fanny and alexander | WESTRASSEGNA STAMPA
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WEST
RASSEGNA STAMPA

Alessandra Vindrola, Fanny & Alexander – Il nostro viaggio nel West di parole
Roberto Canavesi, West
Franca Cassine, “West”, il mondo occulto di Dorothy
Osvaldo Guerrieri, Il Mago di Oz sente le voci e finisce al manicomio
Simone Arcagni, West di Fanny & Alexander
Carlo Orsini, Piccoli pezzi di teatro
Elisa Scattolini, Comunicazione, nuovo potere
Roberto Rinaldi, Fanny & Alexander scuotono le coscienze dell’uomo
Rodolfo Sacchettini, Il “West” di Fanny & Alexander
Simone Nebbia, Nel penultimo giorno a Short Theatre: desideri di un atlante sentimentale
Anna Bandettini, Il linguaggio manipolato di Fanny & Alexander
Matteo Antonaci, Short Theatre 2010
Alessandra Cava, West di Fanny & Alexander
Marco Palladini, A Ovest del Mago di Oz
Laura Bevione, L’Occidente di Dorothy
Erica Bernardi, La sete è tutto. L’immagine è zero
Alessandro Fogli, Oz e il “West”. Che finale per la “saga”
Federico Spadoni, Se la musica sconfina nel teatro. Mirto Baliani, il sound della trama
Franco Quadri, Il grande “West” di una diva ultraterrena
Martina Melandri, West. Tra persuasioni occulte e potere dell’immaginario
Franco Cordelli, Nevrosi (e noia) a Occidente
Kurt Kaplan, L’orizzonte della voce: “West” di Fanny & Alexander
Alessandro Fogli, Il Premio Ubu 2010 a Francesca Mazza di Fanny & Alexander
Massimo Marino, Francesca da «Oscar»
Roberto Rinaldi, Francesca Mazza per West vince il Premio Ubu come migliore attrice 2010
Vincenzo Branà, La Dorothy di Francesca Mazza seduce il gotha della critica teatrale. È suo il premio Ubu 2010
Nicola Arrigoni, L’Ubu a Francesca Mazza. Il teatro parla cremonese
Tiziana Cusmà, O-Z WEST di Fanny & Alexander all’Angelo Mai
Alessandra Bernocco, Dorothy prigioniera delle immagini
Massimo Marino, Fantasme
Emanuela Ferrauto, West
Nicola Arrigoni, Con Francesca Mazza il presente è condanna
Pietro Piva, ASCOLTALATUASETE
Jimmy Milanese, West, Francesca Mazza e il fascino di una scelta
Loredana Borrelli, West, un viaggio attraverso l’immaginario
Giulia Tirelli, West, o la morte dell’immagine secondo Fanny & Alexander

 

 

Fanny & Alexander – Il nostro viaggio nel West di parole

Alessandra Vindrola, la Repubblica – Torino, 6 giugno 2010

 

Sono fra gli ospiti “più antichi” del Festival delle colline. Ed è un controsenso, perché hanno poco più dell’età di molti esordienti. Ciononostante il teatro di Fanny & Alexander, “bottega d’arte” fondata a Ravenna da Luigi de Angelis e Chiara Lagani, vanta una storia lunga: quasi vent’anni sulle scene e oltre 50 fra spettacoli e video. Il segreto di questa strana combinazione fra l’età della compagnia e quella dei suoi ideatori è che il sodalizio è nato sui banchi di scuola: avevano sedici anni quando si sono conosciuti e non hanno più smesso di fare teatro insieme. Originale la loro storia, e ancora di più il loro teatro, che molti definiscono “barocco” e che il Festival delle Colline ha adottato, dapprima proponendo i loro spettacoli e poi anche coproducendo l’ultimo lavoro ispirato al Mago di Oz, otto spettacoli di cui l’ultimo, “West”, sarà al festival domani alle 19 (alla Cavallerizza Reale) e poi in replica martedì e mercoledì alle 21. Ma cosa significa teatro “barocco”? «Noi ci sentiamo barocchi nell’anima – spiega Chiara Lagani – il nostro non è un gesto puramente estetico. È un’ idea che va presa nel suo senso più profondo, ha a che vedere con la complicazione: è il gusto di dipanare le pieghe, di approfondire le cento domande che stanno dietro a ogni cosa. Anche per questo diamo vita a spettacoli “mastodontici”. Quest’impostazione contrasta con la semplicità formata da alternative bipolari, da una parte i bianchi e dall’altra i neri… Questa è la logica che ci è imposta, anche in politica o nella moda: d’altra parte controllare questa semplicità che obbliga a schierarsi è più facile che non tenere a bada chi si fa molte domande». Un discorso che vale anche per “West”? «Per “West” soprattutto. Perché il cuore di “West” sono due concetti, quello legato al flusso – un’idea tipica dell’ Occidente – e quello legata alla manipolazione». Ma in che modo tutto questo rimanda al Mago di Oz? «Il Mago di Oz fa parte del nostro lessico familiare. Penso che sia uno dei primi libri che ho letto. Rappresenta una sorta di ritorno alle origini. Questo ciclo di spettacoli è costruito attorno all’archetipo del viaggio. Idealmente, prima di concludere questo viaggio si toccano i quattro punti cardinali, di cui “West” rappresenta la punta estrema, ed è un viaggio anche attraverso i codici linguistici: perciò al centro dello spettacolo è la manipolazione effettuata dal linguaggio pubblicitario». Eppure “West” è uno spettacolo scarno, con una sola attrice, Francesca Mazza. «Dorothy è un avatar, quindi in ogni spettacolo è stata rappresentata da un’attrice diversa, compresa me stessa. Ma ogni volta lo spettacolo è costruito sulla pelle dell’attore che lo interpreta. In questo caso, l’attrice in scena riceve ordini, attraverso due microfoni, da due voci diverse, che le ordinano una di eseguire determinate azioni gestuali e l’altra azioni verbali. Le sue reazioni a questa persuasione occulta, che il pubblico arriva a capire a poco a poco, costruiscono una partitura imprevista, che cambia ogni volta. D’altra parte in questo abbiamo ancora tutti, spettatori compresi, un margine di libertà: il nostro modo di reagire, di riempire i vuoti fra un pieno e l’altro».

 

West

Roberto Canavesi, Teatroteatro.it, 8 giugno 2010

 

Tifo da stadio e ovazioni liberatorie al termine di un’ora in cui gli spettatori si sono più volte guardati interdetti e confusi: è strano il teatro talvolta, o forse più strano è quello che succede in certi spettacoli come in West, l’ultima produzione di Fanny & Alexander, in prima assoluta alla Cavallerizza di Torino per il Festival delle Colline.

Intendiamoci, non che le modalità espressive della compagnia fossero del tutto ignare, semmai a giudicare dall’atmosfera finale ci sarebbe da discutere su quanto il gruppo ravennate abbia saputo nel corso del tempo assecondare le inclinazioni dei più giovani, ma certo questa volta Chiara Lagani e Luigi de Angelis hanno viaggiato boarder line più del solito con un lavoro per attrice sola, la bravissima Francesca Mazza, ispirato alla saga del Mago di Oz.

In uno spazio scenico neutro e spoglio, una tavolino ed una sedia, illuminato ai quattro angoli da luci bianche fisse, si consuma il delirio rapsodico di una Dorothy prigioniera di sè stessa che trascorre la prima mezz’ora a tamburellare con le dita sul tavolino, o a disegnare da seduta nervosi cerchi con le scarpette rosse, esprimendosi in una lingua-non lingua fatta di scatti, singulti, nevrotiche ripetizioni: una fragile “donna di cinquantadue anni” il cui precario equilibrio psichico è di continuo messo a dura prova da un bombardamento acustico di suoni che, progressivamente, lascia spazio alle ritmate voci di una coppia di incursori, la stessa Lagani e Marco Cavalcoli. E qui lo spettacolo ha la sua svolta ed inizia a crescere, regalando una seconda parte più vivace ed animata con la protagonista che, abbandonata la sedia, inizia meccanicamente a deambulare in maniera geometrica lungo i lati della gabbia scenica: l’eloquio si fa più colorito, a tratti impetuoso, a parlare sono i fantasmi di una coscienza che se da un lato “vomita” sul pubblico citazioni ricavate dal moderno linguaggio pubblicitario, dall’altro è impegnata ad eseguire gli ordini ricevuti dalle voci fuori campo. Il tutto in un ritmico crescendo di tensione, con la musica del dj-set Marco Baliani a scandire tempi e modi.

West, ultima tessera della tetralogia mosaico costituita da North, South ed East, forse non il miglior prodotto dell’estro creativo di Fanny & Alexander: di certo un allestimento di forte impatto e suggestione impreziosito dall’eccellente prova della applauditissima Francesca Mazza.

 

“West”, il mondo occulto di Dorothy

Franca Cassine, stt – sistemateatrotorino.it, 8 giugno 2010

 

West della compagnia Fanny & Alexander ha debuttato in anteprima nazionale lunedì 7 giugno all’interno del Festival delle Colline che lo ha anche coprodotto. Lo spettacolo rappresenta un’ulteriore tappa (la punta più estrema) del lavoro che il gruppo fondato a Ravenna da Luigi de Angelis e Chiara Lagani ha effettuato ispirandosi al “Mago di Oz”. Unica protagonista è Dorothy incarnata da Francesca Mazza. L’attrice è seduta su di una sedia e appoggiata a un tavolino al centro della scena il cui perimetro è semplicemente delimitato da un nastro bianco. Una lunga treccia le incornicia il viso e le scarpette di strass rosse contrastano con il vestitino verde che nasconde sotto i più moderni jeans e t-shirt.
«Sono Dorothy e ho 52 anni», mette subito in chiaro l’attrice che comincia a muoversi lentamente. Così il pubblico capisce che deve accantonare l’idea dell’innocente bambina protagonista del libro di Lyman Frank Baum e del film di Victor Fleming. Quella che si trova davanti è una donna che viene risucchiata da un vortice di parole e di movimenti che la proiettano in un mondo parallelo. Dorothy comincia a snocciolare domande in maniera ossessiva. «Qual è il personaggio più fuori moda, secondo te?» è la questione che riversa compulsivamente sul pubblico. Così saltano fuori le mille domande che stanno dietro a ogni cosa e trovare le risposte appare impossibile.
Lo spettacolo è tutto disegnato sul corpo e sulla voce dell’attrice che riceve ordini attraverso dei microfoni da due voci diverse (una femminile e una maschile) che le intimano di eseguire determinate azioni gestuali una, e azioni verbali l’altra. Le sue reazioni a questa persuasione occulta (che i presenti scoprono gradualmente), costruiscono una partitura imprevista che lei esegue coma un automa perfettamente coordinato. E il cuore del lavoro dei Fanny & Alexander è proprio la sottile manipolazione del linguaggio pubblicitario che influenza la capacità di scelta e di giudizio.
A far da sfondo a “West” suoni inquietanti e assordanti che traghettano l’attrice in questo viaggio nevrotico e ripetitivo.
Bravissima Francesca Mazza che il pubblico ha premiato con grandi applausi.

Il Mago di Oz sente le voci e finisce al manicomio

Osvaldo Guerrieri, La Stampa – Torino, 9 giugno 2010

 

Fanny & Alexander è una delle compagnie più assidue del Festival delle Colline. E’ come se fra questi strenui sperimentatori di Ravenna e la rassegna diretta da Sergio Ariotti esistesse un legame che dalla stima artistica può deviare verso gli amorosi sensi. Quest’anno, alla Cavallerizza Reale, Fanny & Alexander hanno portato “West”, ultima e conclusiva tappa del loro lungo viaggio all’interno del “Mago di Oz”, il film di Victor Fleming che nel 1939 rivelò al mondo la grazia e il talento di Judy Garland. Era lei, all’epoca poco più che bambina, la Dorothy Parker che ha dominato il visionario viaggio teatrale di Luigi de Angelis e Chiara Lagani. E’ lei il totem dell’immaginazione che al di sopra di tutto sa scorgere la gloria. Ma dove? “Somewhere over the rainbow”. Ovvio.

E dunque eccoci a “West”. E’ affidato all’interpretazione solitaria di Francesca Mazza, che attende gli spettatori seduta a un tavolino nudo e povero. Sembra trovarsi al centro di un ring. Ai quattro lati svettano i quattro fari di un’illuminazione che non cambierà mai. L’attrice tamburella con le dita sulla superficie del tavolinetto. Con le sue scarpette rosse sembra premere senza sosta su invisibili pedali. Sono i primi segnali di qualcosa che assomiglia a un turbamento. Arrivano suoni percussivi e acuti. Spesso si sovrappongono e inghiottono le parole dell’officiante, che chiede a lungo, come in un’inchiesta senza sbocco, chi sia l’attrice più dimenticata della storia.

Dall’impetuosa colonna sonora (scenofonia, la chiamerebbe qualcuno) sbucano due voci che cominciano a infierire sulla povera creatura solitaria, le danno ordini, le suggeriscono battute. Gradualmente, il personaggio senza nome acquista il comportamento e i sentimenti che le infondono i due suggeritori. Racconta storie di vita, banali in sé, ma profondamente disturbate e ossessive. E ci accorgiamo che la creatura solitaria è la prigioniera di se stessa, combatte con i fantasmi, è posseduta dalla mente stravolta: non è più Dorothy, ma Judy distrutta dall’alcol e dai barbiturici.

Nello spettacolo non è importante quel che si dice, ma come si dice. La forma prevale sulla sostanza. E Francesca Mazza è bravissima a tenere saldi i tempi e i ritmi di un discorso che porta alla dissoluzione. Magari non troveremo germi di folgorante novità (per una compagnia che cerca l’oltranza è probabilmente un limite) ma la resa è ineccepibile.

 

West di Fanny & Alexander

Simone Arcagni, ilsole24ore.com, 10 giugno 2010

 

West, punto cardinale di una riflessione sul mondo che diviene coreografia di tic, gesti, domande, tensioni. Un palco scarno, un tavolo, una sedia, un’attrice, quattro punti luce a vista puntati su di lei. Musica continua, ritmica, una voce fuori campo che impartisce ordini, che dialoga, un flusso di parole e ripetizioni. Una coreografia, appunto, di parole, musiche, gesti, refrain, a costruire un immaginario che dai punti cardinali si radica nel west, nell’Ovest, nell’Occidnete che siamo noi ma che soprattutto è l’America. Il nuovo spettacolo di Fanny & Alexander che ho visto ieri al Festival delle Colline Torinesi è teso, vibrante, a tratti schizofrenico, bellissimo. Il flusso di parole e testi sottotraccia è persino ipnotico e porta all’eccesso la nostra “connettività”, le nostre mitologie usa e getta, pop. Fanny & Alexander fanno tutto questo proponendo ancora una volta al centro un prototipo mitico, Il mago di Oz, libro e film. L’attrice, con le scarpette rosse di Dorothy e la maglietta con il viso di Judy Garland, riceve ordini sui movimenti e sulle parole, si fa traccia per persuasori occulti, si immerge nel flusso comunicativo, presa dall’incantesimo delle domande senza risposta, nella trappola di una comunicazione priva di senso compiuto…

 

Piccoli pezzi di teatro

Carlo Orsini, Rolling Stone, giugno 2010

 

Eterno adolescente, intellettualmente superdotato che si trastulla con la produzione di raffinate forme teatrali, Fanny & Alexander, compagnia ravennate, ha attraversato l’ultimo ventennio nell’ambito del teatro di innovazione.

