ImmagineGiallo

Attenti alle nostre orecchie

Antonio Audino, Il sole 24 Ore,

Una casetta nera, un’attrice, Chiara Lagani, nei panni di una maestra, e un piccolo gruppo di spettatori, tra i quali cominciano a emergere, non si capisce bene uscendo da dove, voci di bambini, chiamati per nome all’appello del mattino. È l’inizio di Giallo, ultima operazione della compagnia Fanny&Alexander, nota sulla scena della ricerca per ardue sperimentazioni visive di taglio concettuale. Il gruppo romagnolo capitanato da Luigi De Angelis e dalla stessa Lagani da qualche anno ha volto la sua attenzione alla componente sonora della creazione, costruendo situazioni come questa, definita, non a caso “radiodramma dal vivo”. E non c’è dubbio che la forza di questo lavoro derivi da quel manifestarsi incorporeo e imprevisto delle voci infantili, da quel sovrapporsi e mescolarsi di grida ed espressioni di sorpresa all’apparizione di una creatura mostruosa, capaci di restituirci in pieno smarrimenti, curiosità e paure della prima età della vita.
Il caso della compagnia romagnola non è isolato, e molta dell’innovazione scenica del nostro Paese negli ultimi tempi si è rivolta all’ambito auditivo, come se, a un certo punto, il desiderio di scandagliare forme percettive diverse non potesse non approdare alla sfera del suono, che forse è oggi una delle più interessanti da andare a riscoprire, poiché è quella con la quale abbiamo un rapporto più casuale e meno consapevole. Se infatti proprio la dimensione visiva è diventata quantomai invasiva, se tutti noi viviamo tra schermi che rimandano immagini in diretta o registrate, poi scambiate e moltiplicate con cellulari e dispositivi vari, l’ascolto, apparentemente, sembra non offrire la stessa completezza analitica e di racconto, declassato a identificazione di uno sfondo delle nostre azioni o a banale veicolo della comunicazione verbale. Questo è senza dubbio il punto di partenza che ha spinto molte formazioni, soprattutto giovani, ad andare a vedere cosa si nasconde, invece, in quella gamma infinita di variabili collocate tra il rumore e il suono.
Proprio intorno a questa idea si è mosso il festival Free Q che si è chiuso a Genova il 15 settembre scorso, realizzato con l’idea di non offrire prodotti sofisticati, ma di riattivare la concentrazione su quello che entra dalle nostre orecchie, facendoci dimenticare gli altri sensi, magari in una stanza al buio e con altra gente intorno a noi. Già perché all’attenzione per la costruzione virata unicamente verso i nostri padiglioni auricolari si unisce spesso la curiosità di rinnovare la dimensione dell’ascolto collettivo, come poteva accadere per la radio dei suoi esordi. Questa idea è del resto già entrata in alcuni importanti festival, come quello che si svolge in luglio a Santarcangelo, con proposte in pubblico di radiodrammi storici e recenti, per non dire di Mantica, che inizia il 18 ottobre al teatro Comandini di Cesena, dove il meglio della ricerca sonora internazionale si riunisce intorno all’ideatrice della manifestazione, Chiara Guidi, lei stessa impegnata da tempo in un corpo a corpo con la parola, messa poi a confronto con altre dimensioni spaziali e acustiche.
Certo, molto ha contato l’evoluzione tecnologica, visto che oggi grazie a un semplice computer chiunque può creare artifici sonori come prima si sarebbe potuto fare soltanto in un attrezzato studio di registrazione, ma è evidente che comincia ad affermarsi l’idea, cara ai primi teorici della radio, che la “virtualità” delle onde invisibili apre spazi di immaginazione davvero infiniti.