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Fanny & Alexander scuotono le coscienze dell’uomo

Roberto Rinaldi,, teatro.org,

Un girone dantesco dove trovano posto tutte le “voci di dentro” parafrasando la celebre commedia di Eduardo De Filippo, solo che qui è un mondo sotterraneo di voci che paiono emergere da un caos apocalittico, in cui si è costretti a fare i conti con la storia tragica dell’umanità. La follia cieca di un piccolo uomo esaltato dalla sua delirante onnipotenza. È all’udito e alla vista che viene chiesta una sopportazione al limite di ogni resistenza umana. L’ascolto è obbligatorio e non discrezionale se si vuole assistere alla messa in scena dove si viene muniti di cuffie auricolari e di un paio di occhiali con lenti colorate speciali, riservate solo al finale, quando, finalmente cessa il logorante, snervante, inquietante flusso di parole in molte lingue diverse che sommergono il pubblico e lui, il piccolo dittatore inginocchiato sul piedistallo. Hitler. Sta al centro della scena vuota quasi a simboleggiare un altare pagano disposto per la venerazione di una divinità del Male. Ancora una volta il mago di Oz appare nelle sembianze di un corpo umano che incarna il volto del dittatore nazista, il quale a sua volta è la mutazione da un’opera d’arte (il riferimento è all’opera di Maurizio Cattelan), l’uno contenuto dentro l’altro, come un gioco cinese ad incastri. Arrivano le voci dell’intera umanità mescolate, confuse, sovrapposte, caos linguistico e parossistico. Raccontano con tono dolente, quasi atono, supplicano, Sono spezzoni di narrazioni che raccontano violenze, guerre, soprusi, instabilità psichiche, mentre il corpo immobile – attore – simbolo, volge il suo sguardo verso di noi. Sguardo allucinato e mutevole, in grado di creare infinitesimali variazioni fisiognomiche. Un volto senza anima, senza parola, senza anima. Triste e demoniaco. Vittima di lui stesso e di quel logorante cicaleccio di voci imploranti. Un gioco perverso in cui si viene ipnotizzati, catturati. Ma non è la stessa cosa accaduta ai popoli soggiogati, manipolati, plagiati dal potere e dal suo agire terrificante? Voci che confessano, spiegano, raccontano vissuti biografici, a cui si mescola un monologo tratto dal “Mago di Oz, e un evento di cronaca selezionato individualmente. Tre livelli di narrazione che si incastrano tra loro e creano una miscela straniante per la mente razionale che deve soccombere e lasciarsi guidar senza opporre resistenza. Al termine la vista protetta dagli occhiali. Buio in sala. Hitler riappare in formato 3-D e impone lo sguardo su di lui, l’attenzione ad una sua esibizione sfacciata. Un obbligo materiale che si trasforma in una costrizione morale. Non c’è scelta. Straordinaria prova d’attore fuori dai consueti canoni di recitazione per Marco Cavalcoli, capace di “far parlare” il viso, mutare espressione, rendere visibile e decifrabile tutto lo scibile umano. Grande prova collettiva di un gruppo teatrale nella sua ricerca costante di significati e codici di lettura. La psiche umana e la coscienza dell’uomo come fonte di creazione inesauribile. Tra gli spettacoli più interessanti e suggestivi visti al Festival.
WEST
Sola in scena, in preda a continui sussulti nevrotici, una gestualità nevrotica, ripetuta, stereotipata. Sembra in preda ad una forma di allucinazione che la costringe a ripetere meccanicamente parola, gesto e suono con un fare tipicamente schizofrenico. O sottoposta ad un esperimento ipnotico. Ed è questo che fa Doroty, la protagonista. Una donna per certi versi anche commovente nella sua genuina volontà di lasciarsi guidare in un diabolico e perverso testi di persuasione occulta. Cosa succede in scena? Sola e seduta ad un tavolino di legno viene comandata a distanza da due voci che arrivano negli auricolari. Due differenti generi di comandi. Uno legato ad una serie di cliché gestuali, il secondo a una serie di frame testuali che diversamente combinati, danno vita ad un testo. Sono le spiegazioni del minuscolo foglietto consegnato all’atto di entrare in una specie di ring metafisico dove sul pavimento è disegnato con nastro bianco adesivo un quadrato. Una forma geometrica per delimitare lo spazio e il movimento a disposizione della donna. Un raffica di comandi e impulsi da far venire una nevrosi ossessiva a chiunque. Una ripetizione assordante per condizionare la mente umana. Per un pretesto banale. La psiche viene stravolta e la propria persona subisce un’alienazione pericolosa. La tensione nell’aria è palpabile e può essere toccata con mano. Parole che si incrociano, si confondono, subisco accelerazioni repentine, inversioni di senso. Si pronuncia una domanda alla quale non riesce a darsi una risposta. Una comunicazione che somiglia tanto al nostro mondo dove tutto diventa eccessivo e logorroico. Iincomunicabile. Una prova di recitazione straordinaria per un’attrice capace di immedesimarsi talmente da destabilizzare le coscienze di chi l’ascolta. Una bravissima ed intensa Francesca Mazza stupisce per la perfetta adesione alle intenzioni registiche -drammaturgiche di Chiara Lagani e Luigi De Angelis, fondatori della Compagnia ravvenate. Un felice sodalizio capace di portare sulla scena la nostra realtà quotidiana, soggetta a continue manipolazioni da cui facciamo fatica a uscirne. Lunghi e vibranti applausi hanno sancito il successo finale e un ringraziamento speciale alla brava attrice comprensibilmente provata quanto emozionata.