Profondità di pensiero e caduta verticale nei testi che hanno interferito, caratterizzano le loro produzioni insieme ad un’attenzione speculativa sul suono e invenzioni sceniche inconsuete: memorabile il cono oscuro in cui intrappolavano il pubblico in Vaniada, episodio del progetto da Ada o ardore di Nabokov, i banchi di scuola con quadernetti in Alice vietato > 18 anni, o gli spettatori sdraiati sul palcoscenico in Dorothy. Sconcerto per Oz, prima tappa del loro progetto in corso dal Mago di Oz. Proprio questo progetto vede ora la sua ultima tappa con West al Festival delle Colline Torinesi (3-23 giugno), dopo aver visitato topologicamente Oz nei diversi punti cardinali, Emerald City in 3D e There’s No Place Like HomeKansas in forma di Museo dello Sguardo. Affetti da potente bulimia produttiva indotta dalla richiesta di “prime” in esclusiva per i diversi festival a cui partecipano, frantumano ogni produzione in molteplici tappe, spesso a scapito di una compiuta comprensione del progetto.

A fronte di questa costellazione di rarefatti riferimenti testuali, sonori e scenici, spesso le loro performance soffrono di cadute di tensione che sconfinano nell’assenza di un efficace “intrattenimento”. O-Z è ora anche un progetto editoriale, in uscita per Ubulibri, così come fu per il progetto Ada: Romanzo teatrale per enigmi in sette dimore. Assoluto perno della compagnia è Marco Cavalcoli, attore dalla voce potente che in alcuni episodi di O-Z appare vestito come l’Hitler inginocchiato di Cattelan e in HIM interpreta vocalmente tutti i personaggi dell’intero percorso filmico del Mago di Oz, in una prova d’attore esaltante.

 

Comunicazione, nuovo potere

Elisa Scattolini, Corriere dell’Arte, 18 giugno 2010

 

Alexander, che con questa produzione concludono il ciclo di spettacoli ispirati al mondo del Mago di Oz. Non si pensi alla Dorothy del romanzo di Baum, però, e men che meno alla barocca gioiosità delle immagini della versione cinematografica con Judy Garland: qui Dorothy è una donna di cinquantadue anni, sola con la sua lotta contro l’immagine. “Qual’è il personaggio dello spettacolo più fuori moda?”, esordisce la protagonista lanciando dal tavolino al quale è seduta il suo grido di guerra, che è insieme anatema e richiesta di aiuto al pubblico. “Indossa la maglietta, per favore”, continua in un crescendo di toni serrati e via via più compulsivi. A partire dall’idea di uno strano esperimento condotto su un gruppo di volontari, lo spettacolo si propone come la rappresentazione dello strazio di una vittima del potere persuasivo della comunicazione, attraverso le vesti di una Dorothy dei nostri tempi, sempre più frastornata, avviluppata al limite dell’annichilimento dall’incalzare delle suggestioni dei due “persuasori occulti” – le voci fuori campo di Marco Cavalcoli e Chiara Lagani -, schiacciata da un linguaggio di cui non è più padrona, come stregata da un incantesimo che ne impedisce il controllo… Decisamente brava Francesca Mazza a reggere un’ora di monologo su questi toni e con un grande controllo fisico nel restituire il disagio crescente della protagonista. Ciò che non convince è la scelta dell’Ovest del Mago di Oz per denunciare la pericolosità del potere della comunicazione: troppo “altro” rispetto a West per fungerne da strumento esemplificativo in chiave metaforica, e inadeguato a divenire parte di un possibile accostamento simbolico tra l’Ovest contadino degli Stati Uniti di fine Ottocento, in esso rappresentato simbolicamente, e l’Occidente contemporaneo preda della comunicazione su cui si focalizza West.

 

Fanny & Alexander scuotono le coscienze dell’uomo

Roberto Rinaldi, Teatro.org, 31 luglio 2010

 

Un girone dantesco dove trovano posto tutte le “voci di dentro” parafrasando la celebre commedia di Eduardo De Filippo, solo che qui è un mondo sotterraneo di voci che paiono emergere da un caos apocalittico, in cui si è costretti a fare i conti con la storia tragica dell’umanità. La follia cieca di un piccolo uomo esaltato dalla sua delirante onnipotenza. È all’udito e alla vista che viene chiesta una sopportazione al limite di ogni resistenza umana. L’ascolto è obbligatorio e non discrezionale se si vuole assistere alla messa in scena dove si viene muniti di cuffie auricolari e di un paio di occhiali con lenti colorate speciali, riservate solo al finale, quando, finalmente cessa il logorante, snervante, inquietante flusso di parole in molte lingue diverse che sommergono il pubblico e lui, il piccolo dittatore inginocchiato sul piedistallo. Hitler. Sta al centro della scena vuota quasi a simboleggiare un altare pagano disposto per la venerazione di una divinità del Male. Ancora una volta il mago di Oz appare nelle sembianze di un corpo umano che incarna il volto del dittatore nazista, il quale a sua volta è la mutazione da un’opera d’arte (il riferimento è all’opera di Maurizio Cattelan), l’uno contenuto dentro l’altro, come un gioco cinese ad incastri. Arrivano le voci dell’intera umanità mescolate, confuse, sovrapposte, caos linguistico e parossistico. Raccontano con tono dolente, quasi atono, supplicano, Sono spezzoni di narrazioni che raccontano violenze, guerre, soprusi, instabilità psichiche, mentre il corpo immobile – attore – simbolo, volge il suo sguardo verso di noi. Sguardo allucinato e mutevole, in grado di creare infinitesimali variazioni fisiognomiche. Un volto senza anima, senza parola, senza anima. Triste e demoniaco. Vittima di lui stesso e di quel logorante cicaleccio di voci imploranti. Un gioco perverso in cui si viene ipnotizzati, catturati. Ma non è la stessa cosa accaduta ai popoli soggiogati, manipolati, plagiati dal potere e dal suo agire terrificante? Voci che confessano, spiegano, raccontano vissuti biografici, a cui si mescola un monologo tratto dal “Mago di Oz, e un evento di cronaca selezionato individualmente. Tre livelli di narrazione che si incastrano tra loro e creano una miscela straniante per la mente razionale che deve soccombere e lasciarsi guidar senza opporre resistenza. Al termine la vista protetta dagli occhiali. Buio in sala. Hitler riappare in formato 3-D e impone lo sguardo su di lui, l’attenzione ad una sua esibizione sfacciata. Un obbligo materiale che si trasforma in una costrizione morale. Non c’è scelta. Straordinaria prova d’attore fuori dai consueti canoni di recitazione per Marco Cavalcoli, capace di “far parlare” il viso, mutare espressione, rendere visibile e decifrabile tutto lo scibile umano. Grande prova collettiva di un gruppo teatrale nella sua ricerca costante di significati e codici di lettura. La psiche umana e la coscienza dell’uomo come fonte di creazione inesauribile. Tra gli spettacoli più interessanti e suggestivi visti al Festival.

WEST
Sola in scena, in preda a continui sussulti nevrotici, una gestualità nevrotica, ripetuta, stereotipata. Sembra in preda ad una forma di allucinazione che la costringe a ripetere meccanicamente parola, gesto e suono con un fare tipicamente schizofrenico. O sottoposta ad un esperimento ipnotico. Ed è questo che fa Doroty, la protagonista. Una donna per certi versi anche commovente nella sua genuina volontà di lasciarsi guidare in un diabolico e perverso testi di persuasione occulta. Cosa succede in scena? Sola e seduta ad un tavolino di legno viene comandata a distanza da due voci che arrivano negli auricolari. Due differenti generi di comandi. Uno legato ad una serie di cliché gestuali, il secondo a una serie di frame testuali che diversamente combinati, danno vita ad un testo. Sono le spiegazioni del minuscolo foglietto consegnato all’atto di entrare in una specie di ring metafisico dove sul pavimento è disegnato con nastro bianco adesivo un quadrato. Una forma geometrica per delimitare lo spazio e il movimento a disposizione della donna. Un raffica di comandi e impulsi da far venire una nevrosi ossessiva a chiunque. Una ripetizione assordante per condizionare la mente umana. Per un pretesto banale. La psiche viene stravolta e la propria persona subisce un’alienazione pericolosa. La tensione nell’aria è palpabile e può essere toccata con mano. Parole che si incrociano, si confondono, subisco accelerazioni repentine, inversioni di senso. Si pronuncia una domanda alla quale non riesce a darsi una risposta. Una comunicazione che somiglia tanto al nostro mondo dove tutto diventa eccessivo e logorroico. Iincomunicabile. Una prova di recitazione straordinaria per un’attrice capace di immedesimarsi talmente da destabilizzare le coscienze di chi l’ascolta. Una bravissima ed intensa Francesca Mazza stupisce per la perfetta adesione alle intenzioni registiche -drammaturgiche di Chiara Lagani e Luigi De Angelis, fondatori della Compagnia ravvenate. Un felice sodalizio capace di portare sulla scena la nostra realtà quotidiana, soggetta a continue manipolazioni da cui facciamo fatica a uscirne. Lunghi e vibranti applausi hanno sancito il successo finale e un ringraziamento speciale alla brava attrice comprensibilmente provata quanto emozionata.

 

Il “West” di Fanny & Alexander

Rodolfo Sacchettini, VeneziaMusica e dintorni, anno VII, nr. 35, luglio/agosto 2010

 

Siamo alla fine, all’ultimo punto cardinale del lungo progetto sul Mago di Oz, che ha tenuto impegnata la compagnia ravennate Fanny & Alexander per circa tre anni. West arriva dopo Dorothy. Sconcerto per Oz, Him, Kansas, There’s No Place Like Home, Emerald City, East, South e North, e rappresenta forse un limite, un margine già proiettato su nuovi orizzonti e ricerche. Tra tutti i lavori West è l’unico in cui la figura di Oz, il mago ciarlatano e imbroglione, non appare in nessuna forma, né come icona, né come attore «statuario», né come piccola traccia segnalata da baffetti hitleriani da apporre sul volto di Dorothy. Oz qui è invisibile, perché è presente dappertutto, o per dir meglio, determina il dispositivo su cui poggia l’intero spettacolo. Ma il potere di Oz non è mai stato così presente ed efficace come in questo caso e forse non poteva che essere l’Occidente con i suoi archetipi a manifestare la natura ambigua e subdola del potere.

Anche nella relazione che s’innesca con il pubblico West è diverso dagli altri lavori e si accosta forse solo al precedente Him. In entrambi i casi il centro della scena è tutto dedicato a un attore solo, che compie una sorta di folle monologo, quasi una maratona, una corsa furiosa, che appare come vero e proprio agone contro qualcuno che non c’è, o almeno non si vede. Il pubblico, inseguendo il ritmo frenetico della voce, affianca la prova atletica dell’attore, trasformandosi più in tifoso che in spettatore attento. Tant’è che in conclusione degli spettacoli l’applauso ha qualcosa di liberatorio e definitivo, di traguardo tagliato, di vittoria raggiunta. La «corsa» di Him sta nel doppiare in diretta l’intero Mago di Oz di Victor Fleming, arrogandosi il diritto di dar voce a tutti i personaggi e anche ai rumori e alle musiche del film. Perciò lo strumento principale di questa incredibile sfida è appunto la voce di Him (Marco Cavalcoli), che ripete senza pause i suoni del film che, lui solo, ascolta in cuffia.

In West si realizza una simile dimensione partecipativa, anche se questa volta tutta declinata al femminile. Dorothy è sola sulla scena, seduta dietro un tavolino e osserva il pubblico. Passano pochi istanti e, supportata da alcuni brani musicali che persistono per tutta la durata dello spettacolo, comincia un monologo sconclusionato e attraente. Potrebbe sembrare all’inizio il normale conversare di una donna ansiosa alle prese con tanti pensieri che si accavallano e si confondono continuamente. Poi il ritmo cresce e crescono a dismisura le ripetizioni, i cambi di tono, l’incedere frenetico. Creano ancor più frizione i gesti dell’attrice, che richiamano alcuni movimenti del quotidiano (ad esempio certo tamburellare delle dita, il ballare del piedino sotto il tavolo), che sembrano indipendenti dal fluire del discorso. Questa doppia discrepanza si accentua sempre più con il crescere del ritmo della musica, fino a che la situazione pare insostenibile e l’attrice in scena sembra invasa da una forza misteriosa e travolgente. È a questo punto che si svela chiaramente il dispositivo dello spettacolo. L’attrice tramite cuffie esegue contemporaneamente degli ordini riferiti ai gesti da compiere e ripete le parole che le vengono pronunciate. Per tutta la durata dello spettacolo è come se il cervello della straordinaria Francesca Mazza fosse diviso a metà e in grado di rispondere a stimoli differenti nello stesso momento. Un meccanismo di feroce eterodirezione le viene imposto sulla scena: si trova a ripetere testi che non a caso riguardano il potere occulto dei media e della pubblicità. Ma si riferiscono anche alle persuasioni che ognuno subisce nella vita quotidiana e nei rapporti amorosi, alla grande difficoltà di dire di «no» a un sistema complesso e infido, che si presenta però accattivante e capillarmente diffuso nei desideri umani. West parla di tutto questo, ma ancor di più del suo opposto. Francesca Mazza esegue tutte le indicazioni che le vengono passate in cuffia, ma in qualche modo tenta sempre di reinterpretarle, di farle sue. Per questo più che di eterodirezione West parla di una forma di resistenza da attuare all’interno di un sistema che non sembra prevedere vie di fuga. In definitiva l’attrice, pur bombardata dagli impulsi esterni, pur ingabbiata in una stanza chiusa da cui pare impossibile uscire, lotta caparbiamente per conservare un piccolo residuo di umanità, una vibrazione, segnale netto di una presenza che non vuole rassegnarsi.

 

Nel penultimo giorno di “Short Theatre: desideri di un atlante sentimentale

Simone Nebbia, Teatro e Critica, 11 settembre 2010

 

Atlante di un viaggio teatrale. Spunto è il sottotitolo del libro O/Z su Fanny & Alexander che Ubulibri ha dedicato al loro percorso sull’opera di Lyman Franz Baum, che ieri Chiara Lagani e Marco Cavalcoli, hanno presentato in questo terzo giorno testaccino di Short Theatre, all’ora dell’aperitivo. Atlante. Una mappatura del teatro che esiste. Quanto sarebbe bello poter fare un viaggio simile. Scrivere un racconto picaresco e onirico che racconti tutte queste diversità, poetiche in contrasto, amori e dolori che dell’arte sono forze generatrici. Una fiaba, una fiaba ci vorrebbe. E invece non ne scriviamo che didascalia. L’attraversiamo parlando di tutto: spazi, ruoli, finanziamenti. Ma parlare dei contenuti, questo mai. Perché lì sarebbe il dolore di non trovarne. E un teatro pieno di gente che lo fa, non si dirà mai da solo di essere vuoto. La forza della persuasione, quella della massa.

