Discorso Grigio

Discorso double face

Renato Palazzi, Il sole 24 Ore,

Pur essendo solo la tappa iniziale di un articolato progetto triennale sull’oratoria pubblica, che toccherà ambiti diversi della nostra vita sociale, coinvolgendo una serie di attori anche esterni alla compagnia, Discorso Grigio – il nuovo spettacolo di Fanny & Alexander – è una creazione già compiuta, che pone fin da ora degli acri spinti di riflessione. Per la prima volta dacché è nato, il gruppo ravennate affronta un tema per così dire di attualità, quello della retorica politica: ma lo fa alla sua maniera, in una chiave come sempre concettuale, e insieme quasi sottilmente metafisica.
Partendo da un radiodramma scritto per un ciclo curato da Rodolfo Sacchettini, Luigi De Angelis e Chiara Lagani – rispettivamente regista e drammaturga – hanno scelto di affrontare una riflessione sul potere da un punto di vista particolare, quello del linguaggio, della parola quelle strumento di fascinazione collettiva. Il loro lavoro riguarda dunque anche i media, il controllo di radio e televisioni. Ma è soprattutto focalizzato sulla parola in sé, la parola come suono, come pura entità comunicativa svincolata da un preciso significato. Discorso Grigio mostra un ipotetico, nuovo Presidente – se di un partito o di un governo poco importa – che sta tenere un discorso alla nazione.
Il suo intervento è colto da una vorticosa molteplicità di prospettive: prima in una sorta di prova preparatoria, molto simile ad un emblematico training teatrale; quindi nel suo farsi effettivo, che degenera però in un’allucinazione, in un incubo visionario; infine nel delirante dialogo tra due opposti, Grillo e Monti destinato a culminare in un lungo, disarmato silenzio. Ma poi tutto ricomincerà dal principio, in una specie di meccanismo inarrestabile. Solo in scena, in una grigia penombra, il bravissimo Marco Cavalcoli riecheggia la voci di vari leader di oggi – da Berlusconi a Bossi a Di Pietro a Casini – in cui si aggiungono a tratti quelle registrate di Churchill, di Berlinguer e altri politici del passato, in una folle sovrapposizione temporale. L’attore, che da quelle voci è come posseduto, pronuncia un’orazione che mette insieme dei frammenti di discorsi realmente tenuti dalle figure evocate. E quei frammenti, sorprendentemente, si compongono di una stralunata argomentazione unitaria.
Proprio questa inquietante intercambiabilità, in questa amorfa, grigia indifferenziazione sta il senso ultimo dell’operazione. Pur puntando sulla straordinaria vena metamorfica dell’interprete, lo spettacolo non nulla di cabarettistico, e forse in fondo neppure di veramente satirico: è piuttosto un’agghiacciante discesa nel vuoto che ci circonda, nella sdrucciolevole mancanza di contenuti che ci rispecchia e ci modella. L’imitazione non è ma un mero esercizio esteriore, ma diventa la metafora di una condizione storica e che sembra risalire dall’oscurità delle nostre viscere, qualcosa che viene eloquentemente sintetizzato dalla grande testa di cartapesta che, alla fine, cancella del tutto l’identità dal personaggio: parrebbe Berlusconi, ma potrebbe essere qualunque altro fantoccio di un’autorità ridotta ad apparenza, a vacua maschera.