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Fanny & Alexander – Il nostro viaggio nel West di parole

Alessandra Vindrola, La Repubblica,

Sono fra gli ospiti “più antichi” del Festival delle colline. Ed è un controsenso, perché hanno poco più dell’età di molti esordienti. Ciononostante il teatro di Fanny & Alexander, “bottega d’arte” fondata a Ravenna da Luigi de Angelis e Chiara Lagani, vanta una storia lunga: quasi vent’anni sulle scene e oltre 50 fra spettacoli e video. Il segreto di questa strana combinazione fra l’età della compagnia e quella dei suoi ideatori è che il sodalizio è nato sui banchi di scuola: avevano sedici anni quando si sono conosciuti e non hanno più smesso di fare teatro insieme. Originale la loro storia, e ancora di più il loro teatro, che molti definiscono “barocco” e che il Festival delle Colline ha adottato, dapprima proponendo i loro spettacoli e poi anche coproducendo l’ultimo lavoro ispirato al Mago di Oz, otto spettacoli di cui l’ultimo, “West”, sarà al festival domani alle 19 (alla Cavallerizza Reale) e poi in replica martedì e mercoledì alle 21. Ma cosa significa teatro “barocco”? «Noi ci sentiamo barocchi nell’anima – spiega Chiara Lagani – il nostro non è un gesto puramente estetico. È un’ idea che va presa nel suo senso più profondo, ha a che vedere con la complicazione: è il gusto di dipanare le pieghe, di approfondire le cento domande che stanno dietro a ogni cosa. Anche per questo diamo vita a spettacoli “mastodontici”. Quest’impostazione contrasta con la semplicità formata da alternative bipolari, da una parte i bianchi e dall’altra i neri… Questa è la logica che ci è imposta, anche in politica o nella moda: d’altra parte controllare questa semplicità che obbliga a schierarsi è più facile che non tenere a bada chi si fa molte domande». Un discorso che vale anche per “West”? «Per “West” soprattutto. Perché il cuore di “West” sono due concetti, quello legato al flusso – un’idea tipica dell’ Occidente – e quello legata alla manipolazione». Ma in che modo tutto questo rimanda al Mago di Oz? «Il Mago di Oz fa parte del nostro lessico familiare. Penso che sia uno dei primi libri che ho letto. Rappresenta una sorta di ritorno alle origini. Questo ciclo di spettacoli è costruito attorno all’archetipo del viaggio. Idealmente, prima di concludere questo viaggio si toccano i quattro punti cardinali, di cui “West” rappresenta la punta estrema, ed è un viaggio anche attraverso i codici linguistici: perciò al centro dello spettacolo è la manipolazione effettuata dal linguaggio pubblicitario». Eppure “West” è uno spettacolo scarno, con una sola attrice, Francesca Mazza. «Dorothy è un avatar, quindi in ogni spettacolo è stata rappresentata da un’attrice diversa, compresa me stessa. Ma ogni volta lo spettacolo è costruito sulla pelle dell’attore che lo interpreta. In questo caso, l’attrice in scena riceve ordini, attraverso due microfoni, da due voci diverse, che le ordinano una di eseguire determinate azioni gestuali e l’altra azioni verbali. Le sue reazioni a questa persuasione occulta, che il pubblico arriva a capire a poco a poco, costruiscono una partitura imprevista, che cambia ogni volta. D’altra parte in questo abbiamo ancora tutti, spettatori compresi, un margine di libertà: il nostro modo di reagire, di riempire i vuoti fra un pieno e l’altro».