Teatro politico, tanto per cominciare. Quanto mi piace uccidere… di Virginio Liberti di Egumteatro/Gogmagog è un testo, una scena seminuda, un attore formidabile. Lo vidi a Radicondoli questa estate, allego recensione. Ricordo uno spettacolo minuto che trae la forza dall’assenza di orpelli, lasciando cadere a terra tutta la gravità di quanto racconta. Storia di un politico toscano, il sottotitolo. Ecco, appunto: politico è questo teatro. Mi torna in mente questa parola – politico – anche perché a seguire c’è una ragazza che ho già visto, che non mi convinse troppo appena vinto l’ultimo premio Scenario per Ustica 2009, ma che sono qui per rivedere. Marta Cuscunà da Monfalcone, città operaia. Ed è importante dirlo. Il suo È bello viver liberi! è la biografia di Ondina Peteani staffetta partigiana. Di Ondina è la storia di una educazione politica, dall’entusiasmo al dolore, dall’adolescenza alla responsabilità, che la porta a crescere troppo in fretta sotto lo sguardo di una guerra. Lo spettacolo ha una forte impronta letteraria ma l’attrice, sola in scena, ha l’energia per evitare l’appiattimento che ne verrebbe. Perché a certe storie siamo abituati dal realismo sospinto, non ci tocca più Auschwitz o il vento di guerra, alla cui retorica antidialettica abbiamo in tanti anni affidato la nostra maturazione civile. Quello della Cuscunà è un tocco che mi interessa perché attraversa una linea che ondeggia tra la delicatezza e l’ingenuità, è maturata molto però non sconfigge l’idea di piccola timidezza che già avevo l’anno scorso, ma forse è il suo modo e nulla più, di maturare attraverso i piccoli passi. Le scelte migliori quelle legate al teatro di marionette, meglio la comicità dei burattini però del lager gotico con cui sembra avere meno familiarità. Qualche dubbio me lo lascia l’interpretazione su toni di eccedente entusiasmo, ma comprendo la difficoltà tematica e il desiderio di resa popolare, poi la lunga gittata che, per capitoli, rischia una caduta nel naturalismo che però lei prova in ogni modo a contrastare. E tanto mi basta per credere in questo lavoro. Poi vabbè, il suo fazzoletto rosso certi brividi ancora li tira fuori…

Nella seconda sala Fanny & Alexander, Chiara Lagani e Luigi De Angelis, ci aspettano per il loro West, decimo capitolo del progetto legato al Mago di Oz, da cui il libro a inizio articolo. Luci accese in sala, Francesca Mazza è Dorothy, da sola in scena per un tavolo e una sedia. Un foglietto di sala ci dice che si tratta di un esperimento: avrà la Mazza due auricolari, nel primo una voce le dirà di eseguire gesti convenzionali, nell’altro l’altra voce le suggerirà parti di testo. Questo il loro esperimento. Il mio è tentare una analisi che sia insieme rispettosa degli alti obiettivi del loro lavoro e rispettosa del mio ruolo di traduzione. Assicuro a chi legge che non è facile, per nulla. L’analisi mi porta a dire che si tratta di un lavoro straordinario sul disturbo, sulla persuasione occulta (come segnalato) e sulla conseguente percezione dell’attrice in scena e, a lei attraverso, del pubblico in sala. Francesca Mazza è di indicibile bravura, la fusione musicale di Mirto Baliani attraversa entrambe le percezioni rendendole esperienze vitali, come nel caso della voce di Judy Garland nel film di Fleming su Oz, che cerca di intervenire dolce nella distorsione, fallendo. La reiterazione della paura è la perdita di punti cardinali – a dispetto del titolo e forse anche per questo –, il risultato della persuasione che è insieme disturbo e seduzione, ansia e penosa rassegnazione. La sensazione è un processo di distorsione elettronica che va in senso contrario rispetto alla pulsazione del cuore: sembra non il cuore che produce, ma un agente esterno che interviene su di esso a provocarne il sussulto. Eppure – e proprio per questo – sono costretto a dire di no, per pura incompatibilità intellettuale. No a questo spettacolo della suggestione che ha come finalità la stessa suggestione. Lo stimolo casuale definisce la natura di quel che chiamiamo esperimento, tentativo che cerca di riuscire, mentre invece quel che chiamo esperienza è la riprova di un continuo e necessario fallimento, perché l’esperienza ha a che fare con la perfettibilità dell’umano almeno quanto l’esperimento è per contrasto sovraumano. Per questo credo, ma senza certezze effettive è chiaro, che l’esperimento West in quanto tale sia di straordinaria intelligenza, ma allo stesso livello razionale di come lo è l’enigmistica. L’esperimento richiama alla scienza, l’esperienza all’emozione.

Servirebbe davvero, quell’Atlante. Perché direzioni eterodosse, a volte antitetiche, possano coesistere e – detto in termini più semplificati possibile – volersi bene, stringersi in una comunità davvero che abbia come sola riconoscibile codice l’essere tutti umani. Il teatro ne è l’arte più prossima. Claudia Sorace è curiosa, ti guarda dritto negli occhi quando parla, non riesci a staccare l’attenzione, come lei da te quando ascolta: alla fine di un lungo discorso sul desiderio interventista e la voglia di smettere tutto, sull’arte e il sistema che la governa, respiriamo ad accorgerci che sì, forse stiamo sbagliando direzione, in tanti e in qualsiasi direzione artistica ci si riconosca, e forse la forma al contenuto deve ancora molto. Lascio lei e Riccardo di fronte al bio-bar del festival, i Muta Imago. Riccardo mi tende la mano: “in bocca al lupo per la tua battaglia”. Lo guardo stringendola: “Riccardo – gli dico – la battaglia è la stessa tua”.

 

Il linguaggio manipolato di Fanny & Alexander

Anna Bandettini, Post Teatro – repubblica.it, 12 settembre 2010

 

Tra i gruppi teatrali nati negli anni Novanta i Fanny & Alexander occupano un posto unico. Perchè sono giovani (Chiara Lagani, Luigi de Angelis, Marco Cavalcoli sono decisamente più giovani degli altri artisti usciti in quel periodo); perchè sono una officina d’arte (nella loro città, Ravenna, la stessa delle Albe), molto vivace, attiva, nelle diramazioni culturali ma anche negli incontri che sa tessere: e una officina anche prolifica visto che in vent’anni hanno prodotto qualcosa come una cinquantina di spettacoli, performance, installazioni; perchè i loro spettacoli sono complicati, ostici, difficili e hanno sempre la forza della sorpresa, capaci di porre lo spettatore di fronte a domande impreviste magari intorno a figure archetipe come fu tantissimi anni fa con Alice di Lewis Carroll.

Da un paio di anni i Fanny & Alexander stanno lavorando sul Mago di Oz, altro archetipo del nostro universo culturale. Questo lavoro – testimoniato tra l’altro da un bellissimo volume fotografico della Ubulibri “O/Z”, che è proprio quello che dice il sottotitolo un “Atlante di un viaggio teatrale” – si è sviluppato attraverso seminari, laboratori, residenze e tappe spettacolari.

L’ultimo che ho visto è West, che aveva debuttato al Festival delle Colline Torinesi e ora è andato in scena a Roma per Short Theatre alla Pelanda-Testaccio. In scena l’ ennesima Dorothy di questo viaggio, il personaggio che i Fanny considerano l’Avatar dello spettatore in questo viaggio col Mago di Oz. Sta seduta dietro un piccolo tavolo quadrato al centro di una scena vuota: da due microfoni, riceve ordini per fare dei gesti e dire frasi. Il tema che, invisibile, si insinua in un flusso di parole – che all’inizio pare un banale flusso di coscienza- è la manipolazione, la persuasione occulta e le reazioni che scatena nell’individuo che le subisce ma anche in quello che assiste, cioè lo spettatore. Man mano che procede quella partitura verbale e gestuale così manipolata diventa sempre più spezzata, singhiozzante, contaminata, nervosa, angosciosa, disperata senza che nè i gesti nè le parole arrivino (e anche qui si mescolano parole alte a frasi della quotidianità) mai a definire un significato preciso, a esprimere una scelta, un pensiero compiuto.

Personalmente ho amato di più l’onorico, visionario lavoro su Ada di Nabokov la cui algebrica ambiguità aveva trovato nel teatro di Fanny & Alexander fili molteplici di immagini e significati.

Questo sul Mago di Oz mi pare più estraneo, costruito. Ma quello che rende emozionante West è Francesca Mazza, con la treccia sfatta, l’abitino blu, bravissima a governare corpo e parola in quel flusso continuamente spezzato, rifatto, reiventato e a farne una partitura gestuale e verbale vibrante, concitata, calda. Davvero eccellente.

 

Short Theatre 2010 

Matteo Antonaci, Exibart.com, 14 settembre 2010

 

Riflette sulle derive dell’immaginario contemporaneo e sul ruolo dell’individuo nella società dell’immagine West, ulteriore tappa del progetto che Fanny & Alexander ha dedicato al Mago di Oz. Al centro di una scena spoglia, quadrata, delimitata da un nastro bianco e illuminata da quattro fari, l’attrice Francesca Mazza se ne sta seduta con il volto incorniciato da una lunga treccia bionda e ai piedi luccicanti scarpette di strass rossi. “Mi chiamo Dorothy, ho cinquantatre anni”, dice l’attrice catapultando lo spettatore nel mondo del film di Victor Fleming. Un mondo consumato, abusato, distrutto in cui la piccola bambina dai capelli biondi è diventata una donna matura, imprigionata in vortici di parole e gesti che non le appartengono più. Perfetto automa, Mazza esegue gli ordini che le vengono imposti tramite due auricolari da Marco Cavalcoli (per i gesti) e Chiara Lagani (per il testo). Nella sua recitazione, quasi cinematografica, sta l’ambigua differenza tra immaginazione e realtà, tra persuasione mediatica e volontà individuale. Attraverso il corpo dell’attrice e l’immagine di un’ingenua Dorothy, Fanny & Alexander disseziona l’immaginario occidentale e lo lascia scorrere in un mare ipnotico di parole incarnate nel simbolo di un’America produttrice di sogni e icone. Ma la stessa icona Dorothy diviene presto l’immagine patetica di una Judy Garland distrutta da alcol e barbiturici.

 

West di Fanny & Alexander

Alessandra Cava, Altre Velocità, 14 settembre 2010

 

West non è una direzione. Non si scorgono cartelli a indicare la strada, né sentieri dorati da seguire. Eppure si viaggia molto in questo ultimo capitolo del progetto O-Z di Fanny & Alexander, dentro l’Ovest, chiusi nel recinto del nostro pensiero: si corre seduti al proprio posto, si sfiorano i confini con passi di danza, si va verso nessun luogo. Ogni segno della presenza del Mago/Him, lucida sovrapposizione dell’icona hitleriana di Cattelan al personaggio di Oz, il «grande e potente» imbroglione di Baum e Fleming, sembra essere scomparso. Ci troviamo ora in un’area perimetrata, spoglia, un quadrato di scena al centro del quale se ne sta seduta a un tavolo Francesca Mazza, avatar di Dorothy esposto a luce piena, come inchiodato nell’occhio del suo eterno ciclone. Cos’è il coraggio quando non si può più scegliere? Come si conserva la propria volontà? L’Ovest di Dorothy, di questa Dorothy che vuole imparare a dire di no, a non cedere alle persuasioni nascoste, ad accettare le proprie ferite, è una sequenza serrata di ordini. Impartita da due “persuasori occulti”, l’attrice la riceve attraverso gli auricolari e la esegue, creando con le azioni e le parole una vera e propria partitura che insegue i ritmi incalzanti della musica di Baliani. Gesti automatici, domande ossessive, luoghi comuni, slogan, frammenti d’immaginario occidentale nei quali si incastonano ricordi privati e confessioni, emergendo nitidi nel flusso violento che trascina ogni cosa e si spezza a più riprese. Tutto sembra essere già accaduto, ogni illusione svelata. Il meccanismo, rotto, è esposto sulla scena. «Io sto qui, non posso nient’altro», ripete l’avatar. «Nessun luogo al mondo è come questo». Gli spettatori, nella sala che è rimasta sempre illuminata, attendono qualcosa che non sanno e che forse non arriverà: il battito delle scarpette rosse non li porterà da nessuna parte. Siamo a Ovest, siamo già a casa e Dorothy non è che una delle nostre immagini da telecomandare a piacimento. E Oz? Il Meraviglioso Mago è qui con noi, nella sua forma più pericolosa, invisibile e insidioso sotto il limen di ogni coscienza.

 

A Ovest del Mago di OZ

Marco Palladini, Teatrica – www.retididedalus.it, settembre 2010

 

(…) Dopo avere lodato una eccellente prova corale, voglio segnalare una superba prova solistica: quella di Francesca Mazza, co-autrice e interprete di West dei Fanny & Alexander. Mazza, oggi 52enne, è stata tra gli anni ’80 e i primi anni ’90 compagna di scena e di vita di Leo de Berardinis. Dunque, al seguito di Leo, ha avuto una grande scuola. Era già brava allora, ma in sottordine. Negli ultimi due decenni la sua crescita artistica è stata straordinaria, oggi è una protagonista matura e di enorme caratura. In West la sua prova d’attrice è di inusitata forza scenica, oltreché di tecnica recitativa avanzatissima. Tal ché, mi ha detto qualcuno, non sembra uno spettacolo dei Fanny & Alexander, ottimo gruppo romagnolo, attivo dal 1992, guidato dal regista Luigi de Angelis e dalla ‘dramaturg’ Chiara Lagani, noto e apprezzato soprattutto per una brillante vena creativa esercitata sul piano della composizione scenica, della ricerca spaziale-sonora e del movimento visivo a partire da suggestioni e pre-testi letterari, fiabeschi, meta-narrativi.
Probabilmente è vero: la prova maiuscola della Mazza in qualche modo qui schiaccia il teatro dei Fanny & Alexander, che però hanno avuto il senso della misura e l’intelligenza di fare un passo indietro. Ossia di costruire attorno all’attrice un contenitore minimale, quasi neutro, con luci fisse, e di assecondare il suo exploit recitativo con piccole interpolazioni di ‘voci off’, di istruzioni per l’uso, come se fossero loro a telecomandare il percorso scenico-mimico della Mazza invece (come è evidente) di essere loro a venire risucchiati dal suo corpo-mente in azione.
West fa parte di un progetto teatrale pluriennale dei Fanny & Alexander sul “Mago di Oz”, che nell’arco di tre anni ha portato alla realizzazione di ben altri nove allestimenti. West però si intride fortemente con la personalità e la vicenda bio-artistica di Francesca Mazza che incarna una Dorothy adulta (ma con trecciona bambinesca) su cui proietta frammenti della propria storia personale, slanci felici, paranoie, dolori, ossessioni, alti e bassi di una vita dentro e oltre una carriera teatrale. Per tutta la prima parte dello spettacolo, Mazza è seduta a un tavolinetto posto di fronte alla platea, ed è come ingabbiata in una serie di piccoli, iterativi movimenti delle braccia e delle gambe, a indicare una compulsione psichica che si scarica sul piano fisio-motorio. Mazza mescola schegge di memoria, gioie e rabbie della propria esistenza, considerazioni tangenti sul mondo e la società, con lacerti del romanzo di L. Frank Baum, in cui l’Ovest rappresenta il punto cardinale più estremo della storia del “Wonderful Wizard”. Poi i pensieri ogni tanto si accavallano, si sviano, si perdono e quindi si ritrovano e lei accelera il ritmo delle frasi, le ripete, le intreccia, le varia in un crescendo virtuosistico e, anche, schizofrenico, che mi ha richiamato l’idea di Leo di un “attore free”, ossia capace di controllare l’improvvisazione come i campioni del free jazz. C’è anche Leo, ovviamente, nel tumulto dei precordi e dei ricordi recitato della Mazza, ma resta innominato, citato soltanto come “un mio precedente compagno” a proposito di un episodio, che mi fu personalmente raccontato da de Berardinis, relativo a un drammatico raptus canino del pit-bull della coppia che finì per recidere la falange di un dito di Francesca.
A un certo punto, l’attrice rompe la gabbia della ‘donna seduta’ e si alza, intraprendendo dei precisi, minuziosi, geometrici percorsi sulla scena, associando una gestualità para-coreografica rigorosa e asimmetrica ai diagrammi interpretativi sempre più dissociati, divergenti. Producendo l’effetto di una calibratissima partitura musicale contemporanea di atti e parole. Per quel che ho visto e sentito, il punto più alto, il momento apicale del festival.

