La realtà, l’illusione, l’inganno

Francesca Brancacci, persinsala.it,

Un solo attore, due spettacoli: al Teatro i Fanny & Alexander danno tridimensionalità allla topografia della Città di Smeraldo, lasciando la parola al suo creatore, il Mago di Oz. Stupore ed emozione per l’ultima, magnifica creatura ispirata alla fiaba di Frank Baum.
Basterebbero poche righe per descrivere la serata, quello che si è visto, quello che si è sentito. Quello che succede sul palco nei due spettacoli che la compagnia Fanny & Alexander presenta al Teatro i potrebbe essere presto detto, le azioni, i contenuti, le idee, le innovazioni potrebbero essere ricordate e raccontate senza fatica e senza spreco di tempo. Ma per parlare delle emozioni che ogni spettatore ha provato, delle sensazioni particolari, dei significati e e dei pensieri, non si trovano le parole.
Il punto di partenza per entrambe le performance è la famosa fiaba di Frank Baum, Il Meraviglioso Mago di Oz, testo che la compagnia ha scelto come perno e fonte d’ispirazione negli ultimi anni, producendo così una decina di spettacoli aventi tutti Oz come filo conduttore. Ogni volta è un tema diverso a essere messo in scena, un diverso punto di vista o una diversa componente. In questo caso, è il centro stesso – sia topografico che tematico: la Città di Smeraldo e il suo fondatore, il Mago del titolo.
Tutti conoscono almeno i personaggi della storia. L’ingenua Dorothy, lo Spaventapasseri senza cervello, l’Uomo di Latta senza cuore e il Leone senza coraggio. Tutti sanno che gli eroi vanno dal Mago per chiedergli in dono ciò che ad ognuno di loro manca, che dopo estenuanti prove essi ottengono quello che volevano in formato placebo, e che questo basta per farli sentire forti, completi e felici; che alla fine della storia Dorothy riesce a tornare a casa e che, come in ogni libro per bambini, tutto finisce bene.
de Angelis immagina che tutta l’umanità si rechi dal Mago a chiedergli un dono; e lo spettatore sente (in cuffia, e quindi individualmente, in solitudine) le preghiere di questa moltitudine sofferente. C’è chi vorrebbe non sentire più il suo cuore, chi si accontenterebbe del coraggio di dire no, chi spera «in una perdita di controllo, una perdita di lucidità».
Ognuno ha un suo tono di voce, una sua lingua, una sua storia, un suo dramma. Il pubblico ascolta impotente il dolore del mondo, proprio come un Mago impostore può aver ascoltato le richieste di Dorothy e dei suoi compagni, ascolta le parole del desiderio ancestrale di trovare un mago, umano o divino, che si faccia portatore di tutti i problemi e le croci, un capro espiatorio con la bacchetta magica.
E mentre ascolta, mentre le esperienze di sofferenza si sommano e si accumulano nelle orecchie e nell’aria, sul palco, con gli occhi puntati verso la sala buia, un fragile Hitler inginocchiato mostra instancabilmente le reazioni che i racconti provocano sul suo viso. Attraverso la mimicry (o lingua non-verbale della mimica facciale) il suo volto diventa «riflesso condizionato di tutte le voci umane, miste eppur discrete», come si legge nel programma di sala.
Eppure, purtroppo, Emerald City, la Città di Smeraldo, la meta del pellegrinaggio, il santuario a cui si arriva sperando di esere assolti non è nient’altro che un miraggio, o peggio, un’impostura, un’illusione che il Mago stesso ha creato. Così, per entrare nella città, dobbiamo indossare degli occhiali 3D, proprio come nel libro di Baum gli occhi dei personaggi sono costretti a guardare attraverso delle lenti verde smeraldo.
Niente è come sembra, quindi; ma se si guarda con attenzione, si può scoprire con angoscia che dietro alla purezza, alla gioia, all’amore fraterno e alla serenità si nascondono i loro contrari. Ed è proprio per non provare questa angoscia, sembra voler dire il regista, per non veder cadere i bei muri dell’illusione, che a volte non si tolgono gli occhiali, non si aprono gli occhi.
Secondo spettacolo, seconda finzione. Per rappresentare il Mago, cioè colui che della finzione ha fatto la sua reggia e la sua stessa identità, Fanny & Alexander sceglie di utilizzare il film che ancora più del libro ha consacrato il Mago di Oz come storia nazionale americana: quello di Victor Fleming del 1939. Già finto proprio per sua natura, in quanto film; finto una seconda volta perchè a colori, in Technicolor (ai tempi in cui è stato girato, il colore identificava gli eventi fantastici, irreali), e una terza perchè i suoi personaggi invece che parlare si esprimono cantando, The Wizard of Oz (questo il titolo originale del film ) diventa emblema della finzione perchè associato al doppiaggio in diretta di un unico attore, lo stesso del primo spettacolo negli stessi panni, quelli di Hitler, quelli del Mago. Come un direttore d’orchestra, Marco Cavalcoli dirige ed interpreta le voci di tutti i personaggi e addirittura la colonna sonora, con una performance di incredibile bravura e fatica – l’attore, per tutto il tempo in cui il film scorre alle sue spalle, recita, in inglese, muovendo le braccia, in ginocchio.
Si prova ammirazione per la pellicola e per l’attore, ma soprattutto si ride, e poi si esce sorridenti, assuefatti dall’inganno.
Forse, tutto è proprio come sembra. Se solo aprissimo gli occhi.