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(Italiano) La sete è tutto. L’immagine è zero

Erica Bernardi, Paneacqua.eu,

All’interno del Festival estivo “Da vicino nessuno è normale”, per Milano un appuntamento importante, che si svolge nel teatro dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, ha debuttato il nuovo, interessante progetto del gruppo ravennate Fanny&Alexander Discorso, ideato da Luigi De Angelis e Chiara Lagani. Un progetto a puntate che avrà sei interpreti diversi da Marco Cavalcoli a Chiara Lagani, da Lorenzo Gleijeses a Francesca Mazza, da Fabrizio Gifuni a Sonia Bergamasco. Un viaggio quasi romanzesco che si concluderà nel 2014, dedicato alla parola e più specificamente al discorso in tutte le sue forme: politico, pedagogico, religioso, sindacale, giuridico, militare per affrontare il potere fascinoso eppure spesso così simile a quella melassa mortuaria che avvolge tutte le cose, costruito sulla retorica delle frasi fatte, di una comunicazione uni direzionale se non fasulla. Un colore per ogni ambito del grigio al rosso, simbolicamente riempirà, di volta in volta, tutta la scena, peraltro quasi vuota.

La prima tappa si intitola Discorso Grigio e riguarda la politica, il modo di parlare della politica e le sue rotture che passano per “novità” e invece sono solo populismo. Una parola che coinvolge tutto e tutti in una babele di suoni, apparentemente senza senso. In questo Discorso Grigio in cui è protagonista un funambolico Marco Cavalcoli, tutto è grigio: la scena che sembra una camera oscura, l’abito con camicia bianca e cravatta che indossa lui, il protagonista assoluto, il Presidente che sta per fare un importante discorso. Il Presidente assomiglia a un attore che in camerino fa il suo training di preparazione e di riscaldamento per una prova fisica ed emotiva che si intuisce importante: scatti, movimenti spezzati, suoni lancinanti che provengono da chissà dove, quasi un balletto astratto mentre da fuori entrano folate di voci, immediatamente riconoscibili. Voci del nostro oggi e del nostro ieri. Queste voci costellano la preparazione continuamente interrotta di questa specie di Charlot dei tempi moderni. Perché il Presidente è una maschera, anzi la Maschera.

Eccolo qui a raccontarci la sua “discesa in campo” e mentre parla la sua voce cambia; e Berlusconi ma anche Bossi, Bersani, La Russa, Casini, Bertinotti, Napolitano, Grillo in un impossibile dialogo con Monti… e c’è il passato che torna con la voce di Berlinguer e più lontana quella di Churchill. Parole vere, da discorsi veri, per un inquietante scenario.

L’attore è attraversato da queste voci, è maschera e megafono di tutte queste voci, le “incarna” tutte in un delirio sonoro e fisico: un microfono a piede gli è sufficiente. Perché questo è lo spazio della parola che si interroga sul senso della sua appartenenza, sulla sua possibilità di essere condivisa, vissuta. Di diventare pubblica, insomma, pericolosamente forma di potere se è solo una fascinazione, se non è condivisa. In realtà – ci mostra l’interprete – il potere è solo, ridotto quasi all’afasia, un illusionista in guanti bianchi che riesce ancora a catturare l’uditorio. Ma ecco che un clown dalle grandi manone gialle di gomma che ruotano vorticosamente ad appoggiare un discorso fintamente popolare da comico second life dove tutto è falso, esagerato. Un mondo di pupari per un uomo solo dalla grande testa di cartone rubata a qualche carnevale che ha le fattezze di un po’ sfatte di Berlusconi… L’attore si toglie il mascherone, improvvisamente tace, ci guarda in silenzio. Buio. Ma ecco che torniamo all’inizio, a quell’attesa per l’importante discorso che verrà, fatto però da un uomo che non c’è, non esiste: lascio tutti i miei beni allo Stato, dice. Fra finzione e realtà, inquietante.