 

L’Occidente di Dorothy

Laura Bevione, Hystrio, nr. 4/2010, ottobre 2010

 

Un esperimento di persuasione occulta: così si presenta il nuovo, ipnotico spettacolo di Fanny & Alexander, interpretato sul palcoscenico da un’attrice e comandato fuori scena da due “persuasori occulti”, ossia Chiara Lagani e Marco Cavalcoli. Una donna seduta a un tavolino di legno, evidentemente sotto tensione, si presenta, dice di avere 52 anni, racconta del suo primo viaggio negli Stati Uniti e del programmato secondo volo oltreoceano cancellato per un sottovalutato problema di salute improvvisamente aggravatosi. Ricorda, poi, aneddoti del suo passato: un lieve incidente d’auto dalle impreviste conseguenze e l’imbarazzante soggiorno da un collega. Racconti che, tuttavia, non risultano lineari ma interrotti e ripresi, inframezzati da quesiti e considerazioni che si ripetono quali inusuali ritornelli. Le mani e le gambe dell’attrice, intanto, si muovono costantemente, disegnando brevi e oscure traiettorie. La protagonista, poi, sposta la sua sedia a un lato del palcoscenico, delimitato da una linea nera e, nel finale, si muove lungo quel perimetro, eseguendo i movimenti e pronunciando le parole che le vengono suggerite da una voce femminile e da una maschile. E’ svelato, in questo modo, l’espediente su cui si regge lo spettacolo e che ne determina la natura cangiante e mai eguale a se stessa: Francesca Mazza, infaticabile e generosa nel mettere a nudo le proprie umane fragilità, compie quanto le viene indicato attraverso i due auricolari, uno per orecchio e uno per “persuasore”. L’attrice, reincarnazione di Dorothy, protagonista di quel Mago di Oz a cui da qualche anno si ispira esplicitamente il lavoro dei Fanny & Alexander, è la volontaria cavia di un esperimento sulle possibilità di influenzare proditoriamente le nostre scelte e decisioni. Ma Francesca-Dorothy, pur disciplinata, sa che a volte è necessario dire dei “no” e sembra riuscire a sottrarsi al potere persuasivo che sta tentando di manovrarla come fosse una marionetta. Un tentativo che l’Occidente – il “West” – che abitiamo ha messo in atto da qualche anno e che i Fanny ci invitano a contrastare con questo spettacolo rigoroso e spietato che, utilizzandole, mette a nudo quelle sofisticate tecniche persuasive che cercano di plasmare la nostra società.

 

La sete è tutto. L’immagine è zero

Erica Bernardi, Paneacqua.eu, 27 ottobre 2010

 

Quando le luci si sono accese e ho visto Francesca Mazza seduta su quella sedia, dietro quel tavolo, al centro del palco ho pensato al primo frame de “La Fille sur le Pont” di Patrice Leconte. Il film si apre con un omaggio alla pellicola più autobiografica del maestro Truffaut, più precisamente alla scena nel quale il giovane Antoine Doinel in riformatorio viene interrogato da una psichiatra che gli pone domande sulla sua vita intima e sui difficili rapporti con i genitori, cui Antoine risponde con sconcertante franchezza. Leconte mette sulla sedia d’analisi la storia e la vita dell’affascinante Adèle. Anche Adèle (Vanessa Paradis) è un inquieta ragazza: dopo aver tentato il suicidio gettandosi da un ponte della Senna ed essere salvata da Gabor (Daniel Auteuil) lanciatore di coltelli, non avendo nulla da perdere accetta di fargli da bersaglio nei suoi spettacoli.

Tra i due si instaura a poco a poco un rapporto ambiguo, di amore-odio. Questo film è la storia di un rapporto fuori dagli schemi, non definibile, e di un viaggio continuo. È la storia di una donna che non riesce a sentirsi amata quanto vorrebbe, che non riesce a sentirsi a proprio agio in alcuna situazione, che non riesce a scegliere, che non riesce a dire di no.

È il caso del “personaggio più fuori moda” che interpreta Francesca Mazza in questo esperimento, robotica, elettrica, guidata da impulsi sonori. Le dita tamburellano, manca il coraggio di dire NO, per sentirsi sempre amata, accettata.
Fanny & Alexander provano a tracciare la difficoltà nel fare delle scelte di questa nostra epoca, la difficoltà di prendere delle posizioni forti. E ci raccontano come ci si riduce quando non si riesce ad esprimere nessuna preferenza: quando tutto è per tutti allora è come non dare nulla. “Solo così sarai un donatore, se esprimerai una preferenza”. Non si può arrivare dappertutto, non si può accontentare tutti, non si può piacere a tutti, non si può fare tutto quello che ameremmo fare. Poche cose ma con criterio, e decisione. Perché “le persone ci prestano molta meno attenzione di quello che crediamo”, è il caso delle platee del nostro tempo che non sono educate a vedere cose non spiegate, non servite in modo mediatico. Che non riescono a sorpassare lo step della percezione (quando percepire non è uguale a comprendere e capire) e che confinano il pensiero negli interstizi delle abitudini.
“Faire le quatre cents coups” (idioma che ha ispirato il film di Truffaut) in francese significa “fare il diavolo a quattro”. Francesca Mazza fa del corpo nella sua interezza un’interfaccia di comunicazione, poiché “nessun luogo al mondo è come questo”, il teatro cerca di riappropriarsi del proprio spazio sovversivo e rivoluzionario. Il teatro vuole abbattere la prepotenza dei rituali a bassa intensità, dell’immagine che diviene mondo.

Le avanguardie del primo novecento hanno liberato l’arte della tirannia del significato: la funzione etica dell’arte è oggi più che mai quella di generare linguaggi dalle cose, dai materiali, dagli strumenti e dalle tecnologie, poiché è nel linguaggio che si disegnano gli schemi dell’esperienza umana e la possibilità di riflettere su di essa. Il teatro è lo spazio in cui si vuole saper dire di NO a quella droga sociale pesante del mondo occidentale che si chiama illusione.

L’illusione di poter essere chiunque e dappertutto, “periferia e centro, intelligenti e coraggiosi”, l’illusione di poter fare “scelte normali ed eccezionali”. Quell’illusione che ci rende nevrotici a tal punto che le nostre parole (come le parole della Mazza) dicono sempre il contrario di quello che dice il nostro corpo (come il corpo dell’attrice), nel costante inseguimento di un’effige che non raggiungeremo mai, continuando ad avere sete, sempre più sete. Fino a quando non ci sarà più acqua da bere. “Fra un minuto non ci sarò più, fra un minuto non ci sarò più”: buio in sala.

Questo l’Occidente di Fanny & Alexander, un occidente di ignavi che girano nudi per l’eternità attorno ad un insegna non descritta, punti da vespe e mosconi. Un occidente di cadaveri viventi, che non sa agire né nel bene né nel male, che non sa prendere posizioni, che si limita ad adeguarsi sempre, per il timore di non essere amato o accettato. “Signor Presidente, voglio saper dire di no”.

 

Oz e il “West”. Che finale per la “saga”

Alessandro Fogli, Il Corriere di Ravenna, 2 novembre 2010

 

Dopo un triennio foriero di otto lavori – “Dorothy. Sconcerto per Oz”, “Him”, “Kansas”, “East”, “Emerald City”, “There’s no place like home”, “South” e “North” – la compagnia Fanny & Alexander giunge con “West” al termine del progetto incentrato sul “Mago di Oz” di Frank Baum. E la logica di “West” va ricercata proprio nell’incipit dell’intera saga, quel formidabile big bang meta-teatrale che è stato “Dorothy. Sconcerto per Oz”, in cui tutto succedeva contemporaneamente e su più livelli narrativi – testuale, cromatico, musicale, semantico – in un’esplosione irreversibile di creazione per partenogenesi. Dall’uno al tutto, dalla Dorothy di Baum alle nove Dorothy in scena.

Di quelle Dorothy, alla fine di un viaggio che ha toccato tutti i punti cardinali, all’Ovest ne arriva soltanto una, ma a questa singola figura – una Francesca Mazza puramente strepitosa – spetta l’improbo compito di chiudere il percorso ellittico, di riportare il tutto all’unità. Questa Dorothy se ne sta seduta a un semplice tavolino in legno all’interno di uno spazio quadrato dettato da normalissime strisce bianche. Sembra voglia raccontarci di un certo esperimento sulla persuasione occulta condotto in Occidente ma al contempo raccontarci anche qualcosa di lei, fatti capitati, riflessioni. È poi evidente che Dorothy, oltre a parlare contemporaneamente di più cose del tutto slegate, vorrebbe anche muoversi.

E lo fa. Lo fa nevroticamente, senza coerenza, il suo corpo sembra autonomo dalla sua mente. I suoi piedi ballano ritmi muti, un braccio spolvera il tavolino di tanto in tanto, il viso è preda di ogni emozione; il discorso è sincopato, si inceppa, riparte, mischia, scombina logiche e costrutti, il tutto sopra una traccia sonora da festa dance anch’essa incoerente. Tutto questo avviene perché l’esperimento di cui ci vorrebbe parlare lo sta parossisticamente subendo lei stessa. Due persuasori occulti la stanno manipolando tramite gli auricolari che indossa.

A Dorothy vengono somministrati contestualmente da una voce femminile e una maschile due tipi di comando, uno legato a una serie di gesti, l’altro a una serie di blocchi testuali. Il ritmo ora cresce, Dorothy sposta la sua sedia lungo i lati del quadrato, quindi si alza e incede lungo il perimetro, gli ordini – adesso palesati tra le pieghe della musica – si fanno sempre più incalzanti, dando vita a una partitura sempre più cangiante in cui i melliflui input del linguaggio pubblicitario diventano un flusso indistinguibile con la vita della protagonista.

Il West dunque non è proprio un gran bel posto, e se speravamo che – per la prima volta – l’assenza in scena dell’enigmatico “controllore” Oz (sempre aleggiante negli altri episodi, almeno in forma iconica) fosse presagio di una libertà ritrovata ci si sbagliava di grosso, perché Oz qui è ovunque senza bisogno di palesarsi, Oz è l’essenza stessa di West, è, mentitore e falso, il simbolo di tutti i subdoli poteri all’opera all’Occidente.

 

Se la musica sconfina nel teatro. Mirto Baliani, il sound della trama

Federico Spadoni, La voce di Romagna, 9 novembre 2010

 

Immaginatevi attori per un istante. Siete soli sul palco. Dovete recitare e conoscete il canovaccio. Tuttavia non esiste un testo fisso e le parti variano di volta in volta a seconda di due variabili inaspettate: gli ordini imposti da due ”persuasori occulti” e l’incedere incalzante di un dj set, unico elemento in grado di decretare il passaggio da una scena all’altra. Dimenticavo: durante lo spettacolo dovete seguire con mani e piedi il ritmo imposto dalla base. Se il sentimento che provereste nelle vesti di protagonista è l’inquietudine data dall’incertezza dei movimenti da compiere e delle parole da pronunciare, ecco spiegato come lo spettatore dell’ultimo lavoro di Fanny & Alexander (andato in scena all’Ardis Hall dal 27 ottobre al 5 novembre) si ritrova proiettato nel mondo stregato di West, rapito dalle paure ed incertezze dell’ormai 52enne eroina del Mago di Oz.
Sperimentazione e improvvisazione per uno spettacolo in divenire, costruito su continui climax di voce e musica, in cui Dorothy (Francesca Mazza) e le spettrali voci fuoricampo (Marco Cavalcoli e Chiara Lagani), rimbalzano nei mix elettronici ideati dal compositore Mirto Baliani. Ecco perché il secondo appuntamento di questa rubrica musicale sconfina nel mondo del teatro.
Con Mirto Baliani, 33enne di origini romane ma da un anno residente a Madrid, la collaborazione è ormai una costante per la compagnia ravennate. Undici anni di spettacoli, che mai prima d’ora avevano toccato un simile livello di improvvisazione musicale, in grado di determinare l’andamento e la durata dello spettacolo stesso. L’idea è venuta quasi per caso, durante le prove: ”Ci siamo accorti che con una colonna sonora fissa qualcosa si fossilizzava, perdeva della freschezza iniziale”. Arriva così l’intuizione: usare la paura per dare di volta in volta vigore alla trama: “Lo abbiamo notato ogni volta che sperimentavamo brani nuovi – continua -, la difficoltà di non potersi appoggiare al solito tema musicale unito al testo in divenire, ha dato la svolta”. Una chiave di volta che segue le note di compositori considerati ormai guru della scena elettronica tedesca, come Murcof, Apparat e Burnt Friedman, più alcuni pezzi composti personalmente da Baliani. E’ il loro spaziare dallo swing al drum&bass che accompagna Dorothy nella sua esplorazione tra le contraddizioni della società, nel percorso plasmato dalle mani del dj: ”Riverberi ed effetti mi permettono di modificare tonalità, frequenze e velocità a piacimento”, spiega. ”Per noi è stimolante, per lo spettatore è un’esperienza non riproducibile”. Per averne conferma basta guardare l’espressione del pubblico: tra una scena e l’altra qualche testa volta le spalle per guardare verso il banco di regia, quasi per chiedere: ”E ora cosa succederà?”.

 

Il grande “West” di una diva ultraterrena

Franco Quadri, La Repubblica – Tuttomilano, 11 novembre 2010

 

A conclusione del maestoso ciclo di spettacoli che da tre anni i maturi ragazzi di Fanny & Alexander dedicano al Mago di Oz, il leggendario film di Victor Fleming che già ci fu raccontato in una tappa precedente intitolata Him dal magnifico Marco Cavalcoli, arriva solo ora a Milano al Teatro i (dal 13 al 21 novembre) il mirabile West, traguardo di questo viaggio tra i punti cardinali e prepotente assolo di una grande Francesca Mazza che, seduta a un tavolo luminoso, col volto di Judy Garland sulla maglietta, non smette di ripetere “Mi chiamo Dorothy, ho 52 anni”, sollecitata dall’incrociarsi delle domande di un coro di petulanti voci amiche, sogno e visione di un pubblico affascinato dal viaggio interiore in cui lei ci conduce con gli occhi e le tonalità di una diva ultraterrena, avanzando immobile in una temperie immaginaria che supera i limiti propri solitamente agli spettacoli nel rivivere e far rivivere un clima, un secolo, una leggenda. Da vedere e rivedere.

