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Fanny & Alexander: We Need Money! e il prezzo dell’arte

Marì Alberione, Duels, mercoledì 15 giugno 2016

È il 18 luglio e ci troviamo alla festa lungo la darsena di Ravenna che l’Amministrazione Comunale ha organizzato per celebrare il titolo di Capitale Italiana della Cultura. Festa popolare con concerti, stand gastronomici, mostre e performance a costellare un’affascinante area industriale in disuso della città romagnola. Fa eccezione l’Almagià, ex raffineria dello zolfo già da anni rinata come luogo per ospitare le ricerche di teatro e di danza che nascono o passano a Ravenna, e dove anche per questa serata si susseguono le ultime produzioni di Tanti Cosi Progetti, Menoventi, gruppo nanou e Fanny & Alexander. Spettacoli a ingresso gratuito: in una serata così affollata è garanzia che il pubblico sarà quanto di più eterogeneo, curioso e potenzialmente disinteressato si possa trovare; una situazione intrigante per Kriminal tango di Fanny & Alexander, quando a entrare all’Almagià sono anche tanti anziani e famiglie con bambini.Fanny & Alexander – compagnia fondata a Ravenna nel 1992 da Chiara Lagani e Luigi de Angelis – è da 24 anni una delle realtà teatrali più interessanti e rivoluzionarie per quanto riguarda la performance, l’utilizzo di nuovi linguaggi e nuove tecnologie e l’uso innovativo della drammaturgia. Dal 2011 sta portando avanti il progetto Discorsi che indaga il rapporto tra individuo e comunità attraverso un’analisi della retorica nei vari ambiti sociali. In We Need Money! – presentato in anteprima assoluta il 15 e 16 giugno nella rassegna Da vicino nessuno è normale che si tiene all’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano – affronta una delle questioni cruciali del nostro presente: l’economia. Un’assemblea di aspiranti azionisti è convocata in un teatro per discutere le linee guida di un crowdfunding che permetterà ai finanziatori di diventare parte integrante dello spettacolo che va in scena. Un cortocircuito che coinvolge attori e spettatori per uno spettacolo in fieri che riserva molte sorprese. Diretto da Luigi de Angelis, è scritto da Chiara Lagani, anche interprete con Consuelo Battiston e Marco Cavalcoli. L’abbiamo incontrata.

Ci spieghi meglio il progetto Discorsi?

È partito qualche anno fa ed è incentrato sulla retorica pubblica declinata nei vari ambiti: c’è stato il Discorso Grigio legato alla politica, che esplorava le forme e le retoriche degli interventi politici ufficiali, il Discorso Giallo sulla pedagogia, legata alla televisione, e il Discorso Celeste sulla religione. Doveva chiudersi con il Discorso Verde sull’economia, ma poi ci siamo imbattuti nei finanziamenti orizzontali e abbiamo deciso di mettere in scena questo paradossale crowdfunding, mettendoci al centro del crowdfunding stesso. Così il titolo è cambiato ed è diventato We Need Money!. È un tema fortemente legato alla comunità quello del produrre arte, del lottare per dare vita a uno spettacolo all’interno di un sistema che è stato delineato dal venir meno dei finanziamenti pubblici, è una forma di condivisione di cui vogliamo anche evidenziare i limiti.

E infatti avete scelto Scrooge come protagonista, certo non un personaggio positivo.

È un personaggio antipatico, l’uomo senza compassione, che non sa che cos’è la comunità e noi lo abbiamo scelto per gestire una comunità di soci. Rappresenta un archetipo. L’idea parte proprio da Scrooge. Studio per Discorso Verde in cui il personaggio di Dickens era riletto anche in chiave disneyana e questo è rimasto in We Need Money!, dove, peraltro, Scrooge trasfigura se stesso in altri personaggi (Agnelli, Berlusconi, Trump), che compaiono come fantasmi del passato e del futuro.

Nei giorni scorsi avete tenuto un laboratorio dal titolo “Siamo uomini o azionisti?”, aperto anche a chi non avesse esperienze in campo teatrale e i partecipanti sono entrati a far parte dello spettacolo.

