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Fanny & Alexander | Discorso Celeste

Angela Bozzaotra, http://nucleoartzine.com, sabato 18 aprile 2015

Poniamo una dimensione altra, all’interno della quale la scatola scenica sia implosa e abbia dato origine a uno spazio indefinito, incontro di presenze eterogenee: sonore, umane, digitali, materiche. Una scena divenuta schermo fisico, da attraversare e abitare, affermando l’indistinguibilità tra ombra e figura umana.
Di tal fatta è il contesto in cui ci si trova immersi nello spazio occupato dell’Angelo Mai assistendo a Discorso Celeste #Sport/Religione, terzo appuntamento del ciclo di performance Discorsi (2011) del gruppo ravennate di ricerca Fanny & Alexander, preceduto finora da Discorso Grigio (2012) sulla politica e Discorso Giallo (2013) sulla pedagogia.
Il progetto Discorsi indaga tale costruzione linguistica in rapporto a sei campi tematici (religione, politica, diritti, religione, guerra, educazione), a ciascuno di essi è abbinato un colore e una serie di riferimenti letterari, artistici e storici; le performance sono inoltre accompagnate da eventi scenici di altro tipo, come il radiodramma e la performance concerto, come nel caso di US – Il tennis come esperienza religiosa, “partita di tennis onirica” ispirata alla vita del tennista Agassi e dal titolo preso dall’omonimo libro di David Foster Wallace – presentata nel 2014 al Festival di Santarcangelo. Lì, il performer Lorenzo Gleijeses giocava una partita a tennis contro un avversario invisibile, incitato dal padre Geppy (noto regista e attore teatrale), presente in qualità di arbitro, sulle musiche ipnotiche e techno-dance del geniale Mirto Baliani, compositore, sound designer e illustratore romano.
In Discorso Celeste, ritroviamo nuovamente la coppia padre-figlio Gleijeses, l’ambiente sonoro originale di Baliani e l’istanza performativa e concettuale dello sport come metafora esistenziale. L’apparato drammaturgico costruito da Chiara Lagani viene ampliato, mentre la regia di Luigi De Angelis risulta arricchita dai numerosi effetti scenotecnici i quali rendono più astratta la performance, conferendole un’estetica quasi da rave, arricchita dall’inserimento di una proiezione 3d dei ZAPRUDERfilmmakersgroup.
Nello spazio scenico deframmentato dall’illuminotecnica si agisce una partita virtuale giocata da Gleijeses figlio, il quale segue le indicazioni della voice-off del padre Geppy: il suo scopo è diventare un campione, e per riuscirvi deve attraversare una serie di livelli, corrispondenti a diverse prove di abilità, nello schema tipico del video-game. La più difficile di esse, quella del salto, risulta il fulcro drammatico della performance e va ad assumere la connotazione di metafora del “salto della fede” appartenente all’esperienza religiosa.
Il mash-up come struttura compositiva è riscontrabile sia nella partitura coreografica, composta da movimenti appartenenti a vari tipi di sport (pugilato, tennis, calcio, pallavolo) che nella partitura sonora: qui un assemblaggio di registrazioni prese da cronache sportive si alterna a inni da stadio e cori religiosi, nonchè alla la voce live di Gleijeses padre, presenza immateriale spesso sovrastante quella corporea del figlio Lorenzo.
Tra luci stroboscopiche, cadute e esercizi agonistici, in una successione di brevi scene si svolge un doppio conflitto: quello del figlio con il padre/Dio e quello interno allo stesso performer, il quale effettua un training fisico e spirituale di preparazione alla performance (come si può leggere nel dialogo con Chiara Lagani), interrogandosi sul proprio passato di attore, in particolare sulla sua interpretazione di Gesù nella rappresentazione del testo di Giuliano Scabia Visioni di Gesù con Afrodite (2006) con la regia di Geppy Gleijeses, di cui un passo è d’altronde citato in Discorso Celeste.
Intrisa di riferimenti biografici, religiosi e letterari, l’opera di Fanny & Alexander rivela una lacerazione: quella dell’individuo nei confronti delle proiezioni di Sé, da abbandonare nel momento in cui affronta la prova più difficile – il salto nel buio – al cospetto della quale tutti siamo uguali, come un gruppo di tredicenni dilettanti prima di giocare la prima partita importante. Il duello contro la figura salvifica e allo stesso tempo opprimente del Padre appare condizione imprescindibile per rincontrarlo come “Padre Celeste”, in quello che Gleijeses chiama “Il mio paradiso”, un altrove con palme tropicali e suoni idilliaci di uccelli, approdo finale della visione dello spettatore, che viene virtualmente toccato dalla mano dell’avatar 3D del performer, finalmente sorridente.
Lo storico gruppo di ricerca ravennate in Discorso Celeste gioca anch’esso una partita, sul sottile confine tra figurazione e astrattismo (il cui apice è rappresentato dalla presenza di una luce violetta che divora il corpo del performer), tra resistenza del testo verbale e sua automatica riscrittura attraverso il meccanismo della ripetizione, dando vita a una performance strutturalmente ambigua, dove l’abbandono dello spettatore viene spesso bloccato dal repentino cambio di tono e di umore dell’evento, con il risultato di scuotere e turbare la visione, che l’apparizione finale dell’”icona” 3D lascia sospesa con un interrogativo: Dopo aver incontrato e vinto il padre, quale sarà il futuro del figlio? Non rimane che tifare per lui, alla fine del discorso.