 

West. Tra persuasioni occulte e potere dell’immaginario

Martina Melandri, Krapp’s Last Post, 17 novembre 2010

 

Dorothy è cresciuta. Si presenta 52enne, disillusa, a tratti persino smaliziata. Indossa una t-shirt con stampato il suo viso nel 1939, in bianco e nero: Judy Garland è diventata Francesca Mazza, e oggi ha una nuova richiesta da portare nella Città di Smeraldo. Prima di tornare a casa, vuole capire “cosa è il coraggio”.
Anche l’interlocutore è cambiato. Il Mago di Oz non appare alla ragazza sottoforma di grande testa, ma parla a una donna in cuffia.
È il 2010, e Fanny & Alexander presentano “West”, ultimo approdo del lavoro che da qualche anno impegna la coppia ravennate. Lavoro articolato in seminari, laboratori e spettacoli, testimoniato ora anche da un volume fotografico: “O/Z. Atlante di un viaggio teatrale”, edito da Ubulibri.
E il viaggio termina con una Dorothy non più adolescente, pienamente sviluppata; non più spensierata, totalmente logica. La sua ragione è veicolata da due voci, una maschile e una femminile, che le suggeriscono parole e azioni. Una Dorothy che a tratti si interrompe: è l’istinto che arranca per riprendersi la lucidità, ma subito viene reindirizzato. Così Dorothy ricomincia da capo.
Si tratta della messa in scena di un famoso esperimento sulla “persuasione occulta in Occidente”, sulle tecniche della manipolazione sottile del linguaggio pubblicitario. Fanny&Alexander lo chiamano “West” e Francesca Mazza ogni sera fa la parte della cavia. Interprete concentrata e impeccabile, resiste energica, sudata e seduta al tavolo dell’interrogatorio: “Qual è il personaggio dello spettacolo più fuori moda?”, la domanda; “questo esperimento dipende dalla tua volontà”, l’avvertimento.
E, invece, due voci decidono la combinazione di gesti e frasi. Manipolata, contaminata, Dorothy è indirizzata a mescolare argomenti alti a frasi della quotidianità, costretta a una volgarità che si stupisce di pronunciare, offende e pare sentirsi in torto per questo, ma mai riesce a esprimere un pensiero compiuto. Mai finisce la frase. Continuamente interrotta, Dorothy singhiozza: è corretta dalle voci o combatte per non stare al gioco? Vittima dell’esperimento, forse cerca di rifiutare i comandi che la portano a una soluzione, quella stampata sulla maglia.
In questa sottilissima e sensibile linea di confine, impercettibile ma efficacemente mostrata da Francesca Mazza, si muoverebbe la volontà della protagonista: ecco allora che dalla totale costrizione iniziale la libertà trova spazio per manifestarsi in istanti che sono tic nervosi, lampi di ribellione. Meglio che niente se l’alternativa è essere telecomandati. L’esperimento messo in scena da “West”, infatti, mira a dimostrare che accettare la manipolazione si traduce nel “fare cose normali”, mentre l’“anomalia” è un errore, quindi va corretto, cambiato, scartato. Nel caso dell’esperimento su Dorothy, l’abilità con cui l’attrice fa convivere azioni comandate e volontari tentativi di “dire no”, ci mostra una via di fuga possibile alla manipolazione. Anche se trapela a singhiozzi, sussulti, scatti e improvvisi momentanei cambi di tono, qui, nel perseguire l’extra-ordinario, sta forse il risultato positivo dell’esperimento, e il messaggio ottimista che si può leggere nello spettacolo.
Perché noi vogliamo credere nel valore positivo dell’extra-ordinario. E tu? Tu, spettatore all’ingresso, ricevi la locandina dello spettacolo; il retro rappresenta un telecomando: al posto di on/off, il tasto life/death, mentre il volume regola pleasure/pain.
Fai il tuo gioco, scegli. “Questo esperimento dipende dalla tua volontà”.

 

Nevrosi (e noia) a Occidente

Franco Cordelli, Corriere della Sera, 21 novembre 2010

 

Alla fine dello spettacolo, West, del gruppo Fanny e Alexander diretto da Luigi De Angelis e Chiara Lagani, un lungo, caloroso applauso ha salutato la prova dell’ interprete Francesca Mazza. Era un applauso molto particolare: era rivolto, un poco, all’ attrice che fu a lungo compagna di lavoro, dal 1983 al 1995, di Leo De Berardinis; ed era, naturalmente, rivolto alla prova del gruppo ravennate, nona e ultima del progetto legato a Il mago di Oz. In questo progetto, tra gli altri otto titoli, c’ è almeno un capolavoro del teatro contemporaneo, Him. Mi chiedevo come, rispetto a Him, collocare West: se l’ applauso fosse tutto per Francesca Mazza, tutto per Fanny e Alexander o per tutti e due, in pari o dispari misura. Non saprei rispondere ma la domanda non è retorica. Tra i presenti in sala, Andrea Cortellessa, un critico letterario, e Stefano Chiodi, un critico d’ arte, erano entusiasti per lo spettacolo. Simone Carella, un regista della prima avanguardia, e Ulisse Benedetti, suo socio organizzativo, erano perplessi; parteggiavano, credo, per l’ attrice. Questa divisione, tra chi il teatro lo guarda e chi il teatro lo fa, non è casuale. Credo che il problema di West si possa articolare su tre diversi livelli. Primo: il titolo. Perché West? Forse ciò che avevamo visto si sarebbe potuto intitolare in qualunque altro modo. O forse no. Per De Angelis e Lagani «West» è «una metafora dell’ immaginario contemporaneo, del potere che le immagini hanno su di noi», ovvero delle «tecniche di manipolazione sottile del linguaggio pubblicitario», intersecando «motivi mitici» (che però non ho visto o capito) a «motivi legati alla contemporaneità». Non per nulla, Francesca Mazza, che dice di chiamarsi Dorothy, come la protagonista de Il mago di Oz (forse i motivi mitici sono questi), tutto ciò che fa (e compie una quantità inverosimile di piccoli gesti nevrotici, con i piedi, le mani e il corpo tutto) e ogni frase che dice (piccole storie balbettanti e ripetitive, da maniaco-depressiva) vengono dettate in cuffia dal regista. Secondo livello: il testo. Una scrittura d’ indubbia eleganza, quelle ripetizioni, quel farfugliare, quell’ enunciare episodi in apparenza di nessun conto, sono in senso letterario minimalismo allo stato puro, e in senso esistenziale la prova, appunto, di una nevrosi, di una coazione all’ ultimo stadio. Fin qui, tutto bene. Ma sul nome Dorothy si potrebbe eccepire: la Mazza si chiama così solo per legare la parte al tutto; e il titolo West è un po’ pomposo: rappresentare il declino dell’ Occidente attraverso un caso di nevrosi ossessiva appare preterintenzionale e sproporzionato. Il terzo livello è lo spettacolo nel suo insieme: sola nella spazio, Dorothy è quasi sempre seduta dietro un tavolo, a volte si sposta indietro, a destra o a sinistra; a volte, alzandosi in piedi, avanza verso lo spettatore. Il risultato non cambia. Se si passa la mano davanti agli occhi per citare Leo o se poggia le mani sul tavolo per citare Cattelan, ciò risulta ininfluente. Il problema è se questo insieme, rigidamente controllato dalla ipnotica colonna sonora (anche quella che noi non sentiamo, ma che sente l’ attrice), più che una rappresentazione del mondo moderno, e una sua critica, non sia per caso una forma di manierismo e, dunque, una nostalgia. Non c’ è mai una smagliatura, un momento d’ abbandono, un salto e, alla lunga, ciò annoia. Si ammira quanto vediamo come si ammira l’ illustre tecnica di una bottega d’ arte, ovvero una forza del passato, là dove a noi importa, nel teatro e ovunque, solo la forza del presente.

 

L’orizzonte della voce: “West” di Fanny & Alexander

Kurt Kaplan, MusicaElettronica.it, 23 novembre 2010

 

La Dorothy del “Mago di Oz” è ancora viva ed ha 52 anni: lo scopriamo subito, all’inizio del lavoro teatrale di Fanny & Alexander, compagine ravennate di punta del teatro di ricerca italiano. Una Dorothy probabilmente ancora immersa nel vortice immaginario che la rapisce nel film di Victor Fleming del 1939, tratto dalla prolifica penna fantastica di Frank Baum. Ed è lei l’unico personaggio di questa performance coinvolgente e virtuosistica, magistralmente interpretata anche da due “persuasori occulti” che guidano l’attrice tanto nei movimenti che nella recitazione testuale fornendole, per mezzo di due monitor auricolari, istruzioni su cosa dire e su quali movimenti effettuare; essi agiscono, invisibili al pubblico, come veri e propri motori drammaturgici, interpretando e improvvisando una sorta di partitura testuale-gestuale che si costruisce momento per momento e che, se pur definita formalmente, si declina ogni sera in modo diverso. Quello che ne risulta è un flusso continuo di suoni vocali e di gesti, dal carattere continuamente variabile e in movimento, a cui la musica contribuisce con un ulteriore livello emozionale e grazie ad un continuo mixaggio in stile dj di frammenti ritmici volutamente senza identità. E’ proprio questa metafora del “flusso” che guida lo spettatore in un viaggio sonoro e visivo accattivante e stratificato che in realtà propone alla riflessione alcuni dei temi cruciali di ciò che è oggi “ovest”, dei suoi riferimenti imprescindibili agli Stati Uniti, dei suoi slogan, dei suoi tipici meccanismi di persuasione, delle sue contraddizioni.
Il procedimento tecnico dei suggeritori viene svelato con parsimonia e solo a metà spettacolo ci si rende conto con esattezza dei suoi meccanismi: si arriva così ad una rilettura nuova del tempo trascorso e, contemporaneamente, ad una chiarificazione interpretativa della parte restante.

Un plauso particolare va a Francesca Mazza, capace di decodificare e reagire a molti stimoli contemporaneamente, dando vita ad una vera e propria “marionetta biologica”: l’anima di Dorothy rimasta prigioniera per sempre nella zona occidentale del mondo di Oz.
Come è facile immaginare, in questo tipo di spettacoli la cifra tecnologica è di primaria importanza e capita spesso che l’allestimento in luoghi non particolarmente attrezzati dal punto di vista fonico ne limiti la qualità ricettiva. West sembra travalicare questo tipo di problemi: la sua forza espressiva e il suo senso profondamente musicale lo fanno entrare di diritto tra i migliori casi del nuovo teatro sonoro.

 

Il Premio Ubu 2010 a Francesca Mazza di Fanny & Alexander

Alessandro Fogli, Il Corriere di Ravenna, 14 dicembre 2010

 

Ancora una volta i premi Ubu riservano grandi soddisfazioni alla compagnia ravennate Fanny & Alexander, che alla cerimonia della 33a edizione, tenutasi ieri sera al Piccolo Teatro, vedono premiata come migliore attrice Francesca Mazza (candidata insieme a Mariangela Melato, Federica Fracassi e Arianna Scommegna), protagonista del loro West (visto recentemente al Nobodaddy di Ravenna Teatro). Uno spettacolo molto impegnativo per l’attrice di Cremona – che sempre con i Fanny aveva vinto l’Ubu nel 2005 come attrice non protagonista -, “costretta” a un’interpretazione sotto la guida costante di due tipi di input – verbali e di movimento – tramite auricolari.

Francesca, un nuovo premio Ubu e di nuovo con Fanny & Alexander.
«Il premio Ubu che arriva per West ha per me tanti significati, al di là dell’enorme piacere e onore che mi fa un riconoscimento così prestigioso. Un significato soprattutto legato proprio al mio rapporto con Fanny & Alexander. In questi mesi, dopo lo spettacolo, a chi mi rivolgeva i complimenti per l’interpretazione, ho sempre detto che per me West rappresentava il coronamento di una storia d’amore con la compagnia; è stato uno spettacolo nato in modo straordinariamente armonioso. Ricordo di aver incontrato i Fanny per il primo appuntamento esplicativo su cosa volevano fare di West il 4 di gennaio, e già in quell’occasione era tutto molto chiaro e definito; e quello che volevano allora è stato esattamente quello che ha poi debuttato i primi di giugno al Festival delle Colline Torinesi. Non c’è stato alcuno scarto, nessun ripensamento, è stato un percorso di lavoro molto lineare, molto sereno, e credo anche in virtù del fatto che sono ormai tanti anni che lavoriamo insieme, che c’è una conoscenza profonda, un’intima comprensione artistica oltre che personale».

D’altronde il personale, il vissuto, ha un ruolo importante nello spettacolo.
«Infatti. È un lavoro molto personale, molto costruito su di me. E poi i Fanny hanno creato questo dispositivo veramente geniale, con cui tramite auricolari guidano le mie azioni e le mie parole in direzioni diverse e allo stesso tempo! Io con i colleghi attori spesso ne parlo: è stata davvero un’esperienza unica, perché dopo tanti anni che sei “addestrato” a esercitare un controllo in scena – delle intonazioni, dei gesti -, loro mi hanno messo in una situazione in cui non posso esercitare questo controllo, non ho il tempo materiale per farlo, per cui lavoro in uno stato di trance; ed è vero che forse è uno stato che ti puoi permettere solo dopo che hai tanti anni di mestiere. Ricordo una cosa che diceva sempre Leo de Berardinis, cioè che la tecnica la devi sempre possedere a un punto tale che la puoi dimenticare. Ecco, forse questo è un po’ un esempio di cosa significhi andare in scena dimenticando quello che hai imparato ma contestualmente facendo tesoro di tutto quello che hai imparato. Dunque questo stato di trance mi è evidentemente congeniale».

Nello specifico, quali sono state le difficoltà maggiori nell’interpretare questo ruolo?
«Di difficoltà ce ne sono state fondamentalmente due. Devo confessare che ogni sera, quando vado in scena e mi trovo seduta a quel tavolo, sono sempre in uno stato di apprensione che è diverso da quello solito, e ogni sera mi domando se ce la farò. Perché effettivamente, al di là della fatica fisica, occorre un livello di concentrazione molto alto. Nel corso delle prove, lavorando per tante ore e stando sempre con le cuffie nelle orecchie, arrivavo a sera, a letto, che sentivo le voci. Occorre avere la mente separata, che va in due direzioni diverse contemporaneamente: dare un senso al testo che ti viene suggerito e compiere delle azioni specifiche nel momento e nel modo in cui ti viene suggerito. Quindi c’è stata proprio una difficoltà nell’affrontare questo modo pervasivo di essere diretta e, dico la verità, anche nell’accettare di essere in buona sostanza comandata. Certo, lo sapevo fin dall’inizio, ma a volte ho veramente provato moti di ribellione. Dunque da questo punto di vista è stato un lavoro che ha richiesto una grande disciplina. L’altro scoglio è stato quello relativo al fatto che Chiara Lagani mi ha sollecitato su questioni personali per comporre la drammaturgia, e a un certo punto ho avuto un istintivo pudore e turbamento al pensiero che avrei dovuto dirle pubblicamente, ad alta voce. Poi c’è stato un pensiero successivo che mi ha aiutata, ossia mettere in dubbio che le cose che mettevo in campo fossero veramente mie. In realtà sono semplicemente episodi che vengono presi come esemplari di questa fatica al dire di no, perché si era proprio partiti dal tema della richiesta del coraggio nel dire di no. E infatti le reazioni del pubblico mi dicono che al di là della mia personale vicenda è uno spettacolo che ci riguarda tutti, che parla di noi in generale. Perché credo che un po’ tutti noi abbiamo questo problema rispetto al conflitto, al dire di no, al sentirsi comandati. Vedo dalle reazioni che il pubblico non si sofferma tanto sul chiedersi se quello che racconto sia personale o meno ma nel riconoscersi in ciò che vede e sente».

 

Francesca da “Oscar”

Massimo Marino, Il Corriere della sera – Bologna, 14 dicembre 2010

 

Non ha mai percorso una strada in discesa come attrice, Francesca Mazza. Questo meritato premio Ubu corona una carriera lunga e piena di ostacoli, intrapresa con entusiasmo per un teatro diverso, rigoroso, d’anima, spesso avaro di soddisfazioni. Cremonese, da anni trapiantata a Bologna, ha recitato con Leo de Berardinis e con molti nomi della ricerca italiana. Ieri presso la storica sede di via Rovello del Piccolo Teatro di Milano è stata proclamata migliore attrice italiana della stagione 2009-2010 per l’interpretazione di “West” della compagnia Fanny & Alexander. Con Massimo Castri, Alessandro Gassman, Armando Punzo, Fabrizio Gifuni, Roberto Saviano ha vinto il premio Ubu, assegnato da una giuria formata da circa sessanta critici.

Contenta, Francesca?
«Molto. Perché è un riconoscimento prestigioso e perché, come dicono persone di cui mi fido, me lo sono meritato».

Ci può parlare di “West”?
«Questo spettacolo è il coronamento di una storia d’amore con Fanny & Alexander che dura dal 2003. Cominciò con alcuni spettacoli tratti da “Ada”, il romanzo di Nabokov; è proseguita con la partecipazione al progetto ispirato al “Mago di Oz” di Baum, di cui “West” è una tappa».

