HIM

Luigi Coluccio, Close-Up.it, Tuesday 22 January 2008

Si dice che Hitler ogni tanto – a noi piace immaginare nei momenti più cupi… – facesse tirare fuori dal suo archivio cinematografico la copia personale del Grande Dittatore di Chaplin e, sorridendo, letteralmente, sotto i baffi, si abbandonasse alla visione del capolavoro comico del suo più acerrimo rivale…
E se avesse fatto lo stesso con Il mago di Oz?…

La compagnia ravennate Fanny & Alexander – Chiara Lagani e Luigi de Angelis, con Marco Cavalcoli – nella sua discesa romana mette in scena, dal 15 gennaio al 10 febbraio al Piccolo Jovinelli, lo spettacolo Him, costola estemporanea e solitaria dell’affresco favolistico à la Bosch di Dorothy – Sconcerto per Oz – al Teatro Palladium di Roma dall’1 al 2 febbraio.

Presentati entrambi in Italia ad ottobre 2007, i due spettacoli posseggono un principio di relazione che però si ferma solo al prelievo della figura dell’Hitler in punizione di catteliana citazione [1] : l’universo di monadi – termine usato dalla stessa Chiara Lagani – di Sconcerto per Oz non è altro che un mero accostamento di mondi primigeni e inviolabili – ma comunicabili – che, se osservati attraverso una lente escheriana – assoluta, prospettica, ingannatrice -, ridanno la visione intima ed essenziale di, per l’appunto, quella sola monade, quel solo universo. Cercare, ora, di immaginare Him come una performance teatrale a sé stante, collocata in un hic et nunc che è il Piccolo Jovinelli, ma ontologicamente racchiusa in un universo che si attuerà, mettiamo, al Teatro Palladium, non è più un volo pindarico così spaventoso…

Le riflessioni che se ne conseguono sono molteplici e tutte feconde di variegati sviluppi – l’analisi stessa del solo Him ha una sua ragion d’essere, ma questa stessa analisi troverà la giusta collocazione e sistemazione solo in rapporto ad una futura, ed indipendente, analisi di Sconcerto per Oz.

In scena abbiamo un Hitler in ginocchio e con una matita in mano. Dietro di lui uno schermo su cui iniziano a scorrere le immagini del classico Il mago di Oz (The Wizard of Oz, 1939, Victor Fleming). Ma, al posto delle voci di Judy Garland-Dorothy, dello Spaventapasseri, della Strega Buona del Nord e di così tutti i personaggi, è la voce del nostro novello doppiatore-dittatore che udiamo. E così avviene anche per quanto riguarda il cane Toto, l’uragano, lo sbattere di una porta, le canzoni del film e via dicendo. Un assolutismo artistico cha ha del patetico e del terribile insieme.

Ci risuonano in mente, ammonitrici, le parole di Aldous Huxley: “Il desiderio di imporre ordine al caos, di trarre armonia dalla dissonanza, unità dalla molteplicità, è una sorta di istinto intellettuale [...] L’opera di questa che io definirei “volontà d’ordine” è quasi sempre benefica nel campo della scienza, dell’arte, della filosofia [...] Ma nella sfera sociale, nel dominio della politica e dell’economia, la “volontà d’ordine” diventa veramente pericolosa”. Qui non si tratta di un atto “in potenza” politico o sociale: l’Adolf Hitler prostrato davanti a noi è inerme, sottomesso, incapace di sorridere alla sua stessa, a tratti esilarante, situazione, totalmente alienato da un qualcosa che è costretto a fare quando entra nella sala il pubblico e si abbassano le luci. La pericolosità sta propria nella sua paradossalità, nella sua indeterminazione: una volontà d’ordine – che noi sappiamo quel piccolo uomo possiede… – di stampo politico-sociale applicata all’arte, alla poesia, al teatro; un tentativo di liberarsi dalla schiavitù artistica a cui l’ha incatenato la Storia tramite un’enorme sforzo razionale ed emotivo e fisico assieme, capace di assoggettare i suoi stessi aguzzini. Un sorriso di quell’Hitler, uno spettacolo interamente doppiato, interamente rifatto da quella voce adunatrice di popoli, dispensatrice di guerre e stermini e magie, e l’incubo ritornerebbe – forse per non andarsene mai più…

Luigi De Angelis – qui alla regia – e Chiara Lagani – drammaturgia – sembrano essere consci di ciò: lo spettacolo verte essenzialmente sulla figura del doppiatore-dittatore, capace di reggere, fluire e far rifluire le risate, l’attenzione e lo stupore del pubblico. La monade, consciamente, viene mostrata fenomenologicamente, senza alcuna alterazione di regia o drammaturgia rispetto all’universo-mondo di Sconcerto per Oz . La tensione emotiva è costante: il senso di (amaro) stupore, di paura sottile, che attanagliava lo spettatore più consapevole alla visione de il cinematografico Mago di Oz qui rimane intatta. La possibilità di un sorriso del Fuhrer è troppo grande per essere paventata così fiabescamente…
Marco Cavalcoli ci offre una prova di gran classe: costretto a terra dal suo catteliano doppiatore-dittatore, ci guida nell’universo in Technicolor di Oz attraverso una matita e l’ausilio della sua mimica facciale e vocale. La visione centripeta dello spettacolo non viene mai meno grazie soprattutto alla sua grande capacità di affabulazione performativa – del resto simili capacità performativo-vocali le avevamo già ammirate nel bellissimo Ossigeno del Teatrino Clandestino l’estate scorsa a Short Theatre.

Somewhere over the rainbow cantava Dorothy con lo sguardo al cielo. Somewhere over the rainbow canta Hitler, da qualche parte nel mondo, in attesa di essere liberato…