west

A Ovest del Mago di Oz

Marco Palladini, retididedalus.it,

(…) Dopo avere lodato una eccellente prova corale, voglio segnalare una superba prova solistica: quella di Francesca Mazza, co-autrice e interprete di West dei Fanny & Alexander. Mazza, oggi 52enne, è stata tra gli anni ’80 e i primi anni ’90 compagna di scena e di vita di Leo de Berardinis. Dunque, al seguito di Leo, ha avuto una grande scuola. Era già brava allora, ma in sottordine. Negli ultimi due decenni la sua crescita artistica è stata straordinaria, oggi è una protagonista matura e di enorme caratura. In West la sua prova d’attrice è di inusitata forza scenica, oltreché di tecnica recitativa avanzatissima. Tal ché, mi ha detto qualcuno, non sembra uno spettacolo dei Fanny & Alexander, ottimo gruppo romagnolo, attivo dal 1992, guidato dal regista Luigi de Angelis e dalla ‘dramaturg’ Chiara Lagani, noto e apprezzato soprattutto per una brillante vena creativa esercitata sul piano della composizione scenica, della ricerca spaziale-sonora e del movimento visivo a partire da suggestioni e pre-testi letterari, fiabeschi, meta-narrativi.
Probabilmente è vero: la prova maiuscola della Mazza in qualche modo qui schiaccia il teatro dei Fanny & Alexander, che però hanno avuto il senso della misura e l’intelligenza di fare un passo indietro. Ossia di costruire attorno all’attrice un contenitore minimale, quasi neutro, con luci fisse, e di assecondare il suo exploit recitativo con piccole interpolazioni di ‘voci off’, di istruzioni per l’uso, come se fossero loro a telecomandare il percorso scenico-mimico della Mazza invece (come è evidente) di essere loro a venire risucchiati dal suo corpo-mente in azione.
West fa parte di un progetto teatrale pluriennale dei Fanny & Alexander sul “Mago di Oz”, che nell’arco di tre anni ha portato alla realizzazione di ben altri nove allestimenti. West però si intride fortemente con la personalità e la vicenda bio-artistica di Francesca Mazza che incarna una Dorothy adulta (ma con trecciona bambinesca) su cui proietta frammenti della propria storia personale, slanci felici, paranoie, dolori, ossessioni, alti e bassi di una vita dentro e oltre una carriera teatrale. Per tutta la prima parte dello spettacolo, Mazza è seduta a un tavolinetto posto di fronte alla platea, ed è come ingabbiata in una serie di piccoli, iterativi movimenti delle braccia e delle gambe, a indicare una compulsione psichica che si scarica sul piano fisio-motorio. Mazza mescola schegge di memoria, gioie e rabbie della propria esistenza, considerazioni tangenti sul mondo e la società, con lacerti del romanzo di L. Frank Baum, in cui l’Ovest rappresenta il punto cardinale più estremo della storia del “Wonderful Wizard”. Poi i pensieri ogni tanto si accavallano, si sviano, si perdono e quindi si ritrovano e lei accelera il ritmo delle frasi, le ripete, le intreccia, le varia in un crescendo virtuosistico e, anche, schizofrenico, che mi ha richiamato l’idea di Leo di un “attore free”, ossia capace di controllare l’improvvisazione come i campioni del free jazz. C’è anche Leo, ovviamente, nel tumulto dei precordi e dei ricordi recitato della Mazza, ma resta innominato, citato soltanto come “un mio precedente compagno” a proposito di un episodio, che mi fu personalmente raccontato da de Berardinis, relativo a un drammatico raptus canino del pit-bull della coppia che finì per recidere la falange di un dito di Francesca.
A un certo punto, l’attrice rompe la gabbia della ‘donna seduta’ e si alza, intraprendendo dei precisi, minuziosi, geometrici percorsi sulla scena, associando una gestualità para-coreografica rigorosa e asimmetrica ai diagrammi interpretativi sempre più dissociati, divergenti. Producendo l’effetto di una calibratissima partitura musicale contemporanea di atti e parole. Per quel che ho visto e sentito, il punto più alto, il momento apicale del festival.