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Bambina in viaggio al termine della notte tv tra De Filippi e reality

Maria Grazia Gregori, L'Unità,

Ma la tv è una buona o una cattiva maestra? Giunti alla seconda tappa dell’indagine sul rapporto tra individuo e il mondo che lo circonda dedicata alle forme del discorso pubblico, Fanny & Alexander, dopo la politica di Discorso Grigio affronta Discorso Giallo, che guarda al temo della formazione di una società sempre più dipendente dai modelli televisivi. In scena c’è sempre un unico personaggio dalle molte facce. Là era Marco Cavalcoli che presentava con durezza la deriva berlusconiana del Paese, qui è Chiara Lagani, protagonista ironica, spumeggiante e crudele di un viaggio in cui, scegliendo alcuni momenti chiave della manipolazione operata dai modelli comportamentali, ne stigmatizza la rovinosa fascinazione da reality.
Dentro una scena scura un riflettore illumina solo il banco dove sta seduta una ragazzina in grembiule nero, colletto bianco, fiocco giallo, capelli biondi pettinati con i codini, che ci guarda silenziosa. E’ un tuffo nel passato che si mette in cammino per trasformarsi nel nostro presente, scandito da programmi tv attraverso i quali mostrare come il piccolo schermo abbia influenzato il nostro modo di sentire. Con il suo telecomando la ragazzina è deus ex machina di se stessa, allieva, maestra, conduttore. E’ lei che, mutando a vista  modo di fare, abiti e scarpe, si butta a capofitto nel tempo assumendo diverse identità. Eccola trasformarsi con un colletto ampio e cravatta nera, con input metallici dati alla voce, nel celebre maestro Manzi di Non è mai troppo tardi, programma anni Sessanta pensato per sconfiggere l’analfabetismo nazionale (“se vogliamo vincere la schiavitù e l’ignoranza si deve studiare”) con gruppi di ascolto nei bar, nelle parrocchie e perfino nelle carceri. Basta poco, però, alla funambolica Chiara Lagani, per mutare pelle e precipitarsi – tra risolini, mossette da Jessica Rabbit, fiocco rosso come le sue labbra -, nell’universo di Piccoli fans, un luogo da piccoli mostri crescono, condotto negli anni Ottanta da Sandra Milo con il suo microfono in mano a fare domande ai ragazzini il cui contraltare sono le riflessioni di un bambino intervistato dal regista Silvano Agosti in un suo documentario sull’amore. Ecco allora l’attrice trasformarsi nella bambina/bambino che, masticando un chewing gum, con un modo di parlare tutto suo, dice terribili verità sui mondi contrapposti grandi/bambini e contro la guerra in nome di una “vita magica” dove studiare non è proprio il massimo, però.
Il nostro Virgilio in gonnella si scatena in un’elementare danza comportamentale, una specie di abbecedario corporale di gesti animali, maschili e femminili diventando, quasi a vista, Maria De Filippi: dai piccoli fans al talent show e alla cosiddetta “legge del semaforo”. Lagani ne ricrea i gesti, ne suggerisce la tipica voce, l’attitudine al comando. Ed ecco che in questo mondo, dove per riuscire devi sempre fregare qualcun altro, l’aggettivo giallo del titolo rivela il suo senso: come per un semaforo, giallo è l’attesa, il limbo deve non sei né carne né pesce, dove tutto o niente è possibile fra disperazione e disincanto.
Folgorante è il dialogo impossibile tra due Marie, la signora dei talent e quella ritratta sulle mille lire, Maria Montessori che conclude questo spettacolo spiazzante e affascinante messo in scena con intelligenza da Luigi De Angelis. Sentiamo la sua voce lontana raccontare le sue peregrinazioni in India dopo la rottura con il fascismo mentre Chiara Lagani si trasforma nel suo fantoccio indossando l’enorme testa di gomma che rappresenta il viso della pedagogista. Un inquietante pupazzo, ma anche un totem dietro il quale appare il volto di una bambina-donna dallo sguardo vuoto. Poi il buio, resta solo la sua risata. E l’attesa per le altre puntate