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Fanny & Alexander i frammenti di Discorso Celeste

Franco Cordelli, Corriere della Sera - Roma, giovedì 16 aprile 2015

Sabato 28 marzo al teatro Rasi alle ore 21, nell’ambito della stagione di “Ravenna viso-in-aria”, Fanny & Alexander porterà in scena Discorso Celeste con Lorenzo Gleijeses, le musiche di Mirto Baliani e le immagini video di Zaprouderfilmmakersgroup.
Lo spettacolo, terzo in ordine cronologico del progetto “Discorsi” che la compagnia ravennate porta avanti dal 2011, è dedicato allo sport e alla religione mettendo in scena un dialogo surreale e impossibile tra figlio e padre, atleta e allenatore, giocatore e voce giuda.
A partire da una logica da videogioco giocata sulla retorica del discorso sportivo e costruita su più livelli, Lorenzo Gleijeses incarna qui un avatar composito alle rese con una paradossale domanda sulla fede. Nell’epoca dell’ “evaporazione del padre” è ancora possibile credere? Sospeso tra mondi virtuali, Patrie perdute e Paradisi artificiali, il figlio offre al padre la sua misteriosa risposta.
Lorenzo, sport e religione sono due mondi molto lontani nell’immaginario collettivo. Da dove è nata la suggestione per metterli in relazione?
“L’idea iniziale di Chiara Lagani e Luigi De Angelis parte da David Foster Wallace con Infinite Jest e dal saggio Il tennis come esperienza religiosa Lui parlava del legame tra sport e religione, nel senso che lo sportivo da agonismo è ciò che oggi è più vicino a quello che era il mistico un tempo. Che brucia le sue voglie e il proprio corpo per un fine che è al di là di sé stesso. Un Roger Feder o un Maradona è colui che ha il più alto rapporto con la perfezione rispetto a un essere umano normale. Questo è stato il trampolino da cui ci siamo lanciati…”
Come hai lavorato per questa messa in scena? Avete portato recentemente a Ravenna US ispirato alla biografia di Agassi, come sono collegati questi lavori?

Us è nato come spettacolo dopo Discorso Celeste. In Us la mia gestualità era più legata al tennis e avevo anche una racchetta come oggetto di scena. Qui il lavoro è più astratto. Abbiamo creato un alfabeto di gesti, azioni e tic osservando quelli degli sportivi, dal rovescio di Nadal, il modo di palleggiare di Maradona, il gancio di Cassius Clay. Le indicazioni su che gesto fare vengono inviate dalla consolle da Luigi De Angelis in una partitura creata dal vivo. Non c’è più una racchetta, una palla o dei guantoni da box, ma rimane solo la gestualità. E’ una scrittura fisica.
Hai lavorato in molte esperienze diverse, anche nel teatro di tradizione, com’è lavorare con i Fanny & Alexander?

“I Fanny & Alexader” hanno scelto me perché volevano sfruttare le varie strade e linguaggi che ho percorso. Il fatto che avessi recitato nel teatro classico non era un vizio da arginare, ma un’altra arma del mio linguaggio da utilizzare. Ne L’esausto di Becket, ad esempio, utilizzato passi del brazilian jujitsu, sono stato giocatore agonista di tennis. Ho avuto un rapporto di sfida nei confronti del mio corpo per ottenere sempre di più, a volte esagerando anche negli allenamenti. Il lavoro fisico è la mia ossessione.”
Ossessione simile a quella degli sportivi agonisti che mirano alla perfezione ad ogni costo…
“la logica è simile, sì. Agassi in Open racconta che odia la fatica a cui si sottopone che segna il suo corpo con tendiniti, fratture e dolore alla schiena, ma non puà comunque farne a meno. Io mi sento nella stessa condizione.”
Intendi dire che odi il teatro?
“In alcuni momenti lo odio… mi risulta insopportabile il carico di sforzo che ha il lavorare in teatro. Ma allo stesso tempo se non lo faccio non mi sento realizzato. E’ una dinamica distruttiva-costruttiva. La cosa che non ho più voglia di fare è allenarmi così duramente, ma non posso fare a meno di farlo, perché sarei ossessionato da pensieri negativi. E’ come ai corridori, come racconta Murakami ne L’arte di correre. Penserei continuamente, perché sei qui fermo quando dovresti essere ad esercitarti. Non posso farne a meno.