fanny and alexander | GIALLORASSEGNA STAMPA
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GIALLO
RASSEGNA STAMPA

Luca Manservisi, Fanny & Alexander e l’educazione: «Viviamo in una società bambina…»

 

 

La cara maestra dei Fanny & Alexander

Anna Bandettini, La Repubblica,

 

Gli spettatori siedono attorno a un tavolo quadrato dove c’è un modellino di un edificio. Si sentono voci di una scolaresca. Arriva la maestra, severa, fa l’appello e sono i nomi degli spettatori. Bentornati a scuola: perchè questo è Giallo, visto a Short Theatre diretto da Luigi De Angelis, con una bravissima Chiara Lagani, nato come un radiodramma da un laboratorio con piccoli alunni, è un intelligente spettacolo sulla formazione delle coscienze. Non ci sono personaggi se non Chiara Lagani – maestra in uno scambio di battute con le voci registrate dei bambini – alunni mentre li fa ragionare sul controllo della paura e soprattutto delle parole e del pensiero. Un omaggio “ideale” a Maria Montessori, servito da mattone per lo spettacolo vero e proprio, Discorso Giallo, seconda tappa del nuovo progetto di Fanny & Alexander che si conferma la presenza più matura del teatro anni 90. Nella sua “confezione” sperimentale, Giallo è anche più rigoroso, incisivo, più scoperto nel suo intento: nel mostrare un percorso di ricerca e nell’affermare il valore di una pedagogia che trasmette saperi per migliorare il mondo.

La parola pubblica fra scuola e tv. Incontro con Luigi De Angelis

Lucia Oliva, Alessandra Cava, altrevelocita.it, luglio 2013

Abbiamo incontrato Luigi De Angelis di Fanny & Alexander, presente a Santarcangelo13  con una serie di progetti legati all’infanzia e all’educazione e appartenenti a una riflessione più ampia sul rapporto tra individuo e comunità. Dallo spettacolo Discorso Giallo al laboratorio per bambini Pianeta Giallo condotto da Chiara Lagani fino a Giallo – Radiodramma dal vivo.

Discorso Giallo è la seconda declinazione di un progetto sui discorsi pubblici, che analizza ogni volta diversi e complessi aspetti della società. Da cosa nasce la necessità di affrontare la questione della retorica pubblica attraverso più monologhi?

La necessità di declinare il discorso in più direzioni nasce dalla sensazione di tossicità del mondo che ci circonda, e in particolare dell’Italia in cui operiamo. La nostra peculiarità è quella di lavorare sulla spirale, mi interessa come figura perché è un cerchio che ritorna sui propri passi, ma a ogni ritorno va più in profondità. Il progetto sui Discorsi non parte da un archetipo letterario, come altri nostri lavori, ma indaga le contaminazioni primarie del nostro vivere quotidiano. Politica, religione, sport, giustizia… ogni volta che ci connettiamo col mondo e con i media abbiamo a che fare con queste parole. Sono questioni che abitano ormai dentro di noi come un morbo; come possiamo farcene carico?
L’artista è come un mollusco che trasforma le tossine in perle, in opere di bellezza. I Discorsipartono direttamente da tali tossine, sono stati composti andando a indagare tutte le forme di vociferazione della parola pubblica, che si diffonde come un gas velenoso nell’aria. Per farlo ci rivolgiamo principalmente all’universo televisivo, che dal suo avvento ha scardinato e intaccato qualcosa definitivamente. Ad esempio Discorso Giallo giunge al paradosso in cui l’educazione nazionale diventa bipolare, schiacciato tra scuola e TV. Il tentativo educativo televisivo si realizza in trasmissioni per bambini e adolescenti, mascherate da scuole per talenti. In realtà si tratta di puro commercio e il loro successo richiede un legame quasi religioso: è una sorta di simonia della formazione, che viene venduta a chi ci crede ferventemente.

Cosa è avvenuto nel passaggio da questo materiale alla composizione dello spettacolo?

