Him e gli applausi

Vincenzo Branà, L'Informazione,

Hanno applaudito a lungo i bolognesi al termine di Him, lo spettacolo di Fanny & Alexander che martedì sera è andato in scena in piazza Maggiore. E se quella messa in campo da Comune e Cineteca, raccogliendo la bella proposta della curatrice Elena Di Gioia, era sulla carta una scommessa ardita, è un dovere dire, a posteriori, che la scommessa è stata vinta. «Piazza Maggiore è un luogo che riesce a ricostruire l’intimità di un teatro» aveva detto fiduciosa Elena Di Gioia alla vigilia dell’evento. E questo senz’altro è vero, e forse è stato perfino un elemento determinante per la conquista del risultato. Ma la perplessità risiedeva altrove: i Fanny & Alexander sono una compagnia “di ricerca”, tanto eccellente (Him è uno spettacolo visto in diverse città europee) quanto lontana dai tradizionali codici della narrazione. Il rischio insomma poteva essere quello che è uno spettacolo dal linguaggio troppo ostico fosse in definitiva inconciliabile con l’aspettativa di intrattenimento del bolognese che la sera, dopo il lavoro, si reca in piazza Maggiore. Ma già questa perplessità – che serpeggiava con un ghigno tra gli “addetti ai lavori” – soffriva a sua volta di un’aberrazione, dalla quale lo stesso direttore della Cineteca, Gian Luca Farinelli, metteva in guardia nel presentare l’evento: «Il Cinema sotto le stelle – diceva Farinelli – ha abituato il pubblico ad un’offerta di qualità. E ha dimostrato che la qualità paga». Farinelli ha senz’altro ragione: i gioielli del cinema muto accompagnati dal vivo dall’orchestra sinfonica o i grandi capolavori restaurati non sono certo didascalici o popolari. Ma il passato – specie se raccontato per capolavori – gode di un rispetto a priori nello spettatore, tutt’altro che
scontato quando in scena va il contemporaneo, o addirittura la “famigerata” avanguardia. La scommessa insomma stava tutta lì: come si reagirà al “nuovo”? Certo Him, nel suo articolarsi a cavallo tra cinema e teatro, attutiva la discontinuità dell’offerta. Ma non è alla pellicola che i bolognesi hanno gridato “bravo” una volta che lo spettacolo è finito. “Bravo” era Marco Cavalcoli, protagonista di una prova d’attore strabiliante, quasi sovrumana. “Bravo” era chi quell’idea l’aveva concepita e chi, incontrandola a teatro, l’aveva immaginata in grande, un giorno, in piazza Maggiore. E “bravo” era ovviamente chi quella visione l’aveva accolta e resa possibile. Regalando l’immagine di una piazza-teatro fitta e partecipe, primo segnale di sereno nell’orizzonte di un sistema teatrale punito da tanto disamore, del pubblico e della politica.