T.E.L.

Le doppie verità del palcoscenico

Renato Palazzi, Il Sole 24 Ore,

Come si potrebbe definire T.E.L., la nuova proposta del gruppo Fanny & Alexander creata a cavallo tra due festival, tra due teatri diversi e realizzata con un piede da una parte e uno dall’altra? La definizione tradizionale di spettacolo come qualcosa che viene rappresentato direttamente sotto i nostri occhi gli va troppo stretta o troppo larga, visto che una buona parte di ciò che accade è sottratta alla nostra percezione e ancor più alla nostra consapevolezza del suo effettivo accadere.

Ma allora cos’è T.E.L., questo “studio” iniziale di un progetto che si svilupperà per almeno un paio d’anni? Un esercizio di drammaturgia multipla, dislocata nello spazio e forse anche nel tempo? Un incrocio virtuale tra due ribalte lontane, dove azioni complementari e simmetriche si svolgono davanti a platee specularmente escluse dalla totalità dell’evento? E quindi – domanda non di poco conto – il risultato dell’operazione è la divisione di un intero, o la somma di due metà?

La performance si compone di tre elementi: un tavolo dotato di sensori che lo trasformano in una macchina sonora. Due attori che dialogano a distanza, collegati fra loro via radio. E la figura di Thomas Edward Lawrence, attorno al quale ruoterà l’intero percorso. Lawrence d’Arabia significa l’illusione, l’utopia di poter appartenere a due mondi diversi. Significa la rivolta dei popoli del deserto. E significa il rapporto fra sogno e realtà, che è anche rapporto fra teatro e vita.

Al debutto dell’altra sera, in simultanea fra Napoli e Torino, di qua un’attrice, di là un attore. L’attore veste un frac, ma dipinto in colori mimetici, l’attrice un lungo abito, anch’esso mimetico. A tratti, guidato dalla voce dell’attrice, l’attore compie i gesti dell’addestramento militare: gli ordini che riceve, “alza i pugni”, “inspira”, rimandano alla protagonista eterodiretta in cuffia di West, il precedente lavoro del gruppo, e un po’ anche a The brig del Living Theatre, dove agli interpreti era imposta la stessa disciplina dei marines.

I gesti dell’addestramento alludono al periodo in cui Lawrence, deluso dal fallimento dei suoi ideali, si arruolò come soldato semplice nella RAF. Il passato alla testa dei beduini ribelli è invece evocato dal sofisticato apparato sonoro: toccando il piano del tavolo, ne ricava echi di tamburi, di canti tribali. In altri momenti sentiamo invece le parole dei ministri Sykes e Picot, gli emblemi del potere coloniale, che si accordano a sua insaputa sulla spartizione dei territori arabi.

Questa, a mio avviso, è la chiave dell’esperienza cui assistiamo, una riflessione sulle doppie verità della Storia e del teatro, sull’ambigua verità di quel che viene o non viene mostrato: è il primo caso di uno spettacolo in cui ciò che non si vede – le trame oscure, i segreti – è più importante di ciò che si vede. Alla fine un bambino e una bambina subentrano ai due attori, Chiara Lagani e Marco Cavalcoli, ridando spazio ai desideri, usando i loro tavoli musicali come un gioco. La sera dopo lei arriva al posto di lui, e si ricomincia a parti invertite.