fanny and alexander | KRIMINAL TANGORASSEGNA STAMPA
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KRIMINAL TANGO
RASSEGNA STAMPA

Simone Nebbia, Nostalgia di café chantant

Nucleo Art-zine, Fanny & Alexander | Kriminal Tango

Alex Giuzio, Kriminal Tango di Fanny & Alexander. Cartolina da Ravenna

Ilenia, Carrone, L’uomo dal whisky facile

Maria Grazia Gregori, La vita in trincea è un tango kriminale

Gianfranco Capitta, Buscaglione fra visioni e fantasmi

 

Fanny & Alexander. Nostalgia di café chantant

Simone Nebbia, Teatro e Critica, 25 novembre 2015

 

Ci sono luoghi che sanno la trasformazione. Di chi li frequenta e del luogo stesso. Sono questi i contesti vocati all’ideazione e alla diffusione dell’arte, che covano cioè in sé qualche seme smarrito in artisti solitari, lo coltivano a contatto con altre sottili solitudini, infine lo esprimono in qualche forma che sappia raggiungere una prospettiva d’ascolto. Dunque si tratta di culle fertili capaci di far coesistere due momenti apparentemente in contrasto: da un lato l’intenzione, dall’altro la dedica al mondo, la dispersione dell’offerta all’interno della comunità. Comunità, appunto. Perché il denominatore comune per ognuno di essi è l’attenzione a qualcosa che sta perdendo il passo dei grandi scenari sociali, ossia il senso della relazione minuta, ciò che fa l’uomo vicino e orma di un altro uomo.
È per questo motivo che sorprende ancora – nonostante le lotte, le troppe energie dissipate, la corteccia sempre più esile del tessuto militante – il sentimento della presenza in un luogo come l’Angelo Mai, tra i più falcidiati degli spazi sociali a Roma, quasi l’unico a resistere in una forma certo mutilata, ma reattiva e concreta. Forma che solo è permessa dal dedicarsi all’arte.

Dopo un viaggio dentro il primo freddo del prossimo inverno è dunque ancora un’esperienza intensa fare quei pochi passi all’interno e sentire pian piano il corpo distendersi, slacciarsi i paramenti contro il clima ostile e trovarne un altro, gentile, vitale. Una sala di café chantant, pochi tavoli e sedie in un’oscurità ispessita dai fitti dialoghi e dall’attesa. È questo il luogo disegnato da Fanny & Alexander – compagnia ravennate nota per il grande spirito sperimentale di questi scorsi decenni e che non ha mai smesso di dialogare con questo spazio – per ospitare Kriminal Tango, grande omaggio al re dello swing italiano degli anni Cinquanta, l’interprete e sì, performer: Fred Buscaglione (omaggio trasmesso in anteprima da Radio 3 per Tutto Esaurito!).

Se però Chiara Lagani e Luigi De Angelis – Fanny & Alexander – ci avevano abituato a vertiginosi esperimenti in cui il senso si celava riposto in una compressione tecnica (e tecnologica) di stampo certamente concettuale, ora ci troviamo di fronte a una, almeno apparente, concessione alla giocosità rappresentativa. Eppure anche in questo caso a far la differenza è una pulizia formale cristallina, davvero affascinando per aderenza a una grana raffinata di creazione ambientale, in cui ben si innestano le musiche dell’autoctona Orchestrina Bluemotion (pianoforte e Mellotron Andrea Pesce; contrabbasso Francesco Redig de Campos; batteria Cristiano De Fabritiis), ma soprattutto la verve canora e interpretativa di Marco Cavalcoli, che si conferma in un modo così lontano dai suoi canoni più noti come uno dei più significativi attori del panorama sperimentale italiano. Se pertanto colse anni fa lo stupore per la matematica interpretazione di Him, in questo caso la dote di versatilità e trasformismo sviluppa la sua caratura su un piano parallelo, svelando come i confini della mimesi siano più sfumati di quanto si crede.

La suggestione di essere in platea, dove la stessa Lagani in abito da balera si aggira recuperando offerte a cappello e servendo un whisky d’ordinanza, si carica della sensazione che vi siedano, come allora, gli stessi personaggi evocati dai brani, dal blues parlato, dell’artista: gangster, bulli e pupe, irresistibili amatori tornano come una pellicola in bianco e nero srotolata di fronte agli occhi e seguono un montaggio che frammenta le canzoni in un collage sensibile, lasciando che questi personaggi innervino la figura dello stesso Buscaglione, discusso almeno quanto amato. Proprio per questo cortocircuito tra il “personaggio” e i relativi “personaggi” cui dà vita, quando si fosse in grado di superare il pregiudizio di un osservatore abituale che si inerpica sulle proprie aspettative, l’esperimento che riduce il meccanismo di traslazione, intimamente teatrale, mimetico, non lascia il minimo residuo: si vede là dove si ascolta e non si percepisce più il freddo, il piede pian piano inizia a battere il tempo sul pavimento e la sera, la sala, si animano di una possibilità sempre rinnovata, che si possa stare in uno spazio avvertendo sulla pelle la sua trasformazione. E così, amplificando il valore della pulizia e della precisione tecnica, inappuntabile anche nel più complice dei giochi, sembra così facile che attraverso un capannone ci si trovi in una music hall, o che passando da un segreto antro recuperato al degrado si raggiunga uno scintillante e raffinato café chantant. Saranno molte le nostre sembianze, in mille modi ci trasformeremo, ma in mille modi torneremo a farci luogo dei nostri desideri.

Fanny & Alexander | Kriminal Tango

Nucleo Art-zine (redazione), 21 novembre 2015

 

Se risulta facile omaggiare il teatro commerciale e imbastire un discorso che tenga (o millanti di tenere) le fila di un discorso storico, il teatro del tentativo, del processo che sfugge al prodotto, è terra misteriosa. Si mette in scena un’ipotesi alternativa rispetto all’imballaggio di drammaturgia e rappresentazione, una visione radicale.

Ebbene, la sfida contro l’industria culturale Kriminal Tango di Fanny & Alexander la vince, restituendo l’aderenza tra il processo creativo e la sua presentazione allo spettatore, coinvolto realmente nella cornice spettacolare, in tal modo abbattuta. La cornice corrisponde al contenuto, e l’atmosfera da locale notturno dove si esibivano gli chansonnier come Fred Buscaglione è ricreata senza forzature o caricature. Artigianato di pregio, l’opera/concerto del gruppo ravennate è di fatto realmente “criminale”, una sorta di Robin Hood teatrale che di fatto presenta un’ora e mezza di grande prova attoriale, quella di Marco Cavalcoli senza pretendere di rappresentare una piroetta virtuosa o una storia tragica (spesso mal scritta).

Studio da abbinare allo spettacolo Scrooge, in cui è in atto l’esperimento che porterà al Discorso Verde sull’Economia, Kriminal Tango è un’esperienza, un’atmosfera che fa della ridondanza ossessiva il suo punto di forza. Un succedersi quasi senza pause di nulla più che brani musicali (salvo brevissimi intermezzi recitati), eseguiti dal vivo dall’Orchestrina Blue Motion e da Cavalcoli, che impersonifica Fred Buscaglione (con momenti scissi dall’homme fatal Silvio Berlusconi), con bottiglia di whiskey, sigaro e pistola alla mano.

La poetica è già nei testi, anzi: la poetica è nella scelta stessa del contenitore attraverso il quale comunicarla. Inserire gli spettatori in una balera improvvisata, tra luci colorate e un’enorme sfera specchiata, offrirgli da bere e chiedergli un’offerta con un cilindro in mano (Chiara Lagani in abito da sera compie queste azioni), costituisce una presa di posizione che rivendica con estrema potenza il diritto di chi fa teatro di sperimentare, con una precisione impeccabile. Non c’è mediazione di testo drammatico, esigenze da teatro culinario (per citare Brecht) e arrovellamento pseudo-intellettuale; ogni medium è abbattuto, come ogni ab-uso di tecnologia. La regia di Luigi de Angelis presenta con fedeltà quasi filologica una balera anni Cinquanta dove si va per bere e per affogare le proprie delusioni, i propri amori e la propria solitudine.

«Si beve per dimenticare o per ricordare?» domanda Buscaglione/Cavalcoli. Pare che la risposta sia: per ricordare. Una società ormai morta, in cui in un periodo di successo economico esisteva la figura dello chansonnier, consumato più del suo pubblico dalle sue stesse passioni. E dopo cos’è successo? Il personaggio creato da Fanny & Alexander risulta una sintesi prismatica di più cliché e attitudini riunite e rievocate attraverso la ri-presentazione di un sogno di passione e criminalità, fedele e infedele, magnetico e corroso da troppo alcol, troppo fumo, troppe donne, troppa vita. Tra la fascinazione del denaro, ambivalenza tra ricchezza e taccagneria, potere e rovina, si attende il Discorso Verde futuro, dopo i due “studi” differenti come estetica ma legati dallo stesso concetto.

 

Kriminal Tango di Fanny & Alexander. Cartolina da Ravenna

Alex Giuzio, altrevelocita.it, 3 agosto 2015

 

È il 18 luglio e ci troviamo alla festa lungo la darsena di Ravenna che l’Amministrazione Comunale ha organizzato per celebrare il titolo di Capitale Italiana della Cultura. Festa popolare con concerti, stand gastronomici, mostre e performance a costellare un’affascinante area industriale in disuso della città romagnola. Fa eccezione l’Almagià, ex raffineria dello zolfo già da anni rinata come luogo per ospitare le ricerche di teatro e di danza che nascono o passano a Ravenna, e dove anche per questa serata si susseguono le ultime produzioni di Tanti Cosi Progetti, Menoventi, gruppo nanou e Fanny & Alexander. Spettacoli a ingresso gratuito: in una serata così affollata è garanzia che il pubblico sarà quanto di più eterogeneo, curioso e potenzialmente disinteressato si possa trovare; una situazione intrigante per Kriminal tango di Fanny & Alexander, quando a entrare all’Almagià sono anche tanti anziani e famiglie con bambini.

All’ingresso notiamo un’orchestrina sul palco – i Bluemotion dell’Angelo Mai – in una situazione da caffè d’altri tempi, con luci alte, tavoli e sedie sparsi, un open bar. A entrare in scena è Marco Cavalcoli nei panni di Fred Buscaglione. Inizia la musica e l’attore comincia a cantare i più noti successi di una delle prime popstar italiane, facendo divertire il pubblico che applaude, canticchia e in certi casi non riesce a trattenersi dal ballare sulla sedia. La somiglianza di Cavalcoli con Buscaglione è impressionante, e così anche la voce dell’abile attore di Fanny & Alexander nel cimentarsi in un’avvincente prova canora; ma già dal revolver estratto ogni tanto con fare inquietante è possibile percepire che stiamo per essere trasportati in uno di quei tunnel stranianti tipici di tanti spettacoli della compagnia. Cavalcoli, scherzando col pubblico e sfruttando i pezzi di Fred che si rifanno all’immaginario del gangster americano, mette l’accento sulla vanità del maschio ricco e pieno di sé, quella dello sfrenato donnaiolo che fuma il sigaro e ostenta dollari con noncuranza. Si autocelebra, si esalta, civetta. «Mi piaccio mi piaccio mi piaccio» canta, talvolta mutando la sua voce con quella di Berlusconi per metterci davanti al contraddittorio emblema del maschio tronfio e avaro, tipico non solo delle star e dei dirigenti di ieri e di oggi, ma anche dell’egocentrismo e del narcisismo della nostra epoca dei selfie. Poi arriva l’incubo: circa a metà spettacolo Cavalcoli-Buscaglione si inoltra in una canzone infinita che presto fa cessare il divertimento spensierato del pubblico, un delirante medley dei più grandi successi della canzone italiana che dura oltre mezz’ora, ingabbiandoci. Siamo dentro alle eterne note dei pianobar delle località balneari, quelle che ogni volta che sembrano finire ricominciano, proprio come fa questo Buscaglione nel non smettere più di cantare, instancabile. La vanità si fa definitivamente malessere in quello che infine risulta un lavoro molto acuto di Fanny & Alexander: oltre al livello superficiale del lasciarsi abbandonare all’intrattenimento da cabaret, il pubblico è trasportato in una prigione più profonda e paranoica, e nel farlo la compagnia conserva la sua cifra stilistica e retorica che con il ciclo dei discorsi utilizza la drammaturgia di frasi (e in questo caso canzoni) prese dalla realtà per mostrarne il lato più virale e sconcertante.

Kriminal tango è una tappa di avvicinamento verso il prossimo Discorso verde, incentrato sulla prodigalità e sull’avarizia. La compagnia guarda a Fred Buscaglione, tra le prime figure mediatiche dell’Italia del boom economico del secondo dopoguerra, in un parallelismo con Berlusconi che ci dice come il “decennio dell’Io” (gli anni ’70 per Tom Wolfe) si sia trasformato in un’epoca di perenne invasione dell’ego e degenerazione dell’essere.

 

L’uomo dal whisky facile

Ilenia Carrone, Doppiozero, 18 giugno 2015

 

È stato invece accolto con grande curiosità Kriminal Tango di Fanny&Alexander, concerto/recital che anticipa Discorso Verde, quarta tappa del progetto DISCORSI, dedicato al tema dell’economia. Sul palco di un memorabile Le Roi Music Hall sale un Marco Cavalcoli d’eccezione nei panni di un sempre travolgente Fred Buscaglione (che ritroviamo là proprio dove era solito esibirsi). Non è solo la grande somiglianza tra i due a saltare agli occhi; è soprattutto lo studio fatto sul personaggio che meraviglia, le sue movenze, i suoi modi di guardare, la capacità di stare sul palco e di viverlo come esperienza unica. Accompagnato dall’Orchestrina Bluemotion – composta per l’occasione da Andrea Pesce, Francesco Redig de Campos e Cristiano De Fabritiis – Cavalcoli/Buscaglione ci accompagna, attraverso una originale selezione dal repertorio, in un mondo dove è ridisegnato l’immaginario dello showman d’antan. Il whisky facile, la rivoltella in tasca, lo sguardo rivolto al sogno americano e al mito di Al Capone, l’attaccamento al denaro, la mancanza di questo, il costante bisogno. Ma emerge prepotente anche una certa attitudine da bullo e l’infinito piacere di piacere, il fascino sulle donne e sulle “bambole” (Chiara Lagani è la “bambola”, con vestito da sera e tacco vertiginoso; passa tra il pubblico con il cappello a raccogliere spiccioli e a distribuire whisky). In questo concerto si sommano molti livelli drammaturgici che rendono assai prezioso l’intero lavoro: non ultimi gli speciali arrangiamenti dei brani scelti e, soprattutto, le capacità canore dell’attore (chi se lo aspettava?). Dopo una prima esibizione più lineare, il repertorio comincia a ripetersi in maniera più confusionaria, a ricordare un juke-box impazzito. Alle parole si aggiungono virgole di follia; nel protagonista riemergono reminiscenze da prestazioni attoriali di un tempo; riaffiorano ruoli che difficilmente si riescono a lasciare cadere perché più presenti e attuali di quanto si creda. Così, Cavalcoli/Buscaglione va a riprendere quel Berlusconi cui aveva dato vita in Discorso grigio e la domanda si fa assidua: avrà potuto prescindere quel giovane Berlusconi da un parimenti ipertrofico Buscaglione? Così spaccone? Così tormentone?

 

La vita in trincea è un tango kriminale

Maria Grazia Gregori, delteatro.it, 14 giugno 2015

 

Il sorprendente “Kriminal tango” di Fanny & Alexander su Fred Buscaglione, “Trincea” di Marco Baliani sulla Grande Guerra e “Giro di vite” di Henry James riletto da Valter Malosti festeggiano nel modo migliore i vent’anni del festival delle Colline torinesi

È giugno, è tempo di Colline torinesi, l’agguerrito festival piemontese che anno per anno (e gli anni sono ormai venti) ha saputo presentare al suo pubblico un’immagine del teatro, non solo italiano, in movimento assumendosi anche dei rischi andati quasi sempre a buon fine. Il ventennale del festival di Sergio Ariotti e di Isabella Lagattolla è costruito dunque mettendo in campo linee di lavoro e di ricerca diverse, sostenuto da un pubblico curioso e attento cresciuto negli anni al quale, anche in questi tempi difficili, propone nella sua ricerca di nuovi linguaggi e di nuove strade un’immagine non rinunciataria ma, al contrario, fortemente determinata e aperta al futuro del teatro, garantendo anche qualche sorpresa, magari inaspettata. Succede per esempio con Kriminal Tango del gruppo ravennate Fanny & Alexander: una ventata di aria fresca per il personaggio attorno al quale è stato costruito, per il sapiente gioco drammaturgico che lo sostiene e, non ultimo, per la bravura del suo interprete Marco Cavalcoli.

Il personaggio attorno al quale gira Kriminal Tango, titolo di una sua fortunatissima canzone, è quello di Fred Buscaglione, grande e mai dimenticato eroe dei night dei grintosi Sessanta, innovatore, con il suo fantastico paroliere Leo Chiosso che gli forniva storie fantastiche per canzoni che andavano contro il finto romantico e la melensaggine con un’ironia travolgente, un ritmo che guardava all’America, ma che si esaltava proprio lì, nel luogo dove lo spettacolo è andato in scena, che oggi si chiama Le Roi Music Hall (ieri Lutrario), messo in piedi dall’architetto Carlo Mollino nel 1959 e rimasto miracolosamente e intelligentemente identico: divanetti a due o tre posti con davanti, un tavolino di fronte al palcoscenico, bellissima balconata e tante lampade cilindriche e multicolori che scendono dal soffitto illuminando lo spazio.

Su quel palco era iniziata la gloria di “Fred dal whiskey facile” (ma gli piaceva anche il gin), uno che voleva andare in America ma che, intanto, affilava a Torino, insieme al suo complesso degli Asternovas, il suo stile con canzoni – le uniche amate anche da una generazione che tifava per Elvis Presley e per i Beatles -, che erano veri e propri racconti di bulli e pupe, di stangone coscia lunga che sognavano il visone, di ragazzi da bar con il sigaro in bocca e cappello sulle ventitré, malavitosi dal cuore dolce, donne vendicative con la pistola, prendendo amabilmente in giro giovini signori sciupafemmine, ma anche sentimentali papà che cantavano una dolce ninna nanna ai loro pupi, grazie a un humour sorridente a pieno di invenzioni. Insomma Fred Buscaglione duro e puro.

In scena Marco Cavalcoli, truccato “alla Buscaglione”,una notevole somiglianza (in magro) con il mitico Fred, accompagnato dal complesso Bluemotion, si rivela irresistibile per simpatia e un cantante che non ci si aspettava. Costruisce dunque, con l’aiuto in sala di una accattivante e inaspettata Chiara Lagani, una sirena in tacchi a spillo (lo spettacolo è firmato da lei e da Luigi De Angelis) , che passa tra i tavoli a raccogliere soldi e a offrire da bere, un storia sbalestrata e divertente, una specie di specchio irridente della società di allora non tanto lontana da quella di oggi dove la rapina non è immaginaria né romantica ma maledettamente vera, giocando anche con le parole, costruendo testi che mescolano motivi e canzoni e dove, a ben guardare, il protagonista è proprio lui, il denaro. Prima tappa, dunque, di quel discorso sul denaro che sarà la nuova ricerca del gruppo sulla diversità dei linguaggi usati nella comunicazione di massa.

Input diversi, si diceva. Da questo punto di vista decisamente agli antipodi di Kriminal Tango è Trincea, di e con Marco Baliani, odissea di un soldato della Grande Guerra del 1915-1918, che è anche un grido contro la violenza stolida e sanguinaria dei conflitti, dove c’è un uomo piccolo piccolo che racconta e vive la follia di un’epoca vista dalla parte degli ultimi. Un mondo grigio, immerso in un grigio totale, polveroso, di morte e lui che appare come un morto vivente da una botola-trincea, grigio su grigio, circondato da immagini sgranate d’epoca altrettanto grigie (scene e luci di Lucio Diana, regia di Maria Maglietta) che racconta il vivere terribile di chi è partito per la guerra mentre gli imboscati si sono arricchiti, proprio come succede in Tamburi nella notte di Brecht e lui, invece, è costretto a un’atroce sopravvivenza in attesa della fine, fra i rifiuti organici di tutti, il sangue, la morte, o a una vita-non vita, da pazzo, da cieco, da storpio. Altro che scatola magica, quella in cui si muove Baliani, in una prova di grande spessore che fa passare in secondo piano qualche punta retorica, è una vera e propria scatola degli orrori che ha divorato a suon di musica (dalla Traviata al Nabucco alla colonna sonora inventata da Mirto Baliani, sue anche le immagini) un’intera generazione che avrebbe voluto essere del tutto antieroica, vivere la vita, battersi per la vita e non per la morte del nemico, senza essere vittima dei deliri di onnipotenza di qualche generale, ma che intanto con il proprio sacrificio cambiava i confini e la vita del nostro Paese.

Un vero e proprio incubo, un noir raffinatissimo è invece Giro di vite, magnifico racconto di Henry James da cui Benjamin Britten trasse un’opera rimasta famosa. Su questo racconto carico di suspence – sull’attesa di qualcosa che sta per accadere e non accade che deve essere detto e non è detto – di quella che via via si mostra come une vera e propria sonata di fantasmi, che coinvolge una giovane istitutrice senza nome e due bambini rimasti orfani, Valter Malosti ha costruito uno spettacolo per attrice sola (Irene Ivaldi) , nel quale si inserisce, talvolta, come invisibile narratore. La platea del Teatro Gobetti è vuota mentre gli spettatori stanno seduti sulla gradinata e l’attrice, che dà voce a tutti i personaggi, sta su una sedia, posta su di una piattaforma nel mezzo della platea, quasi imprigionata da due microfoni laterali dove, praticamente immobile (un vero tour de force di tensione per lei), “fa le voci” comprese quelle dei bimbi, elaborate elettronicamente.

La scelta registica, che pensiamo sia un primo abbozzo, una prima tappa per un viaggio tutto da fare, suggerisce comunque un itinerario simile a un sabba demoniaco dentro i fantasmi che si annidano nel pensiero della protagonista e dei piccoli Miles e Flora, continuamente combattuta fra realtà e finzione, fino al tragico finale.

 

Buscaglione fra visioni e fantasmi

Gianfranco Capitta, Il Manifesto, sabato 13 giugno 2015

 

Sorprese e progetti costituiscono da sempre il patrimonio del Festival delle colline torinesi, che quest’anno festeggia la sua ventesima edizione. La formula vincente qui è la scelta di mettere insieme spettacoli di linguaggio e codici diversi, purché abbiano una propria vitalità. Così che anche uno spettacolo non riuscito o con qualche limite evidente, può costituire un presagio di strada ventura, aprire squarci che potrebbero dimostrarsi interessanti o promettenti, tanto più in un momento generale, se non di ristagno, certo di poco coraggio sulle scene italiane, grazie ai condi­zionamenti burocratici macchinosi e alle previsioni fosche che gravano già oggi su questo settore artistico. […]

Il colpo di scena vero alle Colline però, in attesa di altre presenze importanti a partire da oggi (i fan­tasmi shakespeariani di Alfonso Santagata, il fantasma materno pasoliniano di Latella, gli sfrenati fantasmi edipici delle berlinesi She She Pop) sono stati capaci di darcelo i Fanny & Alexander, che i mai erano stati divertenti e spiritosi come in questa occasione, in cui hanno riportato in vita un celebre mito dei nostri «anni d’oro», Fred Buscaglione. E a Torino hanno voluto farlo nel luogo dove lui a suo tempo cantava, e strologava e straparlava, ironico e partecipe, di tante altre mitologie che dall’America ci apparivano allora salvifiche, e adatte al botto incombente del boom. È irresisti­bile uno dei componenti del gruppo, Marco Cavalcoli, nel ricreare le smorfie e i tic del geniale Fred, e condurci con sicumera tra le parole del suo, davvero geniale, paroliere Leo Chiosso.

Il tutto nel vero dancing dove Buscaglione si esibiva, oggi Le roi Music Hall dell’architetto Molino, allora Lutrario, con un complesso (i Bluemotion) che cita gli originali Asternovas, e il pubblico se li gode dai divanetti di similpelle davanti ai tavolini dove campeggiano gin tonic e al massimo delle birre. Tra quei lustrini multicolori, e lampade arcobalenanti, Chiara Lagani (che ne è autrice assieme a Luigi De Angelis), in gran tiro, segue il maestro e offre da bere agli spettatori da coinvol­gere gaudenti.
Uno spaccato veritiero e profondo del nostro paese e delle nostre illusioni, non solo di allora. Nel quale molti politici, anche di oggi , potrebbero specchiarsi in un barlume di coscienza. Anche se il gruppo, nei fogli di presentazione, minaccia di trasformare il lavoro in una ricerca sull’economia verde. Mentre è già così divertente, e istruttivo, allacciarsi e incespicare nel Kriminal tango, belli pupi fior del fango…