Il sottile confine tra follia e magia in Oz

Michele Miglionico, Teatro.Org, Friday 15 February 2008

L’esperienza di assistere a questa performance è surreale.
Marco Cavalcoli è inginocchiato lì, al centro del palco, truccato come Adolf Hitler; alle sue spalle, il classico film “Il mago di Oz” procede, mutilato della sua pista audio. Il dittatore scimmiotta un direttore d’orchestra, nei suoi ipnotici, ossessivi movimenti delle braccia. In tutto questo, l’attore recita il film. In inglese. Doppia uomini, donne e animali; canta a cappella i brani del musical; intona la colonna sonora; fa le veci del rumorista in tempo reale. La sincronia con il labiale (e non) della pellicola è assoluta.

Pur tra due alternative, c’è l’imbarazzo della scelta sull’approccio per seguire lo spettacolo. Ci si può concentrare sul film in proiezione, sghignazzando per la folle precisione del sonoro fresco di emissione; oppure, lo sguardo può puntare sullo stesso protagonista, che non si limita a dirigere, letteralmente, l’orchestra delle sue corde vocali, ma che impersona istante per istante i personaggi che si susseguono alle sue spalle. Particolarmente efficace la sua interpretazione mimica e vocale del pavido Leone.

Il pubblico non può fare a meno di ridere. Il contrasto tra il dolce viso di Judy Garland e l’imitazione della sua voce, per citare un esempio, è di immediato effetto comico. Non è importante conoscere la trama de “Il mago di Oz” o riuscire a comprendere i dialoghi in inglese. Qui il gruppo ravennate “Fanny & Alexander” punta soltanto a stranire e divertire. Di certo, per una maggiore correttezza, andrebbe indicata sul cartellone la reale natura dello spettacolo, in special modo l’interpretazione in lingua originale del film. Man mano anche i più scarsi anglofoni ingranano nella comprensione, ma chi fosse a totale digiuno della lingua di Shakespeare…?

Nell’ambito di “Scene Dinamo”, con questa prima regionale l’Opificio Fabrica Famae dà ancora spazio a questa nuova frontiera del teatro, che supera il semplice monologo. L’impossibilità di sostentare un’intera compagnia mette al muro i singoli artisti, che si caricano il fardello di tutti i ruoli di uno spettacolo, raschiando il fondo del barile del proprio talento. Così era stato con il recente adattamento di “Ubu Incatenato” del gruppo Fortebraccioteatro; così era stato con “Ecce robot” di Daniele Timpano, più accostabile a “Him” perché anch’esso basato sul gioco (inverso) del missaggio del doppiaggio di un’opera nata per lo schermo – in quel caso, il cartone animato “Mazinga Z”. E’ questo uno dei futuri più probabili per la drammaturgia?
Marco Cavalcoli, dotato di memoria e vocalità non comuni, meriterebbe prove più sane e tradizionali, per raggiungere una platea di maggior respiro.