A Roma lo spettacolo “HIM” dei Fanny & Alexander: con uno straordinario Marco Cavalcoli rimette in discussione ogni folle ingenuità

Giorgia Catapano, aise - Agenzia Internazionale Stampa Estero, Tuesday 29 January 2008

“Somewhere over the rainbow…”. Chi non ricorda il celebre tema di Harburg e Arlen dal film “Il Mago di Oz”, nel quale una giovanissima Judy Garland mostrava le sue grandi doti canori e attoriali? Il regista Victor Fleming, con alle spalle la straordinaria macchina produttiva della MGM, ha trasformato il libro magico di L.F. Baum in un musical. Probabilmente il musical più visto, da oltre un miliardo di persone in tutto il mondo, e il più amato.
Con l’utilizzo di innovativi e, per la nostra epoca, semplici effetti speciali e con la sua carica divertente di canzoni e dolci melodie, la storia tocca il bambino che è in ognuno di noi. Dorothy, dopo essere fuggita dalla sua casa in Kansas per salvare il suo cagnetto Toto dalle grinfie di una convenzionale e odiosa donna del villaggio, viene travolta da un uragano e portata come per magia in un mondo coloratissimo. Ingenuamente e involontariamente sconfigge una strega malvagia. Anche se è estasiata da un mondo letteralmente in Technicolor, abitato da una strega buona e dai deliziosi nani “Mastichini”, l’unico desiderio della fanciulla è tornare a casa. Per realizzarlo non ha che da seguire il sentiero dorato che conduce al “Meraviglioso Mago di Oz”, l’unico in grado di realizzare l’impossibile.
Ma, prima di giungere al Palazzo di Smeraldo, Dorothy, come in ogni favola che si rispetti, deve affrontare i pericoli del viaggio. Incontra sulla sua strada lo Spaventapasseri che sogna di avere un cervello, l’Uomo di latta che sogna di avere un cuore e il Leone al quale manca il coraggio. Armati dei propri desideri e forti della loro unione, tutti insieme superano i pericoli e giungono al castello per chiedere al Mago di Oz di essere esauditi. Ma qui le cose, ovviamente, si complicano. Prima di essere ricevuti devono superare una prova: distruggere un’altra strega cattiva. Ci riescono, sempre grazie all’ingenuità e al caso, che aiuta chi si ribella alle ingiustizie.
Ma il “Meraviglioso Mago di Oz” non si rivela altro che un ciarlatano: è un piccolo omino che manovra effetti speciali per apparire onnipotente. La sua magia è un inganno, che sta in piedi come stanno in piedi le illusioni, durano finché ci si crede. Ed è qui che la morale della favola si svolge e svela: Dorothy ha sempre avuto il potere di tornare a casa, grazie alle magiche scarpette rosse che la strega buona le ha già donato dall’inizio. L’unica cosa che sinora le è mancata è stato dire, e dichiarare a se stessa, come in un mantra, quanto la sua casa sia il posto più bello del mondo.
Il film, del 1939, è nella storia del cinema e, da allora, è una visione collettiva di buoni sentimenti che insegnano che la vera forza è dentro se stessi.
Ma c’è uno spettacolo teatrale, in scena fino al 10 febbraio al Piccolo Jovinelli di Roma, che rimette tutto in discussione. Con una straordinaria audacia e inventiva, la compagnia ravennate Fanny & Alexander presenta “Him”, con la regia di Luigi de Angelis. La scena è spoglia. Sul palco solo un grande schermo e un unico attore, in ginocchio. È inequivocabilmente Hitler, lo si riconosce dai baffetti, i capelli e il vestito. La posa e il nome richiamano l’opera di Maurizio Cattelan, che raffigura a dimensioni naturali Hitler in ginocchio, pensato per essere visto di spalle, come un bambino innocuo che mostra il suo terrificante e simbolico volto solo a distanza ravvicinata girandoci intorno.
Nello spettacolo, mentre sullo schermo ha inizio proprio il film “Il Mago di Oz”, l’attore, stavolta sfacciatamente di fronte al pubblico, con una bacchetta in mano che rotea ipnoticamente come un orchestratore, inizia a parlare. In inglese. Da subito ci si accorge che è lui la voce del film. Che, anzi, è tutti i personaggi, tutti i rumori, le musiche, il volo degli uccelli, le porte che sbattono.
In una strabiliante recitazione, che ha dell’incredibile, quella di Marco Cavalcoli, l’Hitler inginocchiato esprime la mania di onnipotenza appropriandosi di tutto il film, che è suo e nel frattempo gli scorre alle spalle con il suo potere ammaliante.
Da spettatori non si sa dove guardare. Si è indecisi, disorientati, inseguiti e accerchiati dalle tante immagini e dalla voce unica. L’effetto è di un comico che raramente si prova, è una risata spontanea che nasce dallo scontro tra il tragico e l’assurdo e che solo la recitazione nella lingua originale del film poteva creare. Si ride perché il simbolo dell’orrore più tremendo è in ginocchio, si ride perché evidentemente non riesce nella sua folle impresa. Ma il solo fatto che ci provi, lo rende ancora una volta pericoloso. Si ride perché in un colpo solo cadono tutti i simboli dell’assoluto: un orribile dittatore omicida, ma anche la dittatura dei buoni sentimenti sdolcinati e il mondo magico. Cascano, insieme e in quasi perfetta sincronia, davanti al senso del ridicolo. Ma ricordano che, se cadono, è perché esistono, glielo abbiamo permesso.
Il risultato è di forte e sconcertante bellezza. Quella di uscire da un teatro con la consapevolezza di essere cresciuti, anche se in segreto si pensa con sollievo che l’uomo in ginocchio non potrà mai calzare le scarpette rosse. Ma poi rimane il dubbio che le abbia già addosso, fin dall’inizio, cosa che non ci è dato sapere.
Imperdibile l’altra tappa dei Fanny & Alexander, sempre sullo stesso terreno di ricerca: di nuovo a Roma, al Palladium, l’1 e 2 febbraio con “Dorothy. Sconcerto per Oz”.