Il materiale viene condensato nell’opera in un tempo che non è realistico, che è compresso. L’opera è un imbuto in cui si pigia la materia tossica, e questo provoca un’effervescenza, un bollore, un continuo movimento interno che affiora nella parola e nel gesto. C’è qualcosa di sopito che emerge all’esterno. In Discorso Giallo è la questione della figura psichica della bambina nascosta nel corpo dell’attrice adulta (qui interpretata da Chiara Lagani), una bambina che non vuole crescere, chiusa dentro una matrioska. L’educazione mascherata di cui parlavo non vuole che il bambino cresca, che diventi adulto. Ho parlato della televisione, ma anche l’universo scolastico non è certo confortante.

Rispetto a Discorso Grigio, discorso “politico” attraversato in scena da Marco Cavalcoli, questo lavoro appare più mimetico e definito rispetto alle figure di riferimento.

Si tratta di due tensioni differenti: in natura esiste un mimetismo fanerico, ad esempio quello delle farfalle che imitano finti occhi giganti sulle loro ali per spaventare il nemico, e un mimetismo criptico, che è quello del camaleonte. In Discorso Grigio c’è una coincidenza tra la figura dell’attore e quella del politico. Le voci dei personaggi politici sono come brandelli, macchie di leopardo che contaminano tutto lo spettacolo nella sua unità. In Discorso Giallo invece le figure vengono attraversate una ad una, ognuna nel loro mondo, di cui esse sono le impronte.

 

Giallo: discorso e radiodramma di Fanny & Alexander

Andrea Pocosgnich, teatroecritica.net, 17 settembre 2013

Il giallo è il tema cromatico portante del secondo capitolo della sperimentazione di Fanny & Alexander sui “discorsi”: dopo il Discorso Grigio in cui Marco Cavalcoli sfidava il linguaggio politico, nel giallo, che qui sembra contraddire la propria natura solare per ribaltarsi in una profonda oscurità, Chiara Lagani sfodera doti da attrice portentosa per un doppio progetto che intreccia, in due macro-temi, televisione ed educazione. Il medium di massa per eccellenza si lega a una riflessione sull’insegnamento e la trasmissione del sapere. A Short Theatre 8 gli spettatori hanno avuto la possibilità di assistere a due performance, differenti per modalità e drammaturgia, che rappresentano però un unico affresco, complessa raffigurazione infranta in una miriade di frammenti.

Il dittico ha mostrato il valore di una ricerca profonda e complessa a dispetto di un momento quasi “defaticante” in cui è incappata proprio una parte della nuova ricerca teatrale italiana vista qui a Short Theatre. Perché se alcuni dei gruppi appartenenti alle generazioni successive sono intenti a cercare nuovi dispositivi che spoglino la messinscena di qualsiasi protagonismo condividendo il palco con non professionisti, portatori di handicap e bambini, l’ostinazione del gruppo ravennate riesce ad aggirare quel rischio – che spesso senza volerlo porta all’ammiccamento – e risiede soprattutto in una profondità di pensiero che, almeno in queste due prove, non crea fratture tra il dispositivo, appunto, e i temi.

È una complessità che certamente richiede una qualità nell’attenzione a cui il pubblico rischia di non essere più abituato, ma in entrambi i lavori visti alla Pelanda gli stimoli sono multipli e la logica razionale con cui solitamente siamo abituati a trattare argomenti fondanti quali educazione e comunicazione viene messa in pericolo da qualcosa che sfugge alla ragione per sollecitare oscure visioni dell’inconscio.
Nel radiodramma – costruito a partire da alcune sessioni laboratoriali – Chiara Lagani dialoga con le voci preregistrate di un gruppo di bambini: la sonorizzazione avvolge gli spettatori raccolti su tre lati della scena, al centro una pedana accoglie un piccolo caseggiato in legno, forse una scuola, costruzione vuota ed essenziale, laccata in nero e illuminata dall’interno. La luce soffusa di una lampada da ufficio dosa con sapienza il grado di visione concessa allo spettatore. L’appello è diretto a noi, siamo noi quei bambini, dunque a noi è diretto lo spaesante gioco della sfinge/Lagani, maestra sì ma anche officiante misteriosa di un rito dell’inconscio. Le voci dei piccoli scolari chiedono di andare in bagno, non siamo nel mezzo di una lezione: «Vi ho fatto venire qui perché ho un problema. Ero in un bosco, ho incontrato una creatura, era ferita». La semplice narrazione si diffonde strisciando tra le pieghe iterative di un dialogo a volte logico a volte sconnesso, denso di ripetizioni; poi dal buio emerge una figura, maschera di scimmia che mette a dura prova la curiosità dei bambini. Hanno paura ma ne sono attratti, una delle piccole voci afferma: «Non avere paura, è teatro». Per non avere paura bisogna educare la bestia (e dunque accoglierla), insegnarle a parlare.
L’elemento che ritorna anche in Discorso Giallo è proprio il tema dell’educazione (e dunque della sottomissione) che prende forma in una gigantesca maschera di Maria Montessori, inquietante icona simbolica. Ma la frenetica performance di Fanny & Alexander, decisamente più fisica della precedente, rappresenta anche un excursus onirico della televisione educativa: il maestro Manzi, Sandra Milo e Maria De Filippi, figure intercettate nel medesimo flusso. Perché se la linea cronologica inizialmente ripartisce le tre fasi, con la progressione dello spettacolo le interferenze si sommano e si sovrappongono in collisioni stranianti che trovano nei gesti, nel volto e nella voce della performer quella maschera di rappresentazione di cui il meccanismo drammaturgico ricorsivo – a firma della stessa Lagani – ha bisogno.
Ci si alza dalla platea stanchi, frastornati, con tante domande e fortunatamente poche risposte, ma con la consapevolezza di esser stati il terminale di una messa in crisi non solo di temi fondanti per il nostro sistema culturale, ma anche della percezione con cui a questi temi ci accostiamo.