Perché hanno scelto lei?
«Volevano mettere in scena l’Occidente. E io amo gli Stati Uniti alla follia. Ne ho visitato quarantuno stati. Gran parte del cinema e della letteratura che amo vengono da quel paese. Per la nostra generazione l’America è stata un faro, pur con le dovute critiche».

Nello spettacolo gli autori le suggeriscono parole, intonazioni, movimenti. Cosa si prova a recitare con tale costrizione?
«Molti spettatori non se ne rendono conto, ma io sono guidata dalla prima parola all’ultima. È una metafora della persuasione occulta. Ed è un nuovo modo di dirigere l’attore. Sono una specie di avatar, di supermarionetta. Sono costretta a mettere da parte me stessa; non ho nessun tipo di controllo su quello che faccio. Arrivo a lavorare in uno stato di trance».

L’interesse è anche un altro: questa eterodirezione nasce da materiali della sua autobiografia…
«Sì, Chiara Lagani è partita da episodi della mia storia personale per comporre il testo. In “Oz” i vari personaggi vanno dal mago per cercare qualcosa che manca loro. Io sono il leone. Vado a chiedere il coraggio di dire di no. Una cosa che nella vita non so proprio fare».

Come è iniziata la sua carriera di attrice?
«Quando ancora non sapevo leggere. Mia sorella aveva un gioco dove bisognava interpretare vari ruoli. Guardavo le altre e dicevo: come recitano male…».

Un po’ più vicino a noi?
«Ho frequentato la scuola di Alessandra Galante Garrone a Bologna. Poi ho recitato con Ugo Pagliai e Paola Gassman e ho fatto un altro spettacolo di giro. Finalmente ho partecipato a un provino con Leo de Berardinis».

Ha lavorato con Leo dall’83 al ‘95, diventando uno degli emblemi del suo teatro con personaggi quali Ofelia, la fioraia di “Novecento e Mille”, la Sgricia, la Maga di “Scaramouche”. Cosa le hanno lasciato quegli anni?
«Tantissimo. Una purezza di lavoro non incrinata dalla fine della nostra storia personale. Una grande formazione tecnica e un modo particolare di avvicinarsi al lavoro d’attore. Leo mi ha fatto capire l’importanza di assumersi la responsabilità anche politica di quello che si va a dire, di un teatro d’arte, di poesia, un teatro che abbia un senso e non sia puro intrattenimento. Mi ha insegnato che bisogna sempre interrogarsi, mai accontentarsi».

Da sette anni lei dirige la stagione del teatro D’Antona di Castel Maggiore.
«È un’esperienza felice, con un bel pubblico. In quel luogo ho la possibilità di fare una battaglia per il teatro in cui credo».

E ora, in che spettacoli recita?
«Sono in tournée con l’Accademia degli Artefatti in un ciclo di testi di Mark Ravenhill. Ho un progetto nuovo con Pietro Babina, “Eco”…. Sto diventando la zia della sperimentazione italiana!».

In che modo si racconterebbe come attrice?
«Sono innamorata del mio lavoro. Mi basta che mi mandino in scena per essere felice. Anche se non posso non registrare che è sempre più difficile farlo in maniera dignitosa, questo mestiere. E ciò mi fa arrabbiare. Ma non ho mai avuto un dubbio circa il continuare».

E il suo rapporto con Bologna?
«Ci vivo. Frequento i colleghi, mi sento parte dell’ambiente. Si dice, di solito, che è una città un po’ distratta rispetto alle forze in campo. Qualcuno, però, cerca di muoverla. Andrea Adriatico, con cui ho lavorato in parecchi spettacoli, è uno di questi, molto attento a fare i conti con le forze locali».

 

Francesca Mazza per West vince il Premio Ubu come migliore attrice 2010

Roberto Rinaldi, Teatro.Org, 14 dicembre 2010

 

Il premio come migliore attrice 2010 è andato a Francesca Mazza. La giuria del Premio Ubu 2010 ha deciso di assegnare all’attrice il prestigioso riconoscimento per la sua intensa prova dimostrata nel ruolo di Dorothy in West, spettacolo prodotto dalla compagnia di Ravenna Fanny & Alexander e Festival delle Colline Torinesi, definito “l’estremo dei punti cardinali della storia del Mago di Oz. Sola in scena in una di quelle che si possono definire senza dubbio, come “La Prova d’attore/attrice”, in cui è costretta quasi ipnoticamente a una manipolazione del linguaggio e della comunicazione massmediatica. Due persuasori occulti la costringono a una sottomissione totale cui lei non può ribellarsi e di conseguenza lo stesso pubblico viene “catturato” e stimolato da una sequela ossessiva di reiterati impulsi vocali. Una nevrosi in cui riversa tutta la società contemporanea sottoposta a continue sollecitazioni sonore e visive diffuse da spot pubblicitari invasivi e devastanti.

L’impegno di Francesca Mazza è tale da riconoscerli un talento fuori dal comune, cui si va ad aggiungere il suo personale contributo autobiografico utilizzato per la drammaturgia firmata da Chiara Lagani. Confessa di sentirsi emozionata, subito dopo la consegna del premio ricevuto sul palcoscenico dello storico Piccolo Teatro di Milano, nel corso della cerimonia presieduta da Gioele Dix e di fronte a tanti colleghi del teatro italiano e non solo.

La sensazione provata durante la cosegna del premio?

“Una lunga cerimonia in cui Giole Dix è stato fantastico nel riuscire ad alleggerire la tensione. Una bella festa per il teatro. Lo sento come un incoraggiamento per ciò che stiamo facendo, un riconoscimento a una zona del teatro in cui io mi riconosco. Franco Quadri e la giuria hanno dimostrato di voler sostenere e credere ai nuovi linguaggi. Ci sono gruppi molto validi in Italia che stanno lavorando con entusiasmo e ottimismo. L’Ubu restituisce il prestigio al teatro, nonostante la difficile realtà in cui stiamo vivendo”.

Diplomata alla Scuola teatrale di Alessandra Galante Garrone di Bologna, Francesca è al suo secondo Premio Ubu: nella stagione 2004/2005 ha vinto come migliore attrice non protagonista per l’interpretazione di Aqua Marina. Un riconoscimento che va al suo maestro Leo de Bernardinis, ci dice l’attrice originaria di Cremona e bolognese d’adozione:

“In Aqua Marina c’è un omaggio dedicato a Leo e a Ofelia (il suo primo ruolo scespiriano) con una citazione alla fioraia cieca in Luci della città, e a Totò, principe di Danimarca, (testo messo in scena da de Bernardinis nel 1990) l’ho considerato un premio a un pezzo di storia del teatro”.

Per l’interpretazione di Ofelia-Violetera è stata segnalata da Gianni Manzella come migliore attrice per la stagione teatrale ’90/’91 sull’annuario del Teatro italiano Patalogo. Citata anche nella stagione teatrale ’94/’95 da Giorgio Sebastiano Brizio, Renata Molinari e Franco Quadri per l’interpretazione di Donna Evira in Il Ritorno di Scaramouche e nella stagione ’97/’98 da Titti Danese per l’interpretazione di Tina Modotti nello spettacolo Duetti Guerriglieri. La lunga e proficua esperienza artistica con de Bernardinis, insieme ai colleghi della Compagnia “Teatro di Leo”, le è valsa il premio Dams nel 2004 e il Premio Viviani ottenuto nel 2006 al Festival di Benevento.

Per l’interpretazione in West ha ricevuto più voti rispetto alle altre candidature (ricordiamo che concorreva nella sua stessa categoria anche Mariangela Melato), oltre ai ruoli sostenuti nel progetto “Spara, trova il tesoro, ripeti”, creazione drammaturgica di Mark Ravenhill, in cui recita in Le Troiane e La Madre, (Accademia degli Artefatti di cui Fabrizio Mercuri è direttore artistico e regista), vincitore del Premio della Critica 2010). Nel marzo di quest’anno ha debuttato anche in Intolleranza.

“Questo progetto è importante è molto bello per la mia carriera. L’incontro con Fabrizio Arcuri si è rivelato felice, il coronamento di una conoscenza e di un’idea creata su misura per me. La soddisfazione che provo ora in questo momento è grandissima e mi fa un immenso piacere. Lo è anche per la mia consapevolezza di lavorare in un’area del teatro in perenne pericolo per la sua sopravvivenza. L’Ubu è un riconoscimento prestigioso che ci incoraggia ad andare avanti – spiega l’attrice dopo la cerimonia di premiazione – consci del fatto che la crisi economica è ben distribuita, ma siamo addestrati a resistere e a produrre con mezzi poveri. Io vengo da una scuola, dove metti tutto quello che vuoi, ma alla fine, quello che resta è l’attore, la sua recitazione è la cosa principale”.

Dal suo curriculum molto corposo si evince che il teatro è qualcosa sempre sospinto verso la ricerca di nuove forme espressive, senza mai cedere alla routine. Non è stata una scelta facile quella di affrontare un genere più impegnativo rispetto a un teatro più leggero, di intrattenimento?

“Trent’anni di carriera mi hanno dato la possibilità di andare in scena sempre con qualcosa di diverso. Una sfida continua come in West dove non c’è il tempo materiale, il controllo dell’intonazione, dei volumi della voce, o la posizione sotto la luce. Non c’è tempo per niente, è un tempo che non hai. Ci si deve appoggiare solo sul proprio mestiere”. Con questo spettacolo abbiamo ottenuto un successo tale che a Milano abbiamo fatto otto repliche sempre con il tutto esaurito. Il testo ci riguarda molto da vicino. Parla del condizionamento e della nostra libertà condizionata. Si basa su una costruzione drammaturgica in cui è compresa anche quella gestuale, capace di contagiare anche il pubblico”.

Reduce da Roma dove al teatroinscatola ha recitato Le Troiane e Intolleranza con la compagnia degli Artefatti è in procinto di partire per Genova al Teatro della Tosse per relicare alcuni titoli del progetto Ravenhill (teatro il cui il direttore artistico è il regista Fabrizio Arcuri).

Trova il tempo anche per dedicarsi ad altri progetti?

“Riprendo anche un testo di Pierre Notte, un autore francese molto rappresentato all’estero, giornalista, poeta, romanziere, attore, regista. Con Angela Malfitano mettiamo in scena Deux petites dames vers le nord (Due vecchiette verso il nord) che racconta di due anziane sorelle che decidono di partire per un viaggio verso il nord del loro paese dove intendono seppellire le ceneri della loro madre. Un viaggio rocambolesco, una sorta di road movie. Lo porteremo a Milano in febbraio del 2011 al Teatro Oscar e in aprile a San Lazzaro all’ITC, (Bologna) un progetto che rientra nell’iniziativa Parole di Francia sponsorizzato dall’Accademia di Francia dove avviene uno scambio di drammaturghi, quelli italiani rappresentati all’estero mentre in Italia partecipano autori francesi, come Pierre Notte. Mi dedicherò anche a un lavoro molto interessante di Pietro Babina che ha scritto Eco, dove il pubblico potrà seguire via web le prove e la costruzione dello spettacolo”.

Dal 2003 è direttrice artistica della stagione teatrale Sguardi della Sala Teatro “Biagi D’Antona” del Comune di Castel Maggiore (Bologna) e si dedica anche a un teatro indirizzato al sociale.

“Mi occupo di progetti in cui partecipano vari tipi di donne. Laboratori per motivare la presenza di donne in politica, un problema perché molte decidono sempre più di abbandonarla. La presenza di donne nella carriera politica è sempre meno. Il lavoro con il teatro l’ho dedicato alle donne disoccupate e sono entrata anche nei carceri femminili per dare un sostegno alla loro condizione. Un aspetto del mio lavoro molto stimolante”.

La Dorothy di Francesca Mazza seduce il gotha della critica teatrale. È suo il premio Ubu 2010

Vincenzo Branà, L’Informazione, 14 dicembre 2010

 

Dev’essere davvero complicato mascherare con la voce un’emozione grande come la vittoria del premio Ubu. Francesca Mazza, ieri, rispondendo al telefono a chi insistentemente le chiedeva “ma allora è vero???”, quasi ci provava a camuffare la contentezza e a far sì che la suspence fosse tenuta intatta fino alla proclamazione ufficiale, in serata, sul palcoscenico meneghino. Ma poi il tono squillante e le vocali rotte qua e là inevitabilmente tradivano il segreto: i cinquantatré principali critici teatrali italiani hanno scelto lei come migliore attrice protagonista dell’anno per la sua interpretazione in West, il lavoro della compagnia romagnola Fanny & Alexander, debuttato a giugno scorso al Festival delle Colline Torinesi. «Sono quattro giorni che non dormo e che ho la lacrima facile» confessa alla fine l’attrice, una volta rotto l’indugio della segretezza. «Emozionata e contenta fuor di misura», aggiunge.

Quando le hanno annunciato il verdetto, racconta, «ho pensato subito a questo spettacolo. È particolarmente significativo per me che il premio arrivi con questo lavoro e con Fanny & Alexander». Il sodalizio tra l’attrice – nata a Cremona ma di casa a Bologna dai tempi dell’Università – e la compagnia ravennate, in effetti, ha davvero del magico: già nel 2005 infatti Mazza aveva conquistato il premio Ubu, quella volta come miglior attrice non protagonista, con lo spettacolo Aqua Marina sempre a firma Fanny & Alexander. Ieri sera, invece, il premio è arrivato grazie a West, l’ultimo capitolo di O – Z, il corposo progetto della compagine romagnola sulla favola di Frank Baum : «Uno spettacolo molto particolare – spiega Mazza – che piace al pubblico, che colpisce. E che restituisce il senso di fare teatro a un certo livello». La nota dolente arriva consultando le date della tournée dello spettacolo in regione: West, per adesso, è programmato soltanto a Bologna e per due sole repliche, il 9 e 10 marzo prossimo a Teatri di Vita.

 

L’Ubu a Francesca Mazza. Il teatro parla cremonese

Nicola Arrigoni, La Provincia, 15 dicembre 2010

 

Ha gli occhi umidi di lacrime Francesca Mazza, attrice di origini cremonesi, lunedì sera premiata al Piccolo Teatro con l’Ubu quale miglior attrice 2010 per lo spettacolo West di Fanny & Alexander. Capelli rossi, occhi chiari, fisico minuto, Fancesca Mazza non ci crede. A farle da cornice sono Luigi de Angelis e Chiara Lagani, anime e fondatori del gruppo Fanny & Alexander con cui Francesca lavora da anni: i suoi ragazzi, come li chiama lei. Ma ci sono anche Enzo Vetrano e Stefano Randisi, gli amici di una vita, i compagni straordinari dell’avventura scenica vissuta con l’indimenticato Leo de Berardinis.

Passato e presente sono lì a festeggiare Francesca Mazza che lunedì sera – in una bella e festosa cerimonia di premiazione condotta da Gioele Dix in gran forma – ha regalato un momento altissimo di etica teatrale, ha raccontato sul palcoscenico del Piccolo il suo essere attrice autentica, al servizio del pensiero contemporaneo.

L’edizione trentatreesima di quello che è a tutti gli effetti l’Oscar del teatro italiano, inventato dal critico Franco Quadri e sostenuto dal lavoro dei redattori di Patalogo e della casa editrice Ubulibri, sarà ricordata come l’edizione che ha premiato Roberto Saviano come “abusivo” del teatro, assente giustificato al Piccolo per motivi di sicurezza e rappresentato da Serena Sinigaglia, regista dello spettacolo La bellezza e l’inferno. Ma l’edizione 2010 sarà anche ricordata come l’edizione dell’ex aequo di tre spettacoli, giudicati i migliori dell’anno: Finale di partita di Massimo Castri, L’ingegner Gadda va alla guerra di Fabrizio Gifuni, premiato anche come miglior attore e Roman e il suo cucciolo per la regia di Alessandro Gassman.

