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Il linguaggio manipolato di Fanny & Alexander

Anna Bandettini, www.larepubblica.it,

Tra i gruppi teatrali nati negli anni Novanta i Fanny & Alexander occupano un posto unico. Perchè sono giovani (Chiara Lagani, Luigi de Angelis, Marco Cavalcoli sono decisamente più giovani degli altri artisti usciti in quel periodo); perchè sono una officina d’arte (nella loro città, Ravenna, la stessa delle Albe), molto vivace, attiva, nelle diramazioni culturali ma anche negli incontri che sa tessere: e una officina anche prolifica visto che in vent’anni hanno prodotto qualcosa come una cinquantina di spettacoli, performance, installazioni; perchè i loro spettacoli sono complicati, ostici, difficili e hanno sempre la forza della sorpresa, capaci di porre lo spettatore di fronte a domande impreviste magari intorno a figure archetipe come fu tantissimi anni fa con Alice di Lewis Carroll.

Da un paio di anni i Fanny & Alexander stanno lavorando sul Mago di Oz, altro archetipo del nostro universo culturale. Questo lavoro – testimoniato tra l’altro da un bellissimo volume fotografico della Ubulibri “O/Z”, che è proprio quello che dice il sottotitolo un “Atlante di un viaggio teatrale” – si è sviluppato attraverso seminari, laboratori, residenze e tappe spettacolari.
L’ultimo che ho visto è West, che aveva debuttato al Festival delle Colline Torinesi e ora è andato in scena a Roma per Short Theatre alla Pelanda-Testaccio. In scena l’ ennesima Dorothy di questo viaggio, il personaggio che i Fanny considerano l’Avatar dello spettatore in questo viaggio col Mago di Oz. Sta seduta dietro un piccolo tavolo quadrato al centro di una scena vuota: da due microfoni, riceve ordini per fare dei gesti e dire frasi. Il tema che, invisibile, si insinua in un flusso di parole – che all’inizio pare un banale flusso di coscienza- è la manipolazione, la persuasione occulta e le reazioni che scatena nell’individuo che le subisce ma anche in quello che assiste, cioè lo spettatore. Man mano che procede quella partitura verbale e gestuale così manipolata diventa sempre più spezzata, singhiozzante, contaminata, nervosa, angosciosa, disperata senza che nè i gesti nè le parole arrivino (e anche qui si mescolano parole alte a frasi della quotidianità) mai a definire un significato preciso, a esprimere una scelta, un pensiero compiuto.

Personalmente ho amato di più l’onorico, visionario lavoro su Ada di Nabokov la cui algebrica ambiguità aveva trovato nel teatro di Fanny & Alexander fili molteplici di immagini e significati.

Questo sul Mago di Oz mi pare più estraneo, costruito. Ma quello che rende emozionante West è Francesca Mazza, con la treccia sfatta, l’abitino blu, bravissima a governare corpo e parola in quel flusso continuamente spezzato, rifatto, reiventato e a farne una partitura gestuale e verbale vibrante, concitata, calda. Davvero eccellente.