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Il Mago di Oz sente le voci e finisce al manicomio

Osvaldo Guerrieri, ilsole24ore.com,

Fanny & Alexander è una delle compagnie più assidue del Festival delle Colline. E’ come se fra questi strenui sperimentatori di Ravenna e la rassegna diretta da Sergio Ariotti esistesse un legame che dalla stima artistica può deviare verso gli amorosi sensi. Quest’anno, alla Cavallerizza Reale, Fanny & Alexander hanno portato “West”, ultima e conclusiva tappa del loro lungo viaggio all’interno del “Mago di Oz”, il film di Victor Fleming che nel 1939 rivelò al mondo la grazia e il talento di Judy Garland. Era lei, all’epoca poco più che bambina, la Dorothy Parker che ha dominato il visionario viaggio teatrale di Luigi de Angelis e Chiara Lagani. E’ lei il totem dell’immaginazione che al di sopra di tutto sa scorgere la gloria. Ma dove? “Somewhere over the rainbow”. Ovvio.

E dunque eccoci a “West”. E’ affidato all’interpretazione solitaria di Francesca Mazza, che attende gli spettatori seduta a un tavolino nudo e povero. Sembra trovarsi al centro di un ring. Ai quattro lati svettano i quattro fari di un’illuminazione che non cambierà mai. L’attrice tamburella con le dita sulla superficie del tavolinetto. Con le sue scarpette rosse sembra premere senza sosta su invisibili pedali. Sono i primi segnali di qualcosa che assomiglia a un turbamento. Arrivano suoni percussivi e acuti. Spesso si sovrappongono e inghiottono le parole dell’officiante, che chiede a lungo, come in un’inchiesta senza sbocco, chi sia l’attrice più dimenticata della storia.

Dall’impetuosa colonna sonora (scenofonia, la chiamerebbe qualcuno) sbucano due voci che cominciano a infierire sulla povera creatura solitaria, le danno ordini, le suggeriscono battute. Gradualmente, il personaggio senza nome acquista il comportamento e i sentimenti che le infondono i due suggeritori. Racconta storie di vita, banali in sé, ma profondamente disturbate e ossessive. E ci accorgiamo che la creatura solitaria è la prigioniera di se stessa, combatte con i fantasmi, è posseduta dalla mente stravolta: non è più Dorothy, ma Judy distrutta dall’alcol e dai barbiturici.

Nello spettacolo non è importante quel che si dice, ma come si dice. La forma prevale sulla sostanza. E Francesca Mazza è bravissima a tenere saldi i tempi e i ritmi di un discorso che porta alla dissoluzione. Magari non troveremo germi di folgorante novità (per una compagnia che cerca l’oltranza è probabilmente un limite) ma la resa è ineccepibile.