Il senso del teatro come atto civico, atto di resistenza democratica ha contraddistinto e attraversato la cerimonia di premiazione, un impegno civile ed etico che Francesca Mazza ha con grande commozione testimoniato nel momento in cui ha ricevuto l’importante riconoscimento. «Io devo questo premio all’intelligenza e alla genialità di Luigi de Angelis e Chiara Lagani – ha detto l’attrice -. Lo spettacolo West non è solo uno spettacolo, è il racconto di qualcosa che ci interessa e ci tocca tutti, è la possibilità che abbiamo di vivere e gestire la nostra libertà. I ragazzi di Fanny & Alexander hanno una straordinaria intelligenza, hanno una capacità unica di trasformare le idee e di leggere il nostro presente con l’arte della scena, in cui l’attore è parte di un tutto fatto di parole, suoni, rapporto con lo spazio. Ed è quello che mi accade in questo viaggio a Ovest. In West, di fronte al pubblico, io eseguo gli ordini diversi sera per sera di de Angelis e Lagani in un mettermi in gioco, in un condividere l’alfabeto della scena sempre diverso e che racconta della libertà di essere e di vivere. Il mio primo incontro col teatro fu nella sala parrocchiale del mio paese di origine nel Cremonese, poi il vero primo spettacolo l’ho visto qui al Piccolo Teatro, per questo ricevere l’Ubu qui è un’emozione incontenibile». L’applauso della platea affollata di critici, attori, attrici e registi è lungo e prolungato come è giusto che sia.

A riflettori spenti, l’attrice cremonese confessa: «Sono al settimo cielo – e l’abbraccio si fa forte, fortissimo -. Ora spero di poter portare West a Cremona, magari sul fiume Po l’estate prossima e poi… viva Cremona». E un po’ ci si sente orgogliosi di questa concittadina, ormai naturalizzata bolognese, e attrice del mondo che si è conquistata l’Ubu come migliore interprete nella stagione 2009/2010.

Un altro cremonese che invece ha sfiorato per pochi voti l’ambito riconoscimento è stato Guido Buganza, scenografo di genio che non mancherà certo di rifarsi.

 

O-Z WEST di Fanny & Alexander all’Angelo Mai

Tiziana Cusmà, Rubric, www.rubric.it, 7 febbraio 2011

 

Cos è WEST? Un luogo, una direzione, una condizione?
Forse un po’ di tutto questo ma sicuramente rappresenta l’ultimo capitolo di uno studio sul Mago di Oz, rivisitato e messo in scena da Fanny & Alexander.

Ma attenzione: non è il Mago di Oz a cui siamo abituati, non si pensi alla Dorothy del romanzo di Baum.
Ci troviamo di fronte una donna (Francesca Mazza) seduta su di una sedia e appoggiata a un tavolino al centro della scena. Una lunga treccia le incornicia il viso e le scarpette di strass rosse contrastano con il vestitino verde che nasconde sotto jeans e t-shirt.Ci avvisa, «Sono Dorothy e ho 52 anni».

Il perimetro della scena è delimitato da un nastro bianco che sembra quasi fare da ring; ai quattro lati si vedono dei fari che non cambiano mai colore e intensità, un’illuminazione fredda, distaccata, nuda.
L’attrice tamburella con le dita sulla superficie del tavolo, muove le gambe, disegna insolite geometrie sul pavimento con le sue scarpette rosse. Inizia una strana coreografia di tic, gesti, domande, sonorità intense e sembra chiaro che siano i primi segnali di un turbamento.

A partire dall’idea di uno strano esperimento condotto su un gruppo di volontari, lo spettacolo si propone come la rappresentazione dello strazio di una vittima del potere persuasivo della comunicazione, attraverso le vesti di una Dorothy dei nostri tempi sempre più frastornata, catturata, ingabbiata dall’incalzare delle suggestioni di due persuasori occulti – le voci fuori campo di Marco Cavalcoli e Chiara Lagani -, schiacciata da un linguaggio di cui non è più padrona, come stregata da un incantesimo che ne impedisce il controllo.

Così la pièce procede, l’attrice lotta sola in scena, in preda a continui sussulti, gesti nevrotici, parole che si susseguono a cicli; una gestualità ripetuta, stereotipata ma assolutamente perfetta, curata nei minimi dettagli così come la mimica, precisa e comunicativa.

Dorothy, una donna per certi versi commovente nel suo lasciarsi guidare in un diabolico e perverso gioco fatto di testi di persuasione occulta. Gli input che riceve attraverso gli auricolari impartiscono comandi differenti. Uno legato a una serie di cliché gestuali, l’altro ad una successione di frame testuali che, diversamente combinati, danno vita a un testo.
Man a mano che la partitura gestuale e verbale procede diventa sempre più spezzata, sempre più nevrotica, angosciante, contaminata, disperata, facendo sì che le parole non arrivino mai a definire qualcosa.
Un raffica di comandi e impulsi da far venire una nevrosi ossessiva a chiunque. Una ripetizione assordante per condizionare la mente umana. A tratti sembra di entrare in trance. La psiche viene stravolta fino a rischiare di raggiungere un pericoloso stato di alienazione. La tensione nell’aria è palpabile. Parole che si incrociano, si confondono, subiscono accelerazioni, inversioni di senso.

Uno spettacolo che ti cattura, ti ipnotizza, ti risucchia ma che al tempo stesso riflette e fa riflettere sulle derive dell’immaginario contemporaneo e sul ruolo dell’individuo nella società.
Un grande plauso e ammirazione va all’attrice Francesca Mazza, intensa e tramite di tutto questo viaggio, straordinaria interprete di una folle e ammaliante partitura registica. Eccellente.

Da tenere sotto controllo l’intera programmazione teatrale dell’Angelo Mai, che vedrà in scena, tra gli altri, Accademia degli Artefatti, Motus e Federica Santoro.

 

Dorothy prigioniera delle immagini

Alessandra Bernocco, Europa, 9 marzo 2011

 

«Sono Dorothy e ho cinquantadue anni». È la prima battuta di una prova d’attore a cui non assistevamo da tempo. È quella di Francesca Mazza, unica interprete di West, l’ultimo tassello di una tetralogia ispirata alla storia del Mago di Oz, che le è valso il Premio Ubu 2010 come miglior attrice protagonista.

Ideato da Chiara Lagani e Luigi de Angelis, i due fondatori della ventennale compagnia ravennate Fanny & Alexander, West rappresenta la punta estrema di un viaggio in cui la protagonista tocca i quattro punti cardinali.

Come la Dorothy bambina protagonista del romanzo di L. Frank Baum, che nel paese di Oz conosce la presenza di due streghe buone e due streghe cattive, il viaggio di questa Dorothy di cinquantadue anni, con le scarpette rosse e la lunga treccia che le scivola sulla spalla, non è meno accidentato ed esposto a prove.

Le arrivano da due voci diverse, una maschile e una femminile, veicolate da due microfoni, che le impartiscono vorticosamente una serie di ordini da eseguire senza riflettere. Sono azioni verbali e azioni gestuali, intrecciate, sovrapposte, incastonate in una partitura blindata e incalzante, che non lascia tregua nemmeno allo spettatore.

È una “forsennata” riflessione-denuncia sui subliminali meccanismi di manipolazione da parte del linguaggio pubblicitario, che si impone con il suo repertorio di citazioni, ripetizioni, occulte persuasioni, che l’attrice porta allo scoperto come una sorta di automa. Tutto in lei è ossessivo, anche la grazia, anche la sensualità. Sono ossessivi gli sguardi, le cadute, i cedimenti replicati secondo una consegna precisa e sempre uguale. È ossessivo il prurito e il dondolio della gamba, ossessiva l’energia controllata, la gestualità minima, ritmica, ammiccante, la camminata simmetrica sui quattro lati del palcoscenico.

Intrappolata in un non pensiero che condiziona la facoltà di giudizio e di scelta, la nostra si esprime attraverso un non-significante flusso di movimenti e parole. Unici appoggi in scena, un tavolino e una sedia: sono i punti di riferimento da cui parte e a cui ritorna in un ciclo simbolico che non prevede rottura. A scandire i tempi di questo viaggio ai confini tra il mito e la nostra contemporaneità malata, i suoni inquietanti del dj-set di Mirto Baliani.

 

Fantasme

Massimo Marino, Controscene, 13 marzo 2011

 

Mi scuseranno Francesca Mazza, Ermanna Montanari, gli autori, i registi, i musicisti dei loro spettacoli West e Ouverture Alcina se le accomuno in un’unica riflessione. Ma mi è capitato di vederle in due sere vicine, e la tentazione è forte.
Francesca Mazza in West di Fanny & Alexander recita in una scena perfettamente illuminata da luci diffuse. Ermanna Montanari in Ouverture Alcina del Teatro delle Albe spunta nel buio come un nero fantasma dal volto pallido, ideogramma giapponese (o cinese) del dolore, dell’abbandono.
Anche l’altra, in verità, è mascherata: è la Dorothy del Mago di Oz di Baum e del film di Judy Garland, con regolare treccia e grembiulino. Aspetta qualcosa, si agita dietro a un tavolo, qualcosa arriva, la travolge e finisce svuotata più che disperata. Anche Alcina è macinata da una forza esterna a cui cerca di opporsi ruggendo: Rimane distrutta, evaporata.
Diversi i toni di voce: come seccata, asciugata, prosciugata quella di F. Come un raglio straziato che ti spezza dentro, quella di E., farfalla schiantata.
F. si scuote, si offre, si muove in controtempo, combinando gesti con direzioni opposte, come una che fugge e non sa dove andare, che sbatte contro muri che la respingono. E. li penetra i muri di nebbia, di buio, con una faccia incisa nel dolore che scoppia in ebete risata. E si abbatte.
Parla e si confessa F., chiede coraggio a un misterioso “padre” interlocutore. Lo desidera, lo ammira, lo cerca nella sua bellezza di maschio l’amante stregato dai suoi occhi, Alcina: ma lui le sfugge, lasciandola inerte.
Due possessioni. In West Dorothy/F. è recitata da due “persuasori occulti” che attraverso una cuffia le dettano come una corrente elettrica gesti e parole che la scossano in controtempi. Lei si lascia attraversare, prendere, spostare, trascinare su tappeti sonori, con voce stridula, fonda come il miele, combattiva, incredula, rassegnata. Con uno sguardo che ti spezza dentro.
Alcina è l’abbandonata che raschia il dolore in un dialetto gutturale, primitivo, che rivive il corpo dell’amante rubato alla sorella, la follia, l’incantamento svuotato.
Donne, vittime di smagliante bellezza. Suoni sospesi su un bordone misterioso, che dalle orecchie si trasforma in fili di manipolazione, riducendo alla subordinazione totale della volontà in Dorothy. Canto spezzato in una sinfonia esplosa in pulviscoli elettronici quello di Alcina (con la musica splendente e rovinosa di Luigi Ceccarelli, live), con una nostalgia di campagna e futuro per il melodramma, per la crudeltà lunare di Turandot, per lo strazio senza resa di Butterfly. Diventa urlo, traslucido brillio. Mentre è lotta inerme, per non essere marionetta, quella di Dorothy.
Corpi trafitti, trapassati, trasfigurati. Donne-attrici: si squarciano, si mettono in scena, si offrono. Raccontano una penetrazione difendendosi, rapinandoci a fondo. Seducendo noi con due maschere di diverso dolore.
Disperato falsetto. Roche polifonie monologanti. Smarrimento. Luce piena. Nebbia. Buio.

 

West

Emanuela Ferrauto, Dramma.it, marzo 2011

 

La frase che ci ripete ossessivamente l’attrice è: qual è il personaggio del mondo dello spettacolo che ormai è assolutamente fuori moda? Quando ci consegnano la scheda di sala, ci ritroviamo in mano un cartoncino a forma di telecomando: i tasti riportano parole come “identity”, “success”, “money” “hate”, “happiness”, “sex”. La cosa si fa interessante. Chi va a vedere uno spettacolo targato “Fanny & Alexander” non è solo un curioso o uno spettatore medio. Ci vuole una preparazione particolare per esaminare a fondo gli aspetti molteplici e geniali di spettacoli del genere. Ma non vogliamo distogliere tutti coloro che volessero catapultarsi nel mondo di WEST, anzi. Vogliamo spingere tutti a vedere, provare, e a contorcere i propri cervelli davanti ad una sperimentazione sul linguaggio che ci apre significati inimmaginabili. La ricerca è sottile, è attuale, racchiude in sé aspetti scenici diversi. Tutti questi elementi vanno in scena, dal 16 al 20 marzo, sul palcoscenico della Galleria Toledo di Napoli, teatro che quest’anno ci ha davvero regalato una stagione ricca e piacevole. Almeno per chi ama un certo genere di teatro. In scena l’indescrivibile Francesca Mazza, premio Ubu 2010 come migliore attrice. WEST, questo il titolo dello spettacolo prodotto da Fanny & Alexander in collaborazione con il Festival delle Colline Torinesi, spinge alla riflessione, all’attenzione, all’ispirazione. E tutti i sensi vengono stimolati. Palco scarno, quadrato bianco delineato sulla scena, tavolo di legno, sedia, illuminazione lattiginosa, attrice. Schema arido, all’apparenza, ma così deve essere poiché si riempie di una molteplicità di aspetti che strabordano continuamente dai confini delineati da quello scotch bianco sul palco nero. Dorothy, protagonista del Mago di Oz, ha 52 anni. La donna contemporanea veste un abitino verde e le immancabili scarpette rosse scintillanti. Il testo si ispira ad un esperimento reale sulla persuasione occulta: gli studiosi facevano indossare agli esaminati una maglietta che raffigurava, secondo loro, un personaggio dello spettacolo ormai fuori moda. L’esaminato riceveva ordini attraverso gli auricolari, rispettivamente da una voce femminile e maschile. Ordini che si trasformavano in stimoli motori e verbali. L’attrice riproduce questo meccanismo anche in scena. Le voci di Marco Cavalcoli e Chiara Lagani, i nostri persuasori occulti, danno degli input verbali e motori, che il pubblico percepisce in maniera sempre più confusa, mescolati ad un’alternanza di musica di diverso genere e ritmo che stimola sensazioni diverse, fino quasi a farci impazzire, innervosire. L’attrice percepisce i comandi attraverso auricolari. In una forma “disumana”, perché di difficilissima e sublime realizzazione, di coordinazione di voce e membra, la Doroty moderna racconta alcuni momenti della vita di una donna. Singoli comandi che rendono l’attrice una bambola smembrata da gesti inconsulti, si riaccordano improvvisamente in un testo di forma compiuta. L’afflusso di comandi, voci e musica si riversano nelle orecchie di tutto il pubblico, creano confusione mentale, ricordano il momento in cui stiamo per addormentarci e la tv è accesa. Il nostro cervello continua ad assimilare tutte le informazioni che vengono vomitate dalla scatola accesa, ma anche da radio, computer, telefoni, persone. Ritrovarsi al centro di una strada di una metropoli dà la stessa sensazione. Ma perché Dorothy? Perché West? Che il mago di Oz fosse un simbolo di una imposizione, di un tiranno camuffato da benefattore, non è una novità. La piccola- adulta Dorothy è condannata a rimanere bloccata nel paese dell’incomunicabilità, della confusione di informazioni, dell’imposizione delle scelte E se non avesse voluto realmente uccidere la strega? E se l’Ovest-West fosse il nostro mondo rappresentato da una bandiera americana, nella violenta e sottile metafora di un pisciatoio dove nessuno fa centro ma i potenti si divertono a provare? Scegliamo di essere qualcosa o qualcuno perché ci viene imposto e siamo impossibilitati a decidere liberamente perché le troppe informazioni non ci arricchiscono ma ci riempiono fino all’orlo per svuotarci e riempirci di nuovo. La “normalità” cos’è? Essere attrice o casalinga? Essere moglie o compagna? Non si tratta di una visione femminile, ma universale. La domanda iniziale ha anche una risposta: il personaggio dello spettacolo che è assolutamente fuori moda è impresso sulla maglietta dell’attrice, sotto il vestitino verde da Dorothy. Chi è? Ma è ovvio, è Dorothy! Non ci siamo neanche resi conto che noi stessi siamo passati di moda, ormai.

