west

La sete è tutto. L’immagine è zero

Erica Bernardi, Paneacqua.eu,

Grande successo di pubblico per “West” di Fanny & Alexander al Cinema Teatro Lux di Pisa. Personaggi informi che delineano la condizione di perenne indecisione della nostra modernità sono i protagonisti del soliloquio di una più che mai in-yer-face Francesca Mazza.

Quando le luci si sono accese e ho visto Francesca Mazza seduta su quella sedia, dietro quel tavolo, al centro del palco ho pensato al primo frame de “La Fille sur le Pont” di Patrice Leconte. Il film si apre con un omaggio alla pellicola più autobiografica del maestro Truffaut, più precisamente alla scena nel quale il giovane Antoine Doinel in riformatorio viene interrogato da una psichiatra che gli pone domande sulla sua vita intima e sui difficili rapporti con i genitori, cui Antoine risponde con sconcertante franchezza. Leconte mette sulla sedia d’analisi la storia e la vita dell’affascinante Adèle. Anche Adèle (Vanessa Paradis) è un inquieta ragazza: dopo aver tentato il suicidio gettandosi da un ponte della Senna ed essere salvata da Gabor (Daniel Auteuil) lanciatore di coltelli, non avendo nulla da perdere accetta di fargli da bersaglio nei suoi spettacoli.

Tra i due si instaura a poco a poco un rapporto ambiguo, di amore-odio. Questo film è la storia di un rapporto fuori dagli schemi, non definibile, e di un viaggio continuo. È la storia di una donna che non riesce a sentirsi amata quanto vorrebbe, che non riesce a sentirsi a proprio agio in alcuna situazione, che non riesce a scegliere, che non riesce a dire di no.

È il caso del “personaggio più fuori moda” che interpreta Francesca Mazza in questo esperimento, robotica, elettrica, guidata da impulsi sonori. Le dita tamburellano, manca il coraggio di dire NO, per sentirsi sempre amata, accettata.
Fanny & Alexander provano a tracciare la difficoltà nel fare delle scelte di questa nostra epoca, la difficoltà di prendere delle posizioni forti. E ci raccontano come ci si riduce quando non si riesce ad esprimere nessuna preferenza: quando tutto è per tutti allora è come non dare nulla. “Solo così sarai un donatore, se esprimerai una preferenza”. Non si può arrivare dappertutto, non si può accontentare tutti, non si può piacere a tutti, non si può fare tutto quello che ameremmo fare. Poche cose ma con criterio, e decisione. Perché “le persone ci prestano molta meno attenzione di quello che crediamo”, è il caso delle platee del nostro tempo che non sono educate a vedere cose non spiegate, non servite in modo mediatico. Che non riescono a sorpassare lo step della percezione (quando percepire non è uguale a comprendere e capire) e che confinano il pensiero negli interstizi delle abitudini.
“Faire le quatre cents coups” (idioma che ha ispirato il film di Truffaut) in francese significa “fare il diavolo a quattro”. Francesca Mazza fa del corpo nella sua interezza un’interfaccia di comunicazione, poiché “nessun luogo al mondo è come questo”, il teatro cerca di riappropriarsi del proprio spazio sovversivo e rivoluzionario. Il teatro vuole abbattere la prepotenza dei rituali a bassa intensità, dell’immagine che diviene mondo.

Le avanguardie del primo novecento hanno liberato l’arte della tirannia del significato: la funzione etica dell’arte è oggi più che mai quella di generare linguaggi dalle cose, dai materiali, dagli strumenti e dalle tecnologie, poiché è nel linguaggio che si disegnano gli schemi dell’esperienza umana e la possibilità di riflettere su di essa. Il teatro è lo spazio in cui si vuole saper dire di NO a quella droga sociale pesante del mondo occidentale che si chiama illusione.

L’illusione di poter essere chiunque e dappertutto, “periferia e centro, intelligenti e coraggiosi”, l’illusione di poter fare “scelte normali ed eccezionali”. Quell’illusione che ci rende nevrotici a tal punto che le nostre parole (come le parole della Mazza) dicono sempre il contrario di quello che dice il nostro corpo (come il corpo dell’attrice), nel costante inseguimento di un’effige che non raggiungeremo mai, continuando ad avere sete, sempre più sete. Fino a quando non ci sarà più acqua da bere. “Fra un minuto non ci sarò più, fra un minuto non ci sarò più”: buio in sala.

Questo l’Occidente di Fanny & Alexander, un occidente di ignavi che girano nudi per l’eternità attorno ad un insegna non descritta, punti da vespe e mosconi. Un occidente di cadaveri viventi, che non sa agire né nel bene né nel male, che non sa prendere posizioni, che si limita ad adeguarsi sempre, per il timore di non essere amato o accettato. “Signor Presidente, voglio saper dire di no”.