US_Siti

Agassi, il teatro, lo sport, mio figlio

Luca Manservisi, Ravenna & Dintorni, giovedì 02 ottobre 2014

Geppy Gleijeses, protagonista dello spettacolo di Fanny&Alexander ispirato al grande tennista: in scena al Pala Costa per la Notte d’Oro

Come è nata la collaborazione con i Fanny & Alexander?
«Il trait d’union è rappresentato da mio figlio Lorenzo (protagonista anche del Discorso Celeste dei Fanny & Alexander, in cui Geppy prestava la voce, ndr) e dopo aver conosciuto sia Luigi De Angelis che Marco Cavalcoli sono stato coinvolto in questo esperimento che rappresenta un po’ anche una sorta di evoluzione di un mio vecchio spettacolo, Corpo Celeste, ed è ispirato dalle suggestioni di un libro straordinario quale è Open di Agassi. Oltretutto mio figlio da più giovane era tennista e amava molto questo sport. Poi è arrivata l’idea drammaturgica di Chiara (Lagani, autrice dei Fanny & Alexander, ndr) e la musica di Mirto Baliani che hanno dato vita a uno spettacolo molto affascinante, la storia di un padre-arbitro-padrone che si siede sulla sua torretta per dirigere e per arbitrare una partita tra il figlio e la macchina sparapalle…».
E così la scena per voi si confonde con la vita reale…
«In scena saltano fuori anche ricordi personali, certo, gli canto che Maradona è meglio di Pelé, come quando lo portavo da piccolo a vedere il Napoli. Ma lo stimolo in molti altri modi, utilizzando riferimenti sportivi e teatrali, citando l’Amleto o Carmelo Bene…».
Nella sua autobiografia Agassi rivela però anche di essere arrivato a odiare il tennis a causa dell’ossessione del padre che voleva a ogni costo farlo diventare un tennista professionista… E lei? Lo ha obbligato, suo figlio, a fare teatro?
«No, non sono certo stato violento come il padre di Agassi. Diciamo che l’ho spinto a fare le prime esperienze, portandolo su un palco per un Pirandello quando aveva 10 anni, poi avrebbe potuto continuare oppure decidere che non gli interessava, liberamente. Di certo ho voluto che continuasse con la scuola ma per il teatro il mio consiglio è sempre stato solo quello del “fai quello che decidi sia meglio fare”. Lui si è però appassionato e ha intrapreso una carriera sua, con studi e già riconoscimenti prestigiosi (dall’Odin Teatret al premio Ubu, ndr)».
Tornando ad Us: com’è stato per lei, allievo di Eduardo De Filippo, collaborare con una compagnia di teatro sperimentale?
«Sono soddisfattissimo dell’esito e non mi potevo trovare meglio con i Fanny&Alexander, persone deliziose che avevo già avuto modo di conoscere avendoli invitati con il loro Him al Quirino (il teatro di Roma di cui è direttore, ndr), conoscevo il loro tipo di lavoro e poi anch’io negli anni ho fatto della sperimentazione e lavorato con testi molto particolari: sono aperto a ogni tipo di teatro. Speriamo anzi in futuro di poter collaborare ancora».
Lei era un fan di Agassi? È uno sportivo?
«Mi piace lo sport, guardare e anche partecipare, ho praticato calcio, sci, equitazione a un discreto livello. Agassi lo conoscevo come un grande campione ma ho imparato ad amarlo solo in tempi recenti attraverso il libro…».
A Ravenna, l’anno scorso anche il Teatro delle Albe aveva omaggiato un campione come il ciclista Marco Pantani e ora è in arrivo anche uno spettacolo con il pallavolista Zorzi. Si tratta tuttavia di eccezioni nel panorama teatrale, perché sembra così difficile portare lo sport sul palcoscenico?
«Il teatro nasce per raccontare le emozioni e lo sport deve comunicare emozioni, che altrimenti è una gran rottura di scatole, per cui trovo strano che in effetti finora siano stati mondi così separati. Speriamo che questo lavoro dei Fanny & Alexander apra nuovi scenari per il teatro, chissà. Sì, è strana la coincidenza con Pantani, ma Ravenna d’altronde è una città talmente viva…».
Città che sta aspettando di sapere se sarà la Capitale europea della cultura nel 2019. Si parla di questo progetto fuori da Ravenna e comunque dalle sei città finaliste?
«Sinceramente molto poco, forse anche perché il 2019 è lontano e ora è invece imminente una manifestazione come l’Expò. Ma Ravenna saprebbe comunque fare molto bene la capitale della cultura…».
Il vostro spettacolo verrà qui portato in scena al palazzetto, nel giorno di una festa come la Notte d’oro, quasi a voler dare un’accezione popolare al teatro, soprattutto quello di ricerca, spesso confinato a una ristretta cerchia…
«Il teatro è tutto e tutto è teatro, la tradizione, la ricerca, sono solo generi diversi, il compito fondamentale resta quello di emozionare e coinvolgere. Ovvio che sarà sempre una forma elitaria di intrattenimento anche solo per il numero di spettatori limitato, rispetto alla tv per esempio. Ho sempre pensato comunque che il teatro più interessante sia quello d’arte popolare, quello di Vittorio Gassman…».
Gassman, già, a cui è stato intitolato anche il teatro Quirino che lei dirige dal 2009 e che ha letteralmente rivoluzionato, facendolo vivere quasi 365 giorni l’anno…
«Sì, mentre stiamo parlando io e lei (sono le 14 di un martedì pomeriggio, ndr) per esempio ci sono 350 persone che mangiano. Ma non abbiamo inserito solo il ristorante, c’è la biblioteca, mostre permanenti, sale con proiezioni video. Davvero vive 18 ore su 24 perché io penso che il teatro deve essere un luogo aperto al pubblico e in questo modo attiriamo anche potenziali spettatori. Siamo felicissimi di quanto fatto al Quirino, lo abbiamo rigenerato».