Discorso Grigio

Discorso grigio: il volto del potere secondo Fanny & Alexander

Renzo Francabandera, klpteatro.it,

A volte le sensazioni del tempo vicino ad uno spettacolo devono avere lo spazio di posarsi e di mischiarsi con il tempo proprio, fuori dalla sala. Molte volte, dopo aver scritto una recensione, qualche giorno dopo mi accorgo che l’entusiasmo del primo momento lascia spazio al tiepido dissolversi del ricordo, mentre altre lo spettacolo si rafforza e consolida la sua presenza nella mente.

Soprattutto con i lavori di Fanny & Alexander, da qualche tempo mi regalo una pausa per pensarci, cerco di non farmi prendere dall’emozione fredda del contingente. Perché i lavori del gruppo di Ravenna sono sempre spianata di metallo, a volte lucida, altre grezza, ma sempre di intonazione gelida, in un ambiente di luce che in questi anni è cambiato assai poco, una penombra che sa di inconscio, che cerca di portare lo spettatore a superare il canone del contingente per rielaborarne immagini e codici in forma di espressionismo astratto, di gesto scenico guidato da istinti esterni al palcoscenico, in un’eterodirezione, uno stimolo che si origina spesso fuori dal perimetro agito dall’attore.

“Discorso Grigio”, che ha debuttato a Milano nel corso della rassegna Da vicino nessuno è normale (che prosegue ancora fino al 28 luglio) presso il Teatro LaCucina al Paolo Pini, è l’ultimo esito in ordine di tempo di Fanny & Alexander, ma in realtà il primo atto di un lavoro molto centrato sulla parte vocale soprattutto, ma anche sulla semantica e sull’arte retorica.

Nato come radiodramma, dopo il debutto a novembre su Radio3 per il ciclo “Tutto esaurito” curato da Rodolfo Sacchettini, attraverso la voce (e ora anche il corpo) di un convincente Marco Cavalcoli, enuclea una riflessione sulla parola pubblica.

Si tratta, come detto, di un primo momento di una ricerca sul discorso che Luigi De Angelis e Chiara Lagani concluderanno nell’arco di un biennio, partendo dal discorso politico per poi passare a quello pedagogico, religioso, sindacale, giuridico e militare, con attori diversi che, di volta in volta, daranno corpo a questa emissione di parole il cui senso invece che addensarsi pare via via perdersi.
Il primo atto è stato appunto affidato a Cavalcoli, mentre i prossimi vedranno in scena Chiara Lagani, Lorenzo Gleijeses, Francesca Mazza, Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco.

Ogni discorso avrà un colore. Quello politico è grigio. Come il doppiopetto del deputato.
Si tratta del discorso all’Italia di un neopresidente (dell’Amore del Partito Pulito); la voce è un melange delle voci degli uomini politici del nostro tempo, un blob di frasi, spezzoni, gesti, mani che indicano, pernacchie, calci: un bestiario di cecità, i cui interpreti si tengono l’un l’altro e tutti contribuiscono a portare la carovana fuori strada.
Soccorre a questo proposito il sempre vivo ricordo della bellissima opera di Pieter Bruegel il Vecchio, ricca di allegorie, la “Parabola dei ciechi”, un quadro del 1568 conservato a Napoli, al Museo di Capodimonte.

Cavalcoli indossa una cuffia, quasi che ascolti e ripeta frammenti, con una capacità di imitazione, di replica, impressionante. Ovviamente non sappiamo cosa l’attore ascolti, ma i recenti esperimenti della compagnia sull’eterodirezione, sulla ripetizione del gesto fino a farne perdere il significato letterale per indurne uno allegorico, lasciano immaginare che quello che accade sul palco sia solo una parte, una frazione di un insieme che si completa anche fuori, nella cabina di regia e attraverso le cuffie, e in un’ulteriore parte, come è giusto, nella mente del pubblico.

A noi sta particolarmente a cuore quest’ultima, perché la riteniamo essenziale alla maturità dell’opera d’arte stessa, alla sua capacità di farsi atemporale. E’ questo il motivo per il quale molto avevamo amato la drammaturgia di “West” appoggiata al corpo fragile e traballante di Francesca Mazza, e meno l’esperimento “TEL” portato in scena l’anno scorso nel periodo estivo, e visto durante la rassegna romana Short Formats. In “West” il gioco che avveniva fuori dal palcoscenico era poco chiaro, se non comunicato era inimmaginabile, ma il rimando era una sensazione compiuta, che il pubblico leggeva e interpretava in autonomia, in forma a suo modo completa e coerente.
Questo non avveniva in “TEL”, dove il pubblico partecipava compiutamente dell’esperimento di etero direzione, ma questo esercizio di stile non contemplava un percorso drammaturgico che trovasse completamento nell’essenziale ruolo dello spettatore, chiudendosi in un ermetismo faticoso.

E’ quindi positivo vedere come “Discorso Grigio”, che per molti punti di vista è forse più figlio di “TEL” che di “West”, anche e soprattutto per tutto quanto pertiene il movimento e la presenza scenica di Cavalcoli, sia invece un lavoro che propone alcuni sviluppi e si ponga come primo di una serie di atti sulla retorica certamente interessanti. Durante lo spettacolo l’uomo pubblico, il suo ripetere, il suo meccanico prendere parte allo show, si indirizza nella direzione della burattinizzazione dell’homo politicus.

Dieci giorni fa, in occasione del debutto del lavoro, che si conclude con l’epifania di una enorme maschera dal sembiante berlusconiano, ammetto di aver pensato fra me e me: “Beh, in fondo questa parte su Berlusconi e sul berlusconismo l’abbiamo alle spalle, forse andrebbe rivista”.
Invece, come tutte le vere, grandi incarnazioni del potere, metonimie del concetto assoluto, gli Andreotti come i Berlusconi non muoiono mai. E spesso resuscitano. Al più restano imbalsamati. Ma resistono ad ogni tempo, ad ogni transeunte dell’umano. Dopo un po’ non sai nemmeno più se sono vivi o morti, ed hai il sospetto che ti sopravviveranno comunque.

Lo spettacolo dunque è un buon punto di partenza per la riflessione sul discorso. Resta come sempre per F&A amabilmente e detestabilmente freddo, ma Cavalcoli sa portare lo spettatore verso una lettura non banale dell’atto teatrale, e la parola, il gesto, il rimando, contribuiscono ad un approccio al tema della retorica che speriamo possa continuare intenso e anche diverso. In fondo il discorso politico è fra quelli a cui siamo mediaticamente più abituati, mentre l’indagine semantica sugli altri ambiti che nei prossimi mesi verranno indagati, lascia ancor più curiosità. Perché immaginiamo che queste parole, anche queste parole, a cui di volta in volta ci aggrappiamo cercando salvezza, in fondo non siano altro che un branco di metaforici ciechi bruegeliani che ci condurrano dritti in qualche fosso.

E questa è, ci sembra, tacita e disperante consapevolezza del nostro tempo, un tempo che aspetta con inerme rassegnazione la catastrofe, come il coniglio chiuso nella sua tana con il serpente fuori a fargli la posta.
Un asteroide, almeno, sarebbe più risolutivo, e avrebbe l’immanenza ingiustificata e imprevedibile del deus ex machina; che, però, avrebbe certamente (lui, il deus) più il sembiante di un grigio Andreotti col dito indice proteso ad indicarci un inferno della ragione, che l’immaginifica, tentacolare e informe elasticità del Bosone di Higgs. Che poveri illusi gli ottimisti!