Discorso Grigio

Discorso grigio – Discorso giallo

Roberto Canavesi, teatroteatro.it,

Il progetto originario, sei monologhi a tema per altrettanti colori, indaga in chiave analitica e provocatoria la forma del discorso come modalità di relazione tra individuo e società, tra singolo e collettività: un’indagine a tutto campo che il gruppo di Fanny & Alexander ha promosso a partire dalla piéce dedicata all’universo della politica.

Discorso grigio, un’ora di rapsodica ed a tratti delirante narrazione con l’adrenalinico Marco Cavalcoli in un’impegnativa prova d’attore: indossando un doppio petto grigio ministeriale con in testa una cuffia, attraverso cui riceve continui “stimoli” secondo un modello già sperimentato dalla compagnia ravennate, Cavalcoli sciorina una re-mix delle voci dei protagonisti della scena politica degli ultimi decenni, senza peraltro mai cadere nella parodia e nella macchietta. C’è spazio per il Cavaliere, ma anche per la vecchia e nuova generazione della sinistra come per quelle schegge impazzite negli anni affacciatesi, con più o meno successo, sulla ribalta italiana: frenetico e nervoso, a tratti marionettistico, l’applaudito interprete assume movenze da disc jockey per un racconto dove le parole sono talvolta solo abbozzate, spesso deformate, in un profluvio verbale che vede la retorica politica diventare sempre più martellante incubo di suoni e gesti, quasi a volerci ricordare come ad una cascata di parole corrisponda spesso una desolante vacuità di contenuti.
Si cambia colore e si cambia ambito con il Discorso giallo costruito intorno al rapporto educazione-televisione: la non meno brava Chiara Lagani è una diligente scolaretta con tanto di fiocco giallo che accende e spegne lo spettatore con un telecomando. Si passa da Alberto Manzi alla Sandra Milo di Piccoli fans, per arrivare agli Amici di Maria de Filippi, in un percorso avanti nel tempo ma indietro nei contenuti: se infatti negli anni Sessanta il maestro è stato il fautore di una precisa missione di alfabetizzazione mediatica, con le prime platee di bambini e con quelle dei moderni talent si crea un pericoloso “vuoto culturale” che la Lagani impietosamente fotografa. Il tutto per arrivare a quella Maria Montessori precorritrice di una pedagogia che pone al centro dell’attenzione il minore inteso come personalità dotata di piena autonomia: e se in questo viaggio non manca una buona dose di cinismo, ci piace pensare come valga ancora per noi quel “non è mai troppo tardi”, ieri motto televisivo ed oggi messaggio di speranza, che accompagnò il maestro Manzi nell’inaspettato successo.