Sì, il laboratorio è uno dei rewards, delle ricompense, del crowdfunding (che dal 16 giugno sarà aperto a tutti, ma lo abbiamo aperto qualche giorno prima in forma privata perché ci serviva per il debutto dello spettacolo). Donando 50 euro si partecipa allo spettacolo e chi lo fa diventa uno degli azionisti che Scrooge ha convocato. In qualche maniera si possiede una percentuale dello spettacolo che permette al finanziatore di condizionarlo (per esempio, Donald Trump ci è stato suggerito da uno spettatore che ha versato 30€). In questo modo, la trasformazione è continua, e lo spettacolo è destinato a modificarsi a ogni replica. Non è detto che quello che si vede in queste sere sia lo stesso che si vedrà in autunno a Ravenna o a dicembre a Roma, al Teatro India. La comunità è direttamente coinvolta. Tutto si riduce alla domanda, che è un po’ il cuore dello spettacolo: «Perché dovrei finanziare il tuo spettacolo?». Non abbiamo risposte, ma, forse, noi tutti siamo tenacemente attaccati all’idea che riunirsi in un luogo come un teatro, anche se è per far vivere un incubo (come può essere Donald Trump), possa servire per esorcizzarlo o anche solo per cercare di trovare un senso.

Anche in We Need Money! usate l’eterodirezione (dispositivo che mette l’attore in condizione di costruire il suo lavoro sulla scena a partire da input che gli vengono forniti dall’esterno in diretta). Questa volta non con un singolo attore, ma con tutti.

Sì, lo facciamo con tutto il coro. Lo spettro dietro questa scelta è volutamente cupo, riguarda la libertà di ognuno di noi: partecipo allo spettacolo, sono attore, entro a far parte del gioco del teatro che è un gioco libero, ovviamente con delle regole. In questo caso ci si muove all’interno di una regola gestuale e verbale che quando viene spiegata fa sì che anche lo spettatore che non ha partecipato al crowfunding prima, possa farlo in diretta, prendendosi una battuta che compare scritta sui muri. Questo permette di dar vita a un dialogo con chi è presente. Naturalmente così si dà spazio anche all’impasse, all’imbarazzo che ci può essere. L’eterodirezione è un po’ la metafora del sistema occulto che dirige tutto. Noi crediamo di scegliere, ma in realtà siamo scelti.

La frase che accompagna il crowfunding è «Si dice che la vera arte non ha prezzo… Da oggi ce l’ha!». È un attacco forte alla cultura che ormai sopravvive grazie alle sponsorizzazioni.

Abbiamo una visione fortemente cinica dello stato dell’arte e per la campagna – sono previsti altri eventi dal vivo non necessariamente in forma di spettacolo – abbiamo pensato a qualcosa che scatenasse una discussione, anche con persone che non sono d’accordo su un tema che tutti noi sentiamo e di cui non si parla abbastanza, anzi se ne parla troppo poco.


La partecipazione democratica allo spettacolo potrebbe aprire scenari inaspettati…

Ne siamo assolutamente consapevoli e nell’ultima scena c’è questa rivolta carnevalesca-incubotica degli azionisti che vogliono prendere possesso dello spettacolo. Il discorso sulla democrazia in assenza di un discorso libertario vero (c’è pur sempre l’eterodirezione) può comportare questa eventualità.

Comunque affrontando l’economia, che forse ne è l’aspetto più aberrante, in realtà fate un discorso politico profondo.

Sì, nel senso più ampio. Siamo consapevoli che si tratta di uno spettacolo atipico per Fanny & Alexander, probabilmente tradiremo le aspettative del pubblico. La partecipazione diretta del pubblico, una frontalità così scoperta che ci mette a nudo, è qualcosa che non avevamo mai fatto. Formalmente tutti gli altri nostri spettacoli erano conchiusi, questo ha una forma aperta che manterrà sempre, pronta a captare tutte le interferenze. Potrebbero aprirsi delle faglie. Staremo a vedere.