Il grande doppiatore ovvero il Mago di Oz secondo Fanny & Alexander

Andrea Balzola, ateatro, Monday 16 March 2009

Tutte le energie di Fanny & Alexander sono state catturate dal ciclone del fantastico regno di OZ (dal libro per ragazzi Il meraviglioso Mago di Oz, di F.L. Baum, ripreso dal film omonimo di V. Fleming, del 1939), ispirandosi al quale Luigi de Angelis e Chiara Lagani hanno costruito un grande progetto teatrale da realizzare tra il 2007 e il 2010, che prevede 6 spettacoli (Dorothy. Sconcerto per Oz; Him; Kansas; North, East, West, South; Emerald City), autonomi ma tra loro collegati come in una sorta di ipertesto, e un evento speciale finale (Eye of the Cyclon) che ne racchiuderà esperienze, tematiche e rilanci possibili.
Dopo aver debuttato nel 2007 in Macedonia e ad Amburgo con Dorothy. Sconcerto per Oz, de Angelis-Lagani lo stanno portando in Italia, scorporandone una parte, Him. If the Wizard is a Wizard you will see, per presentarlo al pubblico anche come spettacolo autonomo. E Him riesce pienamente a sostenere la scena, anzi, proprio la limpida essenzialità dell’idea drammaturgico-registica e la straordinaria bravura dell’attore ne fanno un piccolo capolavoro.
L’unico attore in scena, Marco Cavalcoli, si presenta vestito e con baffetti alla Hitler, si inginocchia davanti al pubblico, rievocando subito esplicitamente la nota scultura di Maurizio Cattelan che dà il nome anche allo spettacolo, “Him”: un piccolo Hitler in ginocchio, solitario, un simbolo del male genuflesso dall’arte davanti al Grande Mistero. Poi Him apre un microcomputer (sul quale scorrono le immagini del film sincronizzate alla proiezione, ma che lui non guarda quasi mai) che posa davanti a sé e impugna una bacchetta da direttore d’orchestra, mentre dietro le sue spalle si accende il grande schermo e appaiono le prime immagini del film Il Mago di Oz di Victor Fleming. Inizia lo spettacolo, l’attore-direttore si rivela in realtà un doppiatore perché il film è proiettato muto ed il pubblico sente soltanto la sua voce dal vivo, in lingua inglese come nell’originale, che dà vita sonora alle immagini.
Ma si tratta di un doppiatore particolare, di un doppiatore egocentrico, velleitario e tiranno che vuole l’impossibile: riprodurre da solo tutte le voci, i suoni, i rumori e le musiche del film. E questo produce un effetto straniante e sorprendente, lo spettatore è interdetto tra il guardare l’attore che con un’espressione esaltata, ipnotica, infantile e lievemente ironica tesse l’arazzo sonoro del film, senza quasi prendere fiato e con un ritmo incalzante “solfeggiato” dalla sua bacchetta-scettro; oppure guardare lo schermo, rivedere la mitica pellicola dell’immaginario infantile americano, con un occhio nuovo perché l’orecchio insegue i frammenti di dialogo, i rumori e le musiche simulate. Se l’occhio si sofferma troppo sullo schermo (e poco alla volta lo spettatore ne viene risucchiato), ci si dimentica l’artificio, la voce dell’attore diventa la vera colonna sonora del film, Cavalcoli è così bravo da caratterizzare perfettamente ogni personaggio, vento e galline compresi, senza alcuna esitazione, confusione o sbavatura, pare egli stesso un “omino di latta”, un computer. Se invece ci si ferma sull’attore la sua performance assume qualcosa di surreale, di sciamanico, come se egli fosse un medium grottesco che evoca mondi interi, affollati cantori dell’invisibile e dell’irrapresentabile. Se invece l’attenzione rimbalza continuamente tra lo schermo e l’attore, ne nasce un incrocio essenziale e minimalista ma straordinariamente efficace, nonché singolarmente originale, tra i due linguaggi, teatro e cinema. Fino a rovesciare anche il senso di entrambi i linguaggi, la serialità del cinema riscopre l’unicità irripetibile dell’evento, e il teatro evoca una deleuziana “ripetizione differente dell’uguale”. La meraviglia è che il mago-ciarlatano vince la sua missione impossibile di restituire la fitta complessità sonora di un kolossal semi-musical, il suo patetico e comico inseguire tutte le voci-suoni-rumori del film riesce comunque a creare una trama sonora che intrappola il pubblico, e trasforma con un incantesimo teatrale lo spettatore che ascolta in un ascoltatore che vede. Questa è la magia del tiranno – sembra dire il sottotesto dello spettacolo – la capacità di essere attore (non a caso Hitler aveva studiato recitazione, provava da attore i suoi discorsi e adorava i grandi attori), la capacità di mentire in modo così ostentato da apparire veri, la megalomania e il narcisismo che trasformano la scena in un unico grande specchio dove non l’attore-Narciso, ma il suo pubblico resta intrappolato e soggiogato.
La scelta della favola-film del Mago di Oz, non solo offre la sponda perfetta di questo disegno drammaturgico, ma identifica una mappa di temi e personaggi archetipici che fornisce la materia prima del grande progetto complessivo Oz di Fanny & Alexander, giacché oggi non nell’immaginario del mito ma nel mito dell’immaginario si ritrova la grande illusione di un riscatto del reale, luogo utopico (ma privato di ideologia) di sua ridefinizione o s-definizione, fanta-coscienza di un mondo in ombra che cerca luci artificiali e rischia di creare nuovi mostri travestiti da nuovi maghi.