 

Con Francesca Mazza il presente è condanna

Nicola Arrigoni, La Provincia, 27 luglio 2011

 

Cos’è West? Come leggere la prova di Francesca Mazza supermarionetta alla Mejerchold, in balia di Marco Cavalcoli e Chiara Lagani di Fanny & Alexander? Una prova di virtuosismo, di eccellente tecnica attorica o di più: un segno di una condizione che è estetica in teatro ed esistenziale nella vita? Interrogativi che pone e impone West, visto al Ronchetto, in apertura del festival Il Grande fiume davanti ad una platea gremita e plaudente.

L’esito alla fine è un lungo, interminabile applauso per Francesca Mazza, attrice che esegue la partitura vocale e mimica suggeritale dai due persuasori occulti, in fondo sala su djset di Mirto Baliani. Ci si chiede se la bravura dell’attrice basti a rendere convincente uno spettacolo, per quanto la prova le sia valso il Premio Ubu 2010 come migliore interprete. Cosa succede in scena? Succede questo: Francesca Mazza è corpo e anima in balia di persuasori occulti, è Dorothy, una donna di 53 anni, che non ha il coraggio di dire di no, che vorrebbe essere respinta per desiderio di esistere, forse vorrebbe frequentare l’eccezionalità dell’amore e finisce con l’accontentarsi della normalità dell’affetto. Come un cane. L’orizzonte di Dorothy è il presente perenne, è il dire sì e voler imparare a pronunciare ‘no’, è l’utopia di un’autonomia e la consapevolezza che sta nella frase: «Io sto qui e non posso nient’altro». Dorothy — personaggio del Mago di Oz a cui West siispira, tassello del progetto O/Z ben documentato nel volume di Ubulibri — è presenza agita da altri, dai persuasori occulti e — sembrano suggerire i Fanny & Alexander — dai messaggi subliminali della pubblicità: l’immagine è zero, soddisfa la tua sete, oppure dal nostro appartenere alla cultura di un Occidente che ha il suo simbolo nell’America a stelle e strisce. Tutto ciò accade con un lento e ossessivo intensificarsi del ritmo e delle situazioni a cui è chiamata ad assolvere Francesca Mazza: piccoli e sincopati gesti nervosi eseguiti all’unisono con una partitura drammaturgica suggeritale da una voce maschile e una femminile, voci che a tratti si rendono ‘visibili’ per rendere partecipe il pubblico del gioco al massacro cui si presta l’interprete. Il risultato è il montare del senso di ‘costrizione’ da un lato e lo stupore per la duttilità interpretativa di Francesca Mazza che piega una recitazione ‘tradizionale’ a un contesto straniante e straniato regalando un interessante cortocircuito estetico. E allora? Alla fine rimane la consapevolezza che West, l’ovest altro non sia che un orizzonte impossibile, un luogo irraggiungibile e non tanto o non solo l’America o una critica a una società dei consumi, perché l’orizzonte è più drammatico: è l’assenza di orizzonte, è la condizione di quello stare senza possibilità di essere. In tutto ciò si percepisce la noia di una situazione esistenziale che non ha vie di uscita e non può che ripetersi all’infinito, magari aumentare di intensità ma certo non mutare, fino all’angosciante ed ennesimo interrogativo: «Non si avrebbe una vita migliore, se non si avesse libertà di scelta?».

 

ASCOLTALATUASETE

Pietro Piva, Gagarin – Orbite Culturali, novembre 2011

 

Apriamo questo mese con West di Fanny e Alexander. Sarà in scena alle Artificierie Almagià dal 24 al 26 novembre. È lo spettacolo che vale all’attrice protagonista, Francesca Mazza, il premio Ubu come miglior attrice nel 2010.
West fa parte di un progetto molto vasto, OZ Project, con il quale la compagnia ravennate trae da “il meraviglioso mago di Oz” di Baum un immaginario mitico e prolifico, quasi con approccio archetipico. Il romanzo diventa lente, classico, un’occasione per leggere il contemporaneo. Figli di questo progetto, sono molti spettacoli: EAST, Emerald City, KANSAS, HIM, Dorothy. Sconcerto per Oz. E West. Abbiamo visto questo lavoro a Ipercorpo di Forlì, per cui sarà interessante parlarne senza svelare l’inganno del teatro.
Il foglio di sala è un flyer a forma di telecomandino. I pulsanti indicano comandi attinenti alla linea del tempo e delle emozioni. Si ha subito chiaro che abbiamo a che fare con una qualche forma di controllo. Di comando da impartire o che ci viene impartito. La suggestione è quella di fare parte di una grande macchina, difficile dire se siamo noi a condurla o se sul palco ci siamo pure noi. Il suono suggerisce un ingranaggio, un andamento meccanico. La dinamica dello spettacolo un’auto che si prepara ad una lunga tratta, dallo scaldare il motore fino alla corsa in autostrada nella corsia sbagliata. Il gesto. Il gesto scelto. Il gesto perfetto che si tradisce che s’inciampa. Il regista persuasore occulto si fa vocalist per l’occasione: ordina, propone, dalla consolle. Induce bisogni: è il siringone del Dio Pungolatore di Beckett. Sveglia l’uomo, anestetizza l’uomo. “Ascolta la tua sete” è il suo definitivo manifesto, la tavola imbandita e griffata della Legge. Il jingle si fa imperativo nel selvaggio west. E allora le tue fragilità, le tue debolezze personali sono per sempre fuori luogo. Sei imbarazzante e inopportuno. Si ingigantiscono diventano immoralità da reprimere fino al loro o nostro soffocamento. L’occidente, nel segno della colpa, usa e getta la nostra memoria particolare.
Altra storia, è il mestiere che presiede a questo spettacolo. La questione tecnica che merita una volta tanto la visione. È una metodologia di ricerca teatrale intelligente e condivisa in diretta con lo spettatore. È come speculare alle immagini emesse da questo lavoro: abbiamo già parlato di gesto, per esempio. È un gesto scelto, sapiente e portato al parossismo. Attiene anch’esso ad una qualche forma di controllo, ma che si declina via via verso l’abbandono di sé, verso l’ignoto. Il mestiere di questo spettacolo è controllo che non è controllo. Arriva dove vuole perché si permette di mollare tutto e il lavoro di un’attrice che non dà nulla per scontato, che ascolta sé stessa nel delirio, svelle la Grande Partitura Meccanica dall’interno.
Si dà il teatro. Si dà il caso che l’esperienza biografica, piccola e meschina di lì dentro, diventi universale al di qua della quarta parete.

 

West, Francesca Mazza e il fascino di una scelta

Jimmy Milanese, Franz, www.franzmagazine.com, 2 febbraio 2012

 

Perché non spingersi oltre? Se si vogliono salvare le persone, perché non privarle della loro libertà di scelta?

Francesca Mazza, talentuosa attrice naturalizzata bolognese, si mette al centro del palco e lo fa spogliandosi di tutti le maschere che hanno incrostato la società occidentale, appunto, il “West”. Ci pone di fronte a un complesso paradosso: l’ingiustizia insita nella possibilità stessa della scelta.

In un’ora d’intenso monologo, radioguidato da una misteriosa fonte esterna, rappresentativa del processo di condizionamento operante sull’essere umano, Francesca riesce a sabotare l’inconscio sepolto dello spettatore, che sviene, abbandona la sala, percepisce un senso di spaesamento se non di terrore. L’applauso liberatorio e prolungato del folto pubblico presente in sala, richiude quel pericoloso buco nero aperto dal gruppo teatrale “Fanny & Alexander”, avanguardisti in un’epoca dove sembra diventato impossibile stupire, affascinare, emozionare con poco dispendio di risorse.

Non ci sono corpi nudi, tette al vento, non ci sono storie di violenza, sangue o degrado sociale, non si percepisce la benché minima ombra di un colpo di scena improvviso. Tutto è lineare: una sedia inserita in un ring delimitato da un semplice nastro adesivo. Davanti a quella sedia occupata dall’unica protagonista, un tavolo, illuminato da quattro potentissimi fari posti ai lati del quadrilatero. Quattro fari e quattro dimensioni che interagiscono per modificare uno stato emotivo, psicofisico, culturale! Due voci fuori campo, una femminile e una maschile: una guida Eros e una guida Thanatos (pulsione di vita e pulsione di morte). Al centro della scena, una ragazzina di ormai 52 anni, appena uscita dal meraviglioso mondo di Oz. Lei esce, noi entriamo, ma non troviamo paesaggi incantati, personaggi pittoreschi che riportano alla nostra infanzia. In quel mondo di Dorothy, c’è il nostro atavico vissuto culturale, con le sue persuasioni occulte, i condizionamenti che si sono insinuati nelle sfumature delle nostre nevrosi; che hanno levigato la nostra personalità fino a condurci verso l’illusione sublima. Possiamo scegliere, è vero, ma solo tra “bianco e nero”, “destra o sinistra”, “Mi piace o non mi piace”, “la vita o la morte”. Il nostro range di scelta è il prodotto di una scelta binaria, come assolutamente binario è il mondo dell’informatica, ormai capace di teleguidare e scandire le nostre esistenze. Per questo motivo, le società occidentali hanno costruito il concetto del “destino”, regalandoci la carta prepagata, un’assicurazione sulla vita in caso di morte, il mutuo trentennale, un matrimonio e la casa di riposo a ridosso dell’asilo.

Quindi, l’illusione della demo-crazia sta tutta nel fascino di quella scelta, ovvero tra “A” e “nonA”: scelta fittizia, artefatta, priva della componente principale della L-I-B-E-R-T-Á. La possibilità della non scelta, o di quella intermedia; la possibilità di negare le regole del gioco e al limite non esprimere nessuna preferenza. Quelli che si sistemano da quella parte di solito li chiamano “pazzi”, oppure artisti.

 

West, un viaggio attraverso l’immaginario

Loredana Borrelli, Teatro.org, 17 aprile 2012

 

Uno spazio scenico essenziale e neutro, un non-luogo al limite dell’immaginario, un tavolo di legno, un’ atmosfera asettica, pareti nere e al centro, come se fosse stata catapultata lì per caso, una donna con le sue scarpette rosse luccicanti.

Il suo corpo è il primo a parlare, nervosamente si muove con gesti ritmati e cadenzati, esplora lo spazio che la circonda e di cui sembra essere prigioniera …“Mi chiamo Dorothy e ho cinquantadue anni” sono le sue prime parole. La sua identità tuttavia sembra essere dimenticata, Dorothy ripete questa frase nel tentativo di riconoscersi, di ritrovarsi all’interno di un mondo incentrato su una forma di persuasione occulta che porta allo smarrimento. La stanza nera dove si muove e dove risponde agli ordini gestuali e verbali di due inquisitori (interni?), è uno spazio al confine tra reale e immaginario dove viene spogliata di tutte le sue certezze, fino quasi a perdere perfino il contatto col proprio corpo.

Il corpo e la voce, esasperati, alienati, ricercati, sono il motore attraverso cui il personaggio Dorothy ci conduce in un viaggio dentro se stessa, rendendoci accompagnatori e spettatori inconsapevoli di un percorso nella sua anima e nei suoi ricordi, in parte plasmati e condizionati da un inquietante linguaggio pubblicitario.

Il lavoro che il gruppo fondato a Ravenna da Luigi de Angelis e Chiara Lagani ha effettuato ispirandosi al “Mago di Oz”, è profondo e evocativo. La scelta del “personaggio più fuori moda” si pone quale atto provocatorio e irriverente, il personaggio più fuori moda è la stessa Dorothy in cui è racchiuso, in potenza, ciò che ognuno di noi potrebbe diventare se si abbandonasse completamente ai paradossi della realtà, il personaggio più fuori moda potrebbe essere ognuno di noi.

 

West, o la morte dell’immagine secondo Fanny & Alexander

Giulia Tirelli, iltamburodikattrin.com, agosto 2012

 

Dorothy ha 52 anni. Sta seduta, tamburella le sue lunghe dita su un tavolo di legno, o sul petto. In silenzio. È rinchiusa in un recinto quadrato, delimitato da nastro adesivo bianco. Dorothy non è più quella ragazzina trascinata da un uragano nel favoloso mondo di Oz. Non ci sono spaventapasseri, uomini di latta o leoni ad accompagnarla nel suo viaggio. Dorothy è sola, abbandonata a un esperimento che vede la sua mente plagiarsi al suono di due diverse voci.

Con West, Chiara Lagani e Luigi de Angelis chiudono il ciclo ispirato al capolavoro di L. Frank Baum, dando vita a un mondo immateriale, tutto giocato su un meccanismo di induzione psicologica – orchestrato da Marco Cavalcoli e Chiara Lagani su dj-set di Mirto Baliani – capace di creare sottili trame e reti che intrappolano lo spettatore in un campo magnetico fatto di gesti, musica e parole. La partitura che ne scaturisce attanaglia lo spettatore in quello che sembra essere un esperimento di ipnosi collettiva, triangolato da una sublime Francesca Mazza che si prodiga in un assolo di movimenti e frasi spezzate.

La scena, spogliata di qualsiasi orpello, si trasforma in un tessuto mutevole, un magma dove è impossibile stabilire coordinate di riferimento. Il pubblico è trascinato all’interno di un vortice in cui drammaturgia e azione sembrano rincorrersi alla ricerca di un’unità e di un’armonia sempre negate, a malapena sfiorate da quel sovrapporsi di personalità che si impossessano del performer, vestendolo come un manichino. Nessun testo, musica o gesto prestabilito, nessuna linea narrativa guidano lo spettatore, prendendolo per mano. Unico motore dello spettacolo è il corpo di Dorothy, simbolo di una psiche spezzata, fortemente compromessa da un mondo che impone comportamenti e norme in virtù di un meccanismo di stimolo-reazione serrato, dal quale è impossibile liberarsi.

In West, l’annullamento dell’immagine diviene quindi elemento strutturale per costruire una gabbia mentale da sviscerare. La scena si trasforma in una metaforica teca di vetro costantemente illuminata, all’interno della quale la cavia è sottoposta a un esperimento che sfugge a quel perimetro di nastro bianco per proiettarsi sugli spettatori, annullando la distanza tra scena e platea. Ci si trova così a essere vittime e carnefici allo stesso tempo, in un continuo slittamento di punti di vista che fa perdere qualsiasi riferimento cardinale.

Fanny&Alexander abbandonano in questo ultimo capitolo della saga di Oz ogni riferimento esplicito a despoti e dittatori (basti ricordare i riferimenti hitleriani di Him ed Emerald city) relegandoli a una zona d’ombra dalla quale possono controllare, imporre e determinare senza essere scorti. Al di là di ogni considerazione sulla società di massa e il controllo mediatico – in cui sarebbe facile inciampare – si incastra nella mente dello spettatore la coerenza di un impianto scenico capace di ingarbugliare i neuroni all’interno della costruzione di un mosaico le cui tessere non sembrano però allinearsi in un’immagine chiara e definita. In questa confusione di piani – gesto e parola, personaggio e interpretazione, realtà e rappresentazione – si creano poli e dualismi i cui estremi si scambiano e scombinano per restituire il senso di un mondo che di meraviglioso non ha nulla, se non i meccanismi quotidiani a cui si è sottoposti, e che impediscono a Dorothy di tornare al mondo reale.