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Fanny & Alexander i frammenti di Discorso Celeste

Franco Cordelli, Corriere della Sera - Roma, giovedì 16 aprile 2015

Quando da regista divenne critico, Mario Soldati annunciò che avrebbe sempre distinto tra ciò che si ammira e ciò che si ama. Così vorrei distinguere per Fanny & Alexander, in scena con Discorso Celeste. Amo Fanny & Alexander. Ma amo è una parola imprecisa, meglio ho simpatia; anche ammiro è impreciso; ammiro, di Discorso Celeste, gli ultimi cinque minuti. Il resto é come Canelupo Nudo di Maurizio Lupinelli, di cui ho riferito recentemente. Anche in Discorso Celeste c’è un testo, ma non è che una parvenza di testo, qualcosa di inafferrabile, di inconsistente, di vacuo. Il teatro che discende dal teatro-immagine e che ha esaurito la sua storia da tre decenni, ci ciò consapevole si rifugia in parvenze di gestualità. Meglio sarebbe che si lasciasse andare a corpo morto nel passato: che per esempio interpretasse nella dinamica delle immagini un qualche illustre testo. In Discorso Celeste c’è un’idea di discorso su qualcosa, come nei precedenti dello stesso ciclo (Fanny & Alexander lavora per cicli). Tema attuale è la religione. Viene intesa come sua metamorfosi in feticismo, totemismo: dalla vicenda sportiva. Il campione è per noi è un santo, lo divinizziamo. Lorenzo Gleijeses si presenta in tuta e invita ad alzarci per ascoltare l’inno nazionale. Poi, dietro uno scherzo si esibisce in qualità di atleta (era un calciatore, ora è un boxeur, è sempre un’ombra cinese). Segue un dialogo con il padre (o è il Padre?). Dopo un triangolo piramide pieno di nebbia, in cui egli entra e esce, ci sono i minuti ammirevoli. Il campione appare in un tondo, è benedetto dal padre (la bella voce di Geppy Gleijeses), lo adoriamo con occhiali rossi e azzurri che rendono tridimensionale la sua figura, beata tra il canto degli uccellini.