west

Fantasme

Massimo Marino, Controscene,

Mi scuseranno Francesca Mazza, Ermanna Montanari, gli autori, i registi, i musicisti dei loro spettacoli West e Ouverture Alcina se le accomuno in un’unica riflessione. Ma mi è capitato di vederle in due sere vicine, e la tentazione è forte.
Francesca Mazza in West di Fanny & Alexander recita in una scena perfettamente illuminata da luci diffuse. Ermanna Montanari in Ouverture Alcina del Teatro delle Albe spunta nel buio come un nero fantasma dal volto pallido, ideogramma giapponese (o cinese) del dolore, dell’abbandono.
Anche l’altra, in verità, è mascherata: è la Dorothy del Mago di Oz di Baum e del film di Judy Garland, con regolare treccia e grembiulino. Aspetta qualcosa, si agita dietro a un tavolo, qualcosa arriva, la travolge e finisce svuotata più che disperata. Anche Alcina è macinata da una forza esterna a cui cerca di opporsi ruggendo: Rimane distrutta, evaporata.
Diversi i toni di voce: come seccata, asciugata, prosciugata quella di F. Come un raglio straziato che ti spezza dentro, quella di E., farfalla schiantata.
F. si scuote, si offre, si muove in controtempo, combinando gesti con direzioni opposte, come una che fugge e non sa dove andare, che sbatte contro muri che la respingono. E. li penetra i muri di nebbia, di buio, con una faccia incisa nel dolore che scoppia in ebete risata. E si abbatte.
Parla e si confessa F., chiede coraggio a un misterioso “padre” interlocutore. Lo desidera, lo ammira, lo cerca nella sua bellezza di maschio l’amante stregato dai suoi occhi, Alcina: ma lui le sfugge, lasciandola inerte.
Due possessioni. In West Dorothy/F. è recitata da due “persuasori occulti” che attraverso una cuffia le dettano come una corrente elettrica gesti e parole che la scossano in controtempi. Lei si lascia attraversare, prendere, spostare, trascinare su tappeti sonori, con voce stridula, fonda come il miele, combattiva, incredula, rassegnata. Con uno sguardo che ti spezza dentro.
Alcina è l’abbandonata che raschia il dolore in un dialetto gutturale, primitivo, che rivive il corpo dell’amante rubato alla sorella, la follia, l’incantamento svuotato.
Donne, vittime di smagliante bellezza. Suoni sospesi su un bordone misterioso, che dalle orecchie si trasforma in fili di manipolazione, riducendo alla subordinazione totale della volontà in Dorothy. Canto spezzato in una sinfonia esplosa in pulviscoli elettronici quello di Alcina (con la musica splendente e rovinosa di Luigi Ceccarelli, live), con una nostalgia di campagna e futuro per il melodramma, per la crudeltà lunare di Turandot, per lo strazio senza resa di Butterfly. Diventa urlo, traslucido brillio. Mentre è lotta inerme, per non essere marionetta, quella di Dorothy.
Corpi trafitti, trapassati, trasfigurati. Donne-attrici: si squarciano, si mettono in scena, si offrono. Raccontano una penetrazione difendendosi, rapinandoci a fondo. Seducendo noi con due maschere di diverso dolore.
Disperato falsetto. Roche polifonie monologanti. Smarrimento. Luce piena. Nebbia. Buio.