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Fanny & Alexander e l’educazione: «Viviamo in una società bambina…»

Luca Manservisi, Ravenna & Dintorni, giovedì 04 dicembre 2014

Torna a Ravenna (dal 10 al 14 dicembre all’Ardis Hall) Giallo, sorta di versione da camera del Discorso giallo della compagnia Fanny & Alexander. Il “giallo” è stata la seconda tappa dei Discorsi (dopo il grigio, sul tema della retorica politica) e affronta lo spinoso tema dell’educazione. Unica interprete è Chiara Lagani che in Giallo mette a frutto gli esiti di lunghi laboratori condotti con i bambini delle scuole elementari di Parma e di Ravenna. L’abbiamo intervistata.
Perché affrontare il tema dell’educazione?
«L’educazione è uno dei sette ambiti umani che toccano i nostri discorsi ma è anche uno dei primi che abbiamo voluto trattare, subito dopo la politica. Forse perché è quello più strettamente legato, insieme alla politica appunto, all’idea e alla vita di una società. Non a caso tutte le volte che rifletti approfonditamente sulla scuola, o meglio sulla vita scolastica, ti appare subito l’immagine di una microstruttura sociale, molto ben definita. È come se passare dall’idea di educazione, di formazione, fosse necessario anche per dare una lettura corretta alla natura politica della vita della nostra società. Per capire meglio cosa volesse dire educazione, ho avuto la necessità di incontrare direttamente i bambini».
Quali bambini? E in che modo?
«Luigi (De Angelis, fondatore e autore dei Fanny insieme a Lagani, ndr) e io abbiamo individuato cinque o sei tipi di laboratori per bambini dai cinque ai dieci anni. Ho scelto quest’età perché, dovendo anche operare sul tema della tossicità del reale, del contemporaneo, ho pensato che questo fosse il tempo in cui si insedia per la prima volta il germe della tossicità nel bambino, in cui perdono un po’ della loro innocenza. In alcuni casi ti trovi di fronte proprio dei piccoli adulti. Ma è evidente la linea di confine: certi bambini sono poco prima di quel confine altri l’hanno già superato, gli ultimi sono in bilico sulla linea».
Come si è sviluppato il lavoro e quanti bambini sono stati coinvolti?
«Ogni modulo era un gioco teatrale pensato per loro e portava su di sé in modo differente come tema l’idea dell’educazione. Abbiamo coinvolto sei o sette classi, più un gruppo di una ventina di bimbi che i genitori portavano al pomeriggio nella nostra sede, Ardis Hall. Proporre un gioco era un modo per rivolgere loro una domanda molto seria sull’educazione».
Quali sono state le difficoltà maggiori? E le soddisfazioni? Cosa ti hanno insegnato i bambini?
«Qualcosa di inaspettato è davvero accaduto. Ho provato nei loro confronti di volta in volta stupore, paura, amore, soggezione, ammirazione, fastidio. E la cosa più forte è stata verificare che nel confronto diretto con la loro esperienza, il loro istinto, è molto difficile avere di noi stessi un’immagine che sia all’altezza del loro comportamento. Ogni gesto, ogni parola, molte risposte che si danno, certe intonazioni che ascoltavo nella mia voce ricadevano anche solo parzialmente ma irrimediabilmente in un cliché. La mamma, la chioccia, la maestra, l’animatrice. Difficile mantenersi puri al cospetto di un gruppo di bambini, delle loro interrogazioni, del loro dire le cose senza mezzi termini e perfino del loro ripetere, mostruosamente miniaturizzati, comportamenti adulti, ad esempio quelli dei genitori».
Come se ne esce?
«L’unica soluzione che ho trovato è stata quella del Personaggio, che io assumevo stringendo un contratto molto preciso e stretto con loro, attraverso il quale potevamo assieme sprofondare nello statuto del gioco. E così è avvenuto uno strano processo drammaturgico quasi involontario: tutte le letture che avevo fatto, le parole dei grandi classici della pedagogia si sono trasformate in mattoncini, tesserine che andavano a comporre e nutrire narrazioni diverse che proponevo ai bambini non per intrattenerli, ma per sapere da loro, alla fine, qual è il significato misterioso che si nasconde dietro all’educazione, cosa significa educare, cosa significa essere educati. Come si fa, e cos’è. Attraverso il teatro siamo riusciti a parlare di tutto questo».
Quale vuole essere il messaggio dello spettacolo rivolto in particolare a chi ha figli?
«Lo spettacolo è veramente un appello alla nostra parte bambina. C’è sempre questa parte che respira al fondo di noi e a volte ce la dimentichiamo. L’idea di partenza comunque era quella di lavorare sulla discrasia tra la parte adulta e la parte bambina che è in ognuno di noi. Come se in ognuno di noi ci fosse un bambino che non è riuscito mai fino in fondo ad essere bambino, come alcuni bambini che incontro, che in certi casi sembrano adulti prematuri, in una società che spesso rimuove l’infanzia, non le permette un suo spazio naturale e dunque non la comprende, non accoglie le sue istanze fornendole modelli che sono già irrimediabilmente adulti. Continuamente nei discorsi dei bambini che ho incontrato ci sono modelli adulti, quasi ad ogni frase che pronunciano c’è un adulto nascosto che parla attraverso di loro. E c’è qualcosa di paradossale in questo perché poi ci sono anche gli adulti incapaci di essere adulti. È una società bambina la nostra, incapace di crescere ma che al contempo ha rimosso l’infanzia come vera possibilità: e così i bambini non riescono ad essere bambini e gli adulti non sono ancora adulti. Credo che riguardare all’infanzia con attenzione rispetto e amore ci aiuti a riconciliarsi con una parte di noi: un genitore attraverso il figlio non rivede il mondo per una seconda volta, non impara forse i nomi le cose e i colori ancora una volta attraverso di lui? Questa è un’opportunità grandissima, no?».
Quali sono i prossimi progetti di Fanny&Alexander?
«Siamo al lavoro per Discorso verde che vede in scena Marco Cavalcoli. Sarà un lavoro su prodigalità e avarizia, sul rapporto col denaro e la sua mancanza, dal miracolo economico alla crisi globale. Debuttiamo quest’estate con due performance di avvicinamento al Discorso (il cui debutto è previsto per l’autunno prossimo, ndr), la prima “Scrooge” è un lavoro che parte dalla lezione sui soldi di Paperon de’ Paperoni ai nipotini, la seconda “Kriminal tango” è un omaggio a Fred Buscaglione. E poi in cantiere c’è un Flauto magico per cui curiamo regia, drammaturgia, costumi e allestimento su commissione del Teatro Comunale di Bologna: sarà un’opera in 3D, lavoriamo coi video-makers Zapruder, che debutterà il 16 maggio».