west

ASCOLTALATUASETE

Pietro Piva, Gagarin - Orbite Culturali,

Apriamo questo mese con West di Fanny e Alexander. Sarà in scena alle Artificierie Almagià dal 24 al 26 novembre. È lo spettacolo che vale all’attrice protagonista, Francesca Mazza, il premio Ubu come miglior attrice nel 2010.
West fa parte di un progetto molto vasto, OZ Project, con il quale la compagnia ravennate trae da “il meraviglioso mago di Oz” di Baum un immaginario mitico e prolifico, quasi con approccio archetipico. Il romanzo diventa lente, classico, un’occasione per leggere il contemporaneo. Figli di questo progetto, sono molti spettacoli: EAST, Emerald City, KANSAS, HIM, Dorothy. Sconcerto per Oz. E West. Abbiamo visto questo lavoro a Ipercorpo di Forlì, per cui sarà interessante parlarne senza svelare l’inganno del teatro.
Il foglio di sala è un flyer a forma di telecomandino. I pulsanti indicano comandi attinenti alla linea del tempo e delle emozioni. Si ha subito chiaro che abbiamo a che fare con una qualche forma di controllo. Di comando da impartire o che ci viene impartito. La suggestione è quella di fare parte di una grande macchina, difficile dire se siamo noi a condurla o se sul palco ci siamo pure noi. Il suono suggerisce un ingranaggio, un andamento meccanico. La dinamica dello spettacolo un’auto che si prepara ad una lunga tratta, dallo scaldare il motore fino alla corsa in autostrada nella corsia sbagliata. Il gesto. Il gesto scelto. Il gesto perfetto che si tradisce che s’inciampa. Il regista persuasore occulto si fa vocalist per l’occasione: ordina, propone, dalla consolle. Induce bisogni: è il siringone del Dio Pungolatore di Beckett. Sveglia l’uomo, anestetizza l’uomo. “Ascolta la tua sete” è il suo definitivo manifesto, la tavola imbandita e griffata della Legge. Il jingle si fa imperativo nel selvaggio west. E allora le tue fragilità, le tue debolezze personali sono per sempre fuori luogo. Sei imbarazzante e inopportuno. Si ingigantiscono diventano immoralità da reprimere fino al loro o nostro soffocamento. L’occidente, nel segno della colpa, usa e getta la nostra memoria particolare.
Altra storia, è il mestiere che presiede a questo spettacolo. La questione tecnica che merita una volta tanto la visione. È una metodologia di ricerca teatrale intelligente e condivisa in diretta con lo spettatore. È come speculare alle immagini emesse da questo lavoro: abbiamo già parlato di gesto, per esempio. È un gesto scelto, sapiente e portato al parossismo. Attiene anch’esso ad una qualche forma di controllo, ma che si declina via via verso l’abbandono di sé, verso l’ignoto. Il mestiere di questo spettacolo è controllo che non è controllo. Arriva dove vuole perché si permette di mollare tutto e il lavoro di un’attrice che non dà nulla per scontato, che ascolta sé stessa nel delirio, svelle la Grande Partitura Meccanica dall’interno.
Si dà il teatro. Si dà il caso che l’esperienza biografica, piccola e meschina di lì dentro, diventi universale al di qua della quarta parete.