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Il Premio Ubu 2010 a Francesca Mazza di Fanny & Alexander

Alessandro Fogli, Corriere di Ravenna,

Ancora una volta i premi Ubu riservano grandi soddisfazioni alla compagnia ravennate Fanny & Alexander, che alla cerimonia della 33a edizione, tenutasi ieri sera al Piccolo Teatro, vedono premiata come migliore attrice Francesca Mazza (candidata insieme a Mariangela Melato, Federica Fracassi e Arianna Scommegna), protagonista del loro West (visto recentemente al Nobodaddy di Ravenna Teatro). Uno spettacolo molto impegnativo per l’attrice di Cremona – che sempre con i Fanny aveva vinto l’Ubu nel 2005 come attrice non protagonista -, “costretta” a un’interpretazione sotto la guida costante di due tipi di input – verbali e di movimento – tramite auricolari.
Francesca, un nuovo premio Ubu e di nuovo con Fanny & Alexander.
«Il premio Ubu che arriva per West ha per me tanti significati, al di là dell’enorme piacere e onore che mi fa un riconoscimento così prestigioso. Un significato soprattutto legato proprio al mio rapporto con Fanny & Alexander. In questi mesi, dopo lo spettacolo, a chi mi rivolgeva i complimenti per l’interpretazione, ho sempre detto che per me West rappresentava il coronamento di una storia d’amore con la compagnia; è stato uno spettacolo nato in modo straordinariamente armonioso. Ricordo di aver incontrato i Fanny per il primo appuntamento esplicativo su cosa volevano fare di West il 4 di gennaio, e già in quell’occasione era tutto molto chiaro e definito; e quello che volevano allora è stato esattamente quello che ha poi debuttato i primi di giugno al Festival delle Colline Torinesi. Non c’è stato alcuno scarto, nessun ripensamento, è stato un percorso di lavoro molto lineare, molto sereno, e credo anche in virtù del fatto che sono ormai tanti anni che lavoriamo insieme, che c’è una conoscenza profonda, un’intima comprensione artistica oltre che personale».
D’altronde il personale, il vissuto, ha un ruolo importante nello spettacolo.
«Infatti. È un lavoro molto personale, molto costruito su di me. E poi i Fanny hanno creato questo dispositivo veramente geniale, con cui tramite auricolari guidano le mie azioni e le mie parole in direzioni diverse e allo stesso tempo! Io con i colleghi attori spesso ne parlo: è stata davvero un’esperienza unica, perché dopo tanti anni che sei “addestrato” a esercitare un controllo in scena – delle intonazioni, dei gesti -, loro mi hanno messo in una situazione in cui non posso esercitare questo controllo, non ho il tempo materiale per farlo, per cui lavoro in uno stato di trance; ed è vero che forse è uno stato che ti puoi permettere solo dopo che hai tanti anni di mestiere. Ricordo una cosa che diceva sempre Leo de Berardinis, cioè che la tecnica la devi sempre possedere a un punto tale che la puoi dimenticare. Ecco, forse questo è un po’ un esempio di cosa significhi andare in scena dimenticando quello che hai imparato ma contestualmente facendo tesoro di tutto quello che hai imparato. Dunque questo stato di trance mi è evidentemente congeniale».
Nello specifico, quali sono state le difficoltà maggiori nell’interpretare questo ruolo?
«Di difficoltà ce ne sono state fondamentalmente due. Devo confessare che ogni sera, quando vado in scena e mi trovo seduta a quel tavolo, sono sempre in uno stato di apprensione che è diverso da quello solito, e ogni sera mi domando se ce la farò. Perché effettivamente, al di là della fatica fisica, occorre un livello di concentrazione molto alto. Nel corso delle prove, lavorando per tante ore e stando sempre con le cuffie nelle orecchie, arrivavo a sera, a letto, che sentivo le voci. Occorre avere la mente separata, che va in due direzioni diverse contemporaneamente: dare un senso al testo che ti viene suggerito e compiere delle azioni specifiche nel momento e nel modo in cui ti viene suggerito. Quindi c’è stata proprio una difficoltà nell’affrontare questo modo pervasivo di essere diretta e, dico la verità, anche nell’accettare di essere in buona sostanza comandata. Certo, lo sapevo fin dall’inizio, ma a volte ho veramente provato moti di ribellione. Dunque da questo punto di vista è stato un lavoro che ha richiesto una grande disciplina. L’altro scoglio è stato quello relativo al fatto che Chiara Lagani mi ha sollecitato su questioni personali per comporre la drammaturgia, e a un certo punto ho avuto un istintivo pudore e turbamento al pensiero che avrei dovuto dirle pubblicamente, ad alta voce. Poi c’è stato un pensiero successivo che mi ha aiutata, ossia mettere in dubbio che le cose che mettevo in campo fossero veramente mie. In realtà sono semplicemente episodi che vengono presi come esemplari di questa fatica al dire di no, perché si era proprio partiti dal tema della richiesta del coraggio nel dire di no. E infatti le reazioni del pubblico mi dicono che al di là della mia personale vicenda è uno spettacolo che ci riguarda tutti, che parla di noi in generale. Perché credo che un po’ tutti noi abbiamo questo problema rispetto al conflitto, al dire di no, al sentirsi comandati. Vedo dalle reazioni che il pubblico non si sofferma tanto sul chiedersi se quello che racconto sia personale o meno ma nel riconoscersi in ciò che vede e sente».