west

Con Francesca Mazza il presente è condanna

Pietro Piva, La Provincia,

Cos’è West? Come leggere la prova di Francesca Mazza supermarionetta alla Mejerchold, in balia di Marco Cavalcoli e Chiara Lagani di Fanny & Alexander? Una prova di virtuosismo, di eccellente tecnica attorica o di più: un segno di una condizione che è estetica in teatro ed esistenziale nella vita? Interrogativi che pone e impone West, visto al Ronchetto, in apertura del festival Il Grande fiume davanti ad una platea gremita e plaudente.

L’esito alla fine è un lungo, interminabile applauso per Francesca Mazza, attrice che esegue la partitura vocale e mimica suggeritale dai due persuasori occulti, in fondo sala su djset di Mirto Baliani. Ci si chiede se la bravura dell’attrice basti a rendere convincente uno spettacolo, per quanto la prova le sia valso il Premio Ubu 2010 come migliore interprete. Cosa succede in scena? Succede questo: Francesca Mazza è corpo e anima in balia di persuasori occulti, è Dorothy, una donna di 53 anni, che non ha il coraggio di dire di no, che vorrebbe essere respinta per desiderio di esistere, forse vorrebbe frequentare l’eccezionalità dell’amore e finisce con l’accontentarsi della normalità dell’affetto. Come un cane. L’orizzonte di Dorothy è il presente perenne, è il dire sì e voler imparare a pronunciare ‘no’, è l’utopia di un’autonomia e la consapevolezza che sta nella frase: «Io sto qui e non posso nient’altro». Dorothy — personaggio del Mago di Oz a cui West siispira, tassello del progetto O/Z ben documentato nel volume di Ubulibri — è presenza agita da altri, dai persuasori occulti e — sembrano suggerire i Fanny & Alexander — dai messaggi subliminali della pubblicità: l’immagine è zero, soddisfa la tua sete, oppure dal nostro appartenere alla cultura di un Occidente che ha il suo simbolo nell’America a stelle e strisce. Tutto ciò accade con un lento e ossessivo intensificarsi del ritmo e delle situazioni a cui è chiamata ad assolvere Francesca Mazza: piccoli e sincopati gesti nervosi eseguiti all’unisono con una partitura drammaturgica suggeritale da una voce maschile e una femminile, voci che a tratti si rendono ‘visibili’ per rendere partecipe il pubblico del gioco al massacro cui si presta l’interprete. Il risultato è il montare del senso di ‘costrizione’ da un lato e lo stupore per la duttilità interpretativa di Francesca Mazza che piega una recitazione ‘tradizionale’ a un contesto straniante e straniato regalando un interessante cortocircuito estetico. E allora? Alla fine rimane la consapevolezza che West, l’ovest altro non sia che un orizzonte impossibile, un luogo irraggiungibile e non tanto o non solo l’America o una critica a una società dei consumi, perché l’orizzonte è più drammatico: è l’assenza di orizzonte, è la condizione di quello stare senza possibilità di essere. In tutto ciò si percepisce la noia di una situazione esistenziale che non ha vie di uscita e non può che ripetersi all’infinito, magari aumentare di intensità ma certo non mutare, fino all’angosciante ed ennesimo interrogativo: «Non si avrebbe una vita migliore, se non si avesse libertà di scelta?».