 

 

SPECIALE SANTARCANGELO 13. L’INFANZIA DELLA RADIO, INFANZIA DEL TEATRO

Nicola Villa, minimaetmoralia.it, 30 luglio 2013

Il caso del Festival di Santarcangelo del teatro in piazza è unico: si tratta di un appuntamento internazionale di teatro di ricerca, uno dei più longevi in Italia che quest’anno è arrivato alla sua 43esima edizione, che non affronta solamente il teatro e le sue diramazioni, ma è sempre attento alla vitalità di altre arti contemporanee nel tentativo di contaminare il più possibile i linguaggi. Chi l’ha frequentato in questi anni, non è rimasto stupito allora che quest’anno una mini-rassegna fosse dedicata a due temi apparentemente lontani dal teatro:  radio e infanzia.

“Radio e infanzia”, questo il titolo del progetto curato dal co-direttore del festival Rodolfo Sacchettini e esperto della storia del radiodramma italiano, non è stato solo un programma speciale dedicato ai più piccoli, ma un’occasione per riflettere dell’antica alleanza tra teatro e radio. La radio di massa, fin dalle sue origini che sono piuttosto recenti (gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso), ha da sempre guardato al teatro come fonte a cui attingere per la realizzazione di radiodrammi e letture. A Santarcangelo 13 questo rapporto tra i due mondi, questa ricerca nell’infanzia della radio, è stato corroborato da due prime nazionali, due conferenze radiofoniche per bambini (in diretta su Radio 3, ma anche live per il pubblico del festival) che hanno messo in luce due figure importanti sia della prima sperimentazione radiofonica, che della pedagogia.

Marco Cavalcoli, della compagnia Fanny e Alexander, ha dato lettura delle Conferenze radiofoniche di Walter Benjamin. Tra il 1929 al 1932, infatti, Benjamin realizzò delle vere e proprie conferenze rivolte a ragazzini tra i dieci e i quindici anni che sono ancora oggi importanti per capire la radicalità del suo pensiero politico ed educativo. Cavalcoli si è fatto attraversare dalle parole di Benjamin, raccontando storie da Kaspar Hauser a Cagliostro. Alla figura ancora troppo poco ricordata di Janusz Korczak è stato dedicato, invece, Pedagogia scherzosa di Roberto Magnani del Teatro delle Albe: occasione unica per un ascolto pubblico di alcuni testi, tradotti per la prima volta, del grande pedagogo polacco realizzati per la radio negli anni trenta nella forma, oggi inconcepibile, di un programma esclusivo per bambini e ragazzi. La figura di Korczak (allievo di Pestalozzi, il padre della moderna educazione, e promulgatore delle nuove tecniche pedagogiche negli stessi anni della Montessori) è legata all’esperienza della Casa degli Orfani del Ghetto di Varsavia e alla tragica morte, insieme ai suoi bambini, nel campo di concentramento di Treblinka. Le parole del Dottor Korczak, interpretate da Magnani nel giusto spirito energico e assertivo, sono scandalose, ironiche e attuali: si spazia dal catalogo esilarante delle cure delle ferite di gioco, ai severi ammonimenti per diventare bravi cittadini, fino ad arrivare ai messaggi agli adulti perché il bambino è come uno straniero di cui bisogna rispettare anche l’ignoranza.

“Radio e infanzia” non si è limitato a questi due importanti recuperi storici, ma ha anche tentato di dare voce alla sperimentazione contemporanea. Due progetti hanno tentato di ripensare il teatro a partire dalla radio: sono stati il Marmocchio dei Sacchi di sabbia, una specie di Pinocchio riletto in forma di radiodramma e ambientato in una cava di marmo, e Giallo dei Fanny e Alexander, un vero e proprio radiodramma dal vivo realizzato grazie alla registrazione di un laboratorio con dei bambini condotto da Chiara Lagani. L’ascolto pubblico è stato al centro delle giornate del festival, tanto che in collaborazione con il progetto “Piccolaradio” di Radio 3, che sta diffondendo in rete i materiali del passato dei ricchi archivi Rai, è stata allestita una stanza d’ascolto, al centro della quale c’era una vecchia radio, dove si poteva sostare ascoltando una selezione dei radiodrammi per bambini più interessanti dalle origini a oggi. Il festival si è chiuso con un ascolto pubblico molto importante, quasi un rituale officiato dall’antropologo teatrale Piero Giacchè che ha introdotto una versione radiofonica di Pinocchio a opera di Carmelo Bene, uno dei radiodrammi beniani più rari perché realizzato con molti attori negli anni ’70.

L’impressione che deriva da questo Santarcangelo 13 è che teatro e radio condividano un destino analogo: una crisi nei confronti dei rivali mediatici (si pensi all’inquinamento totale delle immagini) e una crisi di idee e di vivacità rispetto ad altri linguaggi. Se è vero che quando parliamo di crisi del teatro facciamo i conti con la storia del teatro, e questa storia  riflette una trasformazione radicale della società (chiamatela la nuova tecnocrazia globale) fatta di un uomo/spettatore nuovo ipermediato e mutato (chiamatelo post-uomo), allora una possibile strada di ricerca e impegno oggi può essere il teatro per l’infanzia. Un teatro per i “piccoli” pone da subito una domanda politica e pedagogica, perché il prossimo dello spettacolo non è uno spettatore, non è un simile, né un user iscritto alla stessa comunità, ma è “l’uomo che verrà”.

Oppure, come ha sottolineato Chiara Guida della Societas Raffaello Sanzio in un incontro all’interno del festival, il teatro si è sempre orientato in questa direzione alla ricerca di un’infanzia del teatro, a una domanda autentica e autocritica fondata sull’esperienza non artefatta. Non è un caso che non solo a teatro ma anche nei buoni e utili libri e film dei contemporanei italiani e stranieri, il tema dell’infanzia – e dell’adolescenza – sia sempre più un comune denominatore, un’urgenza pressante. Artisti e opere sembrano interrogarsi sul futuro tentando di rispondere alla domanda ultima, in un mondo ormai irrimediabilmente guastato da merci e profitto, che si faceva il filosofo Baudrillard prima di morire: “perché non è ancora scomparso tutto?”.

Forse questa è la grande opera d’arte dell’umanità: la compresenza dell’istinto di morte e di distruzione (dell’ambiente ad esempio) e dell’immaginazione di un futuro, in ogni nuova vita e nuova nascita. Il teatro salvato dai bambini è quello che propone una visione verticale e non schiacciata sull’orizzontalità della relazione come fa molto nuovo teatro alla ricerca di una nuova committenza sociale. Quel teatro che in sostanza e verità non è nient’altro che un gioco. Un teatro che possa davvero proporre il cambiamento e la crescita di tutti, non solo dei bambini.

 

Attenti alle nostre orecchie

Antonio Audino, Il sole 24 Ore, 29 settembre 2013

Una casetta nera, un’attrice, Chiara Lagani, nei panni di una maestra, e un piccolo gruppo di spettatori, tra i quali cominciano a emergere, non si capisce bene uscendo da dove, voci di bambini, chiamati per nome all’appello del mattino. È l’inizio di Giallo, ultima operazione della compagnia Fanny&Alexander, nota sulla scena della ricerca per ardue sperimentazioni visive di taglio concettuale. Il gruppo romagnolo capitanato da Luigi De Angelis e dalla stessa Lagani da qualche anno ha volto la sua attenzione alla componente sonora della creazione, costruendo situazioni come questa, definita, non a caso “radiodramma dal vivo”. E non c’è dubbio che la forza di questo lavoro derivi da quel manifestarsi incorporeo e imprevisto delle voci infantili, da quel sovrapporsi e mescolarsi di grida ed espressioni di sorpresa all’apparizione di una creatura mostruosa, capaci di restituirci in pieno smarrimenti, curiosità e paure della prima età della vita.
Il caso della compagnia romagnola non è isolato, e molta dell’innovazione scenica del nostro Paese negli ultimi tempi si è rivolta all’ambito auditivo, come se, a un certo punto, il desiderio di scandagliare forme percettive diverse non potesse non approdare alla sfera del suono, che forse è oggi una delle più interessanti da andare a riscoprire, poiché è quella con la quale abbiamo un rapporto più casuale e meno consapevole. Se infatti proprio la dimensione visiva è diventata quantomai invasiva, se tutti noi viviamo tra schermi che rimandano immagini in diretta o registrate, poi scambiate e moltiplicate con cellulari e dispositivi vari, l’ascolto, apparentemente, sembra non offrire la stessa completezza analitica e di racconto, declassato a identificazione di uno sfondo delle nostre azioni o a banale veicolo della comunicazione verbale. Questo è senza dubbio il punto di partenza che ha spinto molte formazioni, soprattutto giovani, ad andare a vedere cosa si nasconde, invece, in quella gamma infinita di variabili collocate tra il rumore e il suono.
Proprio intorno a questa idea si è mosso il festival Free Q che si è chiuso a Genova il 15 settembre scorso, realizzato con l’idea di non offrire prodotti sofisticati, ma di riattivare la concentrazione su quello che entra dalle nostre orecchie, facendoci dimenticare gli altri sensi, magari in una stanza al buio e con altra gente intorno a noi. Già perché all’attenzione per la costruzione virata unicamente verso i nostri padiglioni auricolari si unisce spesso la curiosità di rinnovare la dimensione dell’ascolto collettivo, come poteva accadere per la radio dei suoi esordi. Questa idea è del resto già entrata in alcuni importanti festival, come quello che si svolge in luglio a Santarcangelo, con proposte in pubblico di radiodrammi storici e recenti, per non dire di Mantica, che inizia il 18 ottobre al teatro Comandini di Cesena, dove il meglio della ricerca sonora internazionale si riunisce intorno all’ideatrice della manifestazione, Chiara Guidi, lei stessa impegnata da tempo in un corpo a corpo con la parola, messa poi a confronto con altre dimensioni spaziali e acustiche.
Certo, molto ha contato l’evoluzione tecnologica, visto che oggi grazie a un semplice computer chiunque può creare artifici sonori come prima si sarebbe potuto fare soltanto in un attrezzato studio di registrazione, ma è evidente che comincia ad affermarsi l’idea, cara ai primi teorici della radio, che la “virtualità” delle onde invisibili apre spazi di immaginazione davvero infiniti.

 

“Giallo”, archeologia dell’educazione sul piccolo schermo

Arianna Lodeserto, www.rubric.it, martedì 7 gennaio 2014

Chi ha detto che la televisione è diseducativa? Mamma, maestra e ingorda, sin dalle sue origini la tv ci ha insegnato e ripetuto la storia, la geografia, la scienza, la letteratura, ci ha insegnato a cantare, a imitare, a dibattere di politica, a litigare in tribunali posticci, a competere, ad azzuffarci, a ballare cicale e Cha Cha Cha, da soli o con i vips (fosse mai ci si presentasse l’occasione), a non accumulare materiale in casa, a mangiare cibo da strada, a cucinare caviale e rosso d’uovo, a invitare ospiti a cena, a eliminare quelli sgraditi, a dare i prezzi alle cose, a sopravvivere in un’isola deserta, a doverci chiedere se abbiamo talento, ci ha insegnato a piangere e ridere, ci ha insegnato ad essere italiani, a riconoscerci, ad “essere veri”, ci ha insegnato persino a perdere, lì come stoccafissi un po’ imbarazzati ma impavidi davanti a una ruota della fortuna.
È questa l’insolita prospettiva percorsa dai Fanny & Alexander per dispiegare deliri e contraddizioni della pedagogia spettacolar-popolare contemporanea nella loro ultima pièce: Discorso Giallo, ideata da Luigi de Angelis e Chiara Lagani con progetto sonoro di The Mad Stork.
L’archeologia, lapsus e salti nel buio compresi, di quanto e come la televisione voglia ancora formarci, insegnarci, convincerci, è costruita dai Fanny attraverso il meticoloso montaggio di alcune sue voci, riprodotte e incarnate da Chiara Lagani, in bilico nei panni di maestra e bambina, di maschera e annunciatrice. Un montaggio che non impone allo spettatore una riflessione obbligatoriamente polemica, una riflessione autoriale, monofonica, evocata dall’alto di una sola cattedra, appunto, ma decentrata, discontinua, volutamente instabile. Una riflessione in fieri, ovvero una costruzione che non dice tutto e non dice troppo ma rimette in circolo, dispone materiali di cui sta a noi, se vogliamo, ricomporre le fila, accettare la lezione o scomporla di nuovo.
I materiali scelti dalla Lagani sono perle rare del cinema come pure vecchie ossessioni della televisione italiana, a partire dal maestro elementare Alberto Manzi, che per tutti gli anni ’60 trasmetteva su Programma Nazionale (oggi Rai 1) “Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta”, sostenuta dal Ministero per la Pubblica Istruzione. Il programma servì a combattere l’analfabetismo, all’epoca particolarmente significativo, e a noi, ormai ignari della quotidianità di quel tempo, cresciuti in mezzo a un’overdose di apprendimento specializzato tra specialisti d’ogni tipo, appare anche, a tratti, commovente (fosse pure per quell’inguaribile e incauto desiderio di non crescere, di poter ancora, nonostante tutto, apprendere di nuovo, sederci e sperare che arriverà un discorso non ancora udito).
Appresa ormai ogni lettera dell’alfabeto, si è però immediatamente sentito il bisogno di grandi travestimenti, dei fremiti acuti e delle domande indiscrete di Sandra Milo in “Piccoli Fans” (andato in onda su Rai2 dall’83 all’89, il programma insegnava ai piccoli a cantare le canzoni dei grandi), fino a questi splendidi anni ’10, in cui siamo tutti “Amici”, ma non tutti saremo famosi, tanto vale allora diventarlo recitando al meglio proprio quell’ansia di notorietà che ogni artista deve indubbiamente patire, quell’inarrestabile volontà di esposizione al tele-giudizio di una voce impassibile, padrona e arbitro dei quindici minuti di terrore concessi per “farti conoscere” e spiegare perché proprio tu, e non lei, sei tanto brava.
In questo magma di rituali educativi s’infiltra soltanto un bambino, quel mitico Frank intervistato da Silvano Agosti che lui sì, saprebbe vivere di solo amore, se ne starebbe “tutto il giorno a giocare”, o a protestare contro la ricreazione cronometrata, contro quel tempo del piacere sottratto al tempo del lavoro “senza troppa precisione”, necessariamente esperito in quella gabbia scolastica in cui non è possibile urlare, scoprire, viaggiare nel mondo, e nemmeno reagire con prudenza alla malizia dei grandi, a quella di ogni interrogatore-intervistatore.
Discorso giallo è il secondo capitolo di una lunga genealogia dei discorsi dominanti della nostra era articolata in sei superfici cromatiche: Grigia è stata la politica dei discorsi alla Nazione, impersonata da un brillante Presidente Topolino (Marco Cavalcoli), ma seguiranno un discorso religioso, sindacale, giuridico e militare per completare il progetto “sulla forma discorso” che, scrive la compagnia, “indaga il rapporto tra singolo e comunità, tra individuo e gruppo sociale”.
I singoli, piccoli e testardi, emergono nel Radiodramma dal vivo che veste ancora di giallo. Un necessario pendant, un suggestivo alter ego abbinato al Discorso attualmente in tournée. In una piccola sala, una scenografia composta di maquettes e lampadine viene continuamente smontata e rimontata al ritmo di alcune voci di bambini intervistati dalla (presunta) nuova maestra Chiara Lagani. L’attrice fa di tutto per nascondersi tra la folla di voci invisibili, ’chè ognuno potrebbe essere il maestro nuovo, e forse, come nel gioco dell’assassino, non si può sapere per tempo chi ci sta educando, e chi lo sa non può e di certo non deve svelarlo a tutti.
Dà i brividi, al primo ascolto, quel susseguirsi di voci nel buio. Ci ricordano qualcosa che non sempre possiamo ricordare: come abbiamo appreso, quando ancora non sapevamo apprendere? Neppure siamo abituati a interrogare gli alunni sui metodi educativi cui vengono esposti, quei metodi così velocemente introiettati. Come punirebbe un bambino? Quanto è consapevole dei sistemi educativi cui prende parte, delle convenzioni linguistiche da lui stesso messe in atto? Il banco di prova è, ancora una volta, quel mostro sconosciuto, il primo e il più difficile da educare, quel gorilla portato in aula che “gesticola troppo, non sa stare fermo, non lo conosciamo”, non può pensare di apparire allo spettatore senza produrre spavento.

Fanny & Alexander e l’educazione: «Viviamo in una società bambina…»

Luca Manservisi, Ravenna & Dintorni, giovedì 4 dicembre 2014

Torna a Ravenna (dal 10 al 14 dicembre all’Ardis Hall) Giallo, sorta di versione da camera del Discorso giallo della compagnia Fanny & Alexander. Il “giallo” è stata la seconda tappa dei Discorsi (dopo il grigio, sul tema della retorica politica) e affronta lo spinoso tema dell’educazione. Unica interprete è Chiara Lagani che in Giallo mette a frutto gli esiti di lunghi laboratori condotti con i bambini delle scuole elementari di Parma e di Ravenna. L’abbiamo intervistata.
Perché affrontare il tema dell’educazione?
«L’educazione è uno dei sette ambiti umani che toccano i nostri discorsi ma è anche uno dei primi che abbiamo voluto trattare, subito dopo la politica. Forse perché è quello più strettamente legato, insieme alla politica appunto, all’idea e alla vita di una società. Non a caso tutte le volte che rifletti approfonditamente sulla scuola, o meglio sulla vita scolastica, ti appare subito l’immagine di una microstruttura sociale, molto ben definita. È come se passare dall’idea di educazione, di formazione, fosse necessario anche per dare una lettura corretta alla natura politica della vita della nostra società. Per capire meglio cosa volesse dire educazione, ho avuto la necessità di incontrare direttamente i bambini».
Quali bambini? E in che modo?
«Luigi (De Angelis, fondatore e autore dei Fanny insieme a Lagani, ndr) e io abbiamo individuato cinque o sei tipi di laboratori per bambini dai cinque ai dieci anni. Ho scelto quest’età perché, dovendo anche operare sul tema della tossicità del reale, del contemporaneo, ho pensato che questo fosse il tempo in cui si insedia per la prima volta il germe della tossicità nel bambino, in cui perdono un po’ della loro innocenza. In alcuni casi ti trovi di fronte proprio dei piccoli adulti. Ma è evidente la linea di confine: certi bambini sono poco prima di quel confine altri l’hanno già superato, gli ultimi sono in bilico sulla linea».
Come si è sviluppato il lavoro e quanti bambini sono stati coinvolti?
«Ogni modulo era un gioco teatrale pensato per loro e portava su di sé in modo differente come tema l’idea dell’educazione. Abbiamo coinvolto sei o sette classi, più un gruppo di una ventina di bimbi che i genitori portavano al pomeriggio nella nostra sede, Ardis Hall. Proporre un gioco era un modo per rivolgere loro una domanda molto seria sull’educazione».
Quali sono state le difficoltà maggiori? E le soddisfazioni? Cosa ti hanno insegnato i bambini?
«Qualcosa di inaspettato è davvero accaduto. Ho provato nei loro confronti di volta in volta stupore, paura, amore, soggezione, ammirazione, fastidio. E la cosa più forte è stata verificare che nel confronto diretto con la loro esperienza, il loro istinto, è molto difficile avere di noi stessi un’immagine che sia all’altezza del loro comportamento. Ogni gesto, ogni parola, molte risposte che si danno, certe intonazioni che ascoltavo nella mia voce ricadevano anche solo parzialmente ma irrimediabilmente in un cliché. La mamma, la chioccia, la maestra, l’animatrice. Difficile mantenersi puri al cospetto di un gruppo di bambini, delle loro interrogazioni, del loro dire le cose senza mezzi termini e perfino del loro ripetere, mostruosamente miniaturizzati, comportamenti adulti, ad esempio quelli dei genitori».
Come se ne esce?
«L’unica soluzione che ho trovato è stata quella del Personaggio, che io assumevo stringendo un contratto molto preciso e stretto con loro, attraverso il quale potevamo assieme sprofondare nello statuto del gioco. E così è avvenuto uno strano processo drammaturgico quasi involontario: tutte le letture che avevo fatto, le parole dei grandi classici della pedagogia si sono trasformate in mattoncini, tesserine che andavano a comporre e nutrire narrazioni diverse che proponevo ai bambini non per intrattenerli, ma per sapere da loro, alla fine, qual è il significato misterioso che si nasconde dietro all’educazione, cosa significa educare, cosa significa essere educati. Come si fa, e cos’è. Attraverso il teatro siamo riusciti a parlare di tutto questo».
Quale vuole essere il messaggio dello spettacolo rivolto in particolare a chi ha figli?
«Lo spettacolo è veramente un appello alla nostra parte bambina. C’è sempre questa parte che respira al fondo di noi e a volte ce la dimentichiamo. L’idea di partenza comunque era quella di lavorare sulla discrasia tra la parte adulta e la parte bambina che è in ognuno di noi. Come se in ognuno di noi ci fosse un bambino che non è riuscito mai fino in fondo ad essere bambino, come alcuni bambini che incontro, che in certi casi sembrano adulti prematuri, in una società che spesso rimuove l’infanzia, non le permette un suo spazio naturale e dunque non la comprende, non accoglie le sue istanze fornendole modelli che sono già irrimediabilmente adulti. Continuamente nei discorsi dei bambini che ho incontrato ci sono modelli adulti, quasi ad ogni frase che pronunciano c’è un adulto nascosto che parla attraverso di loro. E c’è qualcosa di paradossale in questo perché poi ci sono anche gli adulti incapaci di essere adulti. È una società bambina la nostra, incapace di crescere ma che al contempo ha rimosso l’infanzia come vera possibilità: e così i bambini non riescono ad essere bambini e gli adulti non sono ancora adulti. Credo che riguardare all’infanzia con attenzione rispetto e amore ci aiuti a riconciliarsi con una parte di noi: un genitore attraverso il figlio non rivede il mondo per una seconda volta, non impara forse i nomi le cose e i colori ancora una volta attraverso di lui? Questa è un’opportunità grandissima, no?».
Quali sono i prossimi progetti di Fanny&Alexander?
«Siamo al lavoro per Discorso verde che vede in scena Marco Cavalcoli. Sarà un lavoro su prodigalità e avarizia, sul rapporto col denaro e la sua mancanza, dal miracolo economico alla crisi globale. Debuttiamo quest’estate con due performance di avvicinamento al Discorso (il cui debutto è previsto per l’autunno prossimo, ndr), la prima “Scrooge” è un lavoro che parte dalla lezione sui soldi di Paperon de’ Paperoni ai nipotini, la seconda “Kriminal tango” è un omaggio a Fred Buscaglione. E poi in cantiere c’è un Flauto magico per cui curiamo regia, drammaturgia, costumi e allestimento su commissione del Teatro Comunale di Bologna: sarà un’opera in 3D, lavoriamo coi video-makers Zapruder, che debutterà il 16 maggio».

 

Giallo, un radiodramma dal vivo

Annamaria Corrado, Il Resto del Carlino, martedì 9 dicembre 2014

 

Giallo, un radiodramma dal vivo, si può definire una versione da camera parallela e tuttavia del tutto autonoma rispetto a Discorso Giallo. “Giallo” è un dialogo radiofonico, misterioso e fantasmatico tra una mutevole figura maestra e la sua classe invisibile. Anche questa creazione si colloca nell’ambito del percorso intrapreso da Fanny & Alexander negli ultimi anni. Nel quadro della ricerca sulle viarie forme dell’oratoria pubblