Emerald City + HIM

Renato Palazzi, delteatro.it,

Che l’itinerario di ricerca di Fanny & Alexander dentro i testi affrontati – un itinerario fatto di “studi” successivi, di schegge, di punti di vista diversi e a volte vertiginosamente opposti su una stessa opera – sia soprattutto uno straordinario esercizio di scomposizione e ricomposizione linguistica era già evidente dai tempi del ciclo su Ada di Nabokov: ma è interessante vedere come alla dimensione per così dire orizzontale di questo metodo di lavoro – per cui ogni “studio” è un’aggregazione dei suoi elementi formali – si possa aggiungere una dimensione verticale, che accostando due “studi” ne ricava ulteriori prospettive di lettura.

Rappresentando insieme, ad esempio, questo doppio approccio al Mago di Oz di L. Frank Baum, Emerald City e HIM, il gruppo punta simultaneamente su un fattore di continuità e uno di folgorante discontinuità, che si integrano e interagiscono tra loro: la continuità è suggerita dalla presenza di quell’Hitler “bambino” che – mutuato da una provocatoria installazione di Maurizio Cattelan – incombe come un onnipresente fantasma dell’inconscio sull’intero percorso nella celebre fiaba (portata sullo schermo, va ricordato, nel ’39): è un mago-imbonitore, un emblema dell’arte come inganno, tenero e inquietante, ambiguo, buffo, minaccioso.

La discontinuità totale, assoluta risiede invece nel simmetrico rovesciamento delle funzioni che questa figura assume nelle due performance. Nella prima, immobile in ginocchio, si limita alla sfera ossessiva dell’ascolto: è il destinatario, l’inerme terminale di una miriade di richieste, di suppliche, di confessioni in varie lingue che lo spettatore sente in cuffia e che riguardano violenze di guerra, strani disturbi del corpo o della psiche ma soprattutto – come nel successivo South-North – spiazzanti contrapposizioni tra cuore e cervello, alterne invocazioni di disattivare ora l’uno ora l’altro, da lui accolte con muti sorrisi, pianti, sguardi esasperati.

Nella seconda, alla passiva ricezione si sostituisce un irrefrenabile flusso verbale: mentre alle sue spalle scorrono le immagini del film di Victor Fleming, dall’inizio alla fine, con incredibile estro mimetico l’attore Marco Cavalcoli lo “doppia” alla perfezione, intona le musiche, canta le canzoni, dà voce – in inglese – a tutti i personaggi, mutando inflessioni, toni, accenti. Un’insensata, maniacale prova di talento, ma più ancora un sottile gioco concettuale basato sui costanti scarti tra parola e silenzio, tra pensiero e sentimento, tra cinema e teatro, che sorprendono senza tregua lo spettatore senza mai condurlo davvero da nessuna parte.

C’è qualcosa di frustrante, e insieme di esemplare, in questo andamento aperto, fluido, spezzettato. L’aspetto più significativo di procedure del genere sta nel fatto che Fanny & Alexander, per certi versi, vi celebra l’affermarsi di una sua particolare categoria di pensiero frammentario, che si espande, avanza a tappe, per concatenazioni e illuminazioni improvvise, ma non intende arrivare a dei risultati definitivi. E frammentaria, forse, diventa anche la percezione dello spettatore, che a teatro tende così ad andare per cogliere suggestioni sparse, non per assistere a uno spettacolo compiuto, dotato in sé di un autonomo significato.