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Francesca da «Oscar»

Massimo Marino, Il Corriere della sera - Bologna,

Non ha mai percorso una strada in discesa come attrice, Francesca Mazza. Questo meritato premio Ubu corona una carriera lunga e piena di ostacoli, intrapresa con entusiasmo per un teatro diverso, rigoroso, d’anima, spesso avaro di soddisfazioni. Cremonese, da anni trapiantata a Bologna, ha recitato con Leo de Berardinis e con molti nomi della ricerca italiana. Ieri presso la storica sede di via Rovello del Piccolo Teatro di Milano è stata proclamata migliore attrice italiana della stagione 2009-2010 per l’interpretazione di “West” della compagnia Fanny & Alexander. Con Massimo Castri, Alessandro Gassman, Armando Punzo, Fabrizio Gifuni, Roberto Saviano ha vinto il premio Ubu, assegnato da una giuria formata da circa sessanta critici.
Contenta, Francesca?
«Molto. Perché è un riconoscimento prestigioso e perché, come dicono persone di cui mi fido, me lo sono meritato».
Ci può parlare di “West”?
«Questo spettacolo è il coronamento di una storia d’amore con Fanny & Alexander che dura dal 2003. Cominciò con alcuni spettacoli tratti da “Ada”, il romanzo di Nabokov; è proseguita con la partecipazione al progetto ispirato al “Mago di Oz” di Baum, di cui “West” è una tappa».
Perché hanno scelto lei?
«Volevano mettere in scena l’Occidente. E io amo gli Stati Uniti alla follia. Ne ho visitato quarantuno stati. Gran parte del cinema e della letteratura che amo vengono da quel paese. Per la nostra generazione l’America è stata un faro, pur con le dovute critiche».
Nello spettacolo gli autori le suggeriscono parole, intonazioni, movimenti. Cosa si prova a recitare con tale costrizione?
«Molti spettatori non se ne rendono conto, ma io sono guidata dalla prima parola all’ultima. È una metafora della persuasione occulta. Ed è un nuovo modo di dirigere l’attore. Sono una specie di avatar, di supermarionetta. Sono costretta a mettere da parte me stessa; non ho nessun tipo di controllo su quello che faccio. Arrivo a lavorare in uno stato di trance».
L’interesse è anche un altro: questa eterodirezione nasce da materiali della sua autobiografia…
«Sì, Chiara Lagani è partita da episodi della mia storia personale per comporre il testo. In “Oz” i vari personaggi vanno dal mago per cercare qualcosa che manca loro. Io sono il leone. Vado a chiedere il coraggio di dire di no. Una cosa che nella vita non so proprio fare».
Come è iniziata la sua carriera di attrice?
«Quando ancora non sapevo leggere. Mia sorella aveva un gioco dove bisognava interpretare vari ruoli. Guardavo le altre e dicevo: come recitano male…».
Un po’ più vicino a noi?
«Ho frequentato la scuola di Alessandra Galante Garrone a Bologna. Poi ho recitato con Ugo Pagliai e Paola Gassman e ho fatto un altro spettacolo di giro. Finalmente ho partecipato a un provino con Leo de Berardinis».
Ha lavorato con Leo dall’83 al ‘95, diventando uno degli emblemi del suo teatro con personaggi quali Ofelia, la fioraia di “Novecento e Mille”, la Sgricia, la Maga di “Scaramouche”. Cosa le hanno lasciato quegli anni?
«Tantissimo. Una purezza di lavoro non incrinata dalla fine della nostra storia personale. Una grande formazione tecnica e un modo particolare di avvicinarsi al lavoro d’attore. Leo mi ha fatto capire l’importanza di assumersi la responsabilità anche politica di quello che si va a dire, di un teatro d’arte, di poesia, un teatro che abbia un senso e non sia puro intrattenimento. Mi ha insegnato che bisogna sempre interrogarsi, mai accontentarsi».
Da sette anni lei dirige la stagione del teatro D’Antona di Castel Maggiore.
«È un’esperienza felice, con un bel pubblico. In quel luogo ho la possibilità di fare una battaglia per il teatro in cui credo».
E ora, in che spettacoli recita?
«Sono in tournée con l’Accademia degli Artefatti in un ciclo di testi di Mark Ravenhill. Ho un progetto nuovo con Pietro Babina, “Eco”…. Sto diventando la zia della sperimentazione italiana!».
In che modo si racconterebbe come attrice?
«Sono innamorata del mio lavoro. Mi basta che mi mandino in scena per essere felice. Anche se non posso non registrare che è sempre più difficile farlo in maniera dignitosa, questo mestiere. E ciò mi fa arrabbiare. Ma non ho mai avuto un dubbio circa il continuare».
E il suo rapporto con Bologna?
«Ci vivo. Frequento i colleghi, mi sento parte dell’ambiente. Si dice, di solito, che è una città un po’ distratta rispetto alle forze in campo. Qualcuno, però, cerca di muoverla. Andrea Adriatico, con cui ho lavorato in parecchi spettacoli, è uno di questi, molto attento a fare i conti con le forze locali».