: in esso uno strato linguistico si sovrapponeva all’altro, ovviamente modificandolo. Ma erano linguaggi posti per così dire in verticale. In Him, tanto semplice è ciò che vediamo quanto complesso, turbinoso, a-simmetrico il percorso per arrivare alla forma di cui siamo spettatori. Sulla parete di fondo scorre Il mago di Oz di Victor Fleming. Sul vuoto palcoscenico c’è un solo attore, in ginocchio, è Marco Cavalcoli. Davanti a lui, a terra, un piccolo computer (credo sia un computer su cui scorrono le immagini del film sincronizzate con le immagini che vediamo noi spettatori). Cavalcoli rotea la bacchetta di un direttore d’orchestra.

Ma notevole è che Cavalcoli, Him, Lui, è nientemeno che Hitler. Lo individuano in modo infallibile il vestito marrone, la camicia color terra, la cravatta ugualmente marrone e, si capisce, i baffetti e i lisci capelli che cadono sulla fronte. La mente va subito a un’identica, o simile, immagine di Maurizio Cattelan. Di questo Hitler, denominato Him, vi sono in circolazione due o tre copie. Una di esse è al Castello di Rivoli. Si tratta di una statua, a grandezza naturale, in vetro-resina, con una finta pelle per viso e mani. Il vestito è uguale, o quasi uguale, a quello di de Angelis.

L’unica differenza tra questi due simulacri è che quello di Cattelan vuole essere guardato, e quello dello spettacolo ci guarda, anzi agisce, dirige un’immaginaria orchestra, in altre parole non è solo un pupazzo, è un attore.

L’eccezionalità dello spettacolo non consiste nel mero stravolgimento, ironico e svagato, dell’ironia di Cattelan, della sua macabra ironia. Qui siamo di fronte a una messa in scena critica del testo proveniente dalla sfera delle arti visive e, in un vertiginoso agglutinarsi dei linguaggi, del film di Fleming. Non c’è solo Cattelan. C’è anche, o prima di tutto, il mago di Oz, quel famoso ciarlatano per bambini, per i bambini che tutti noi siamo.

E chi altri è, nel linguaggio di Fanny & Alexander, il ciarlatano principe, quel puerile, demente mago, se non Hitler, Him, Lui? Assente ogni riduzione del criminale a burlesco personaggio, questo Hitler che si contrappone al candore di Dorothy (il suo Eliogabalo!) non è più Hitler ma, artefice di una prova stupefacente, è Marco Cavalcoli.

A furia di eccessi, l’attore depotenzia il suo personaggio. Egli fa il mago in tutti i sensi, ovvero dirige il gioco – del desiderio della casa e di quello della fuga da essa, del desiderio criminale e del pentimento (in ginocchio) – anche con la voce: nell’inglese originale del film, tutte le voci sono la sua. La vera casa, ci dice, è ciò che facciamo di noi da adulti, quando, come Dorothy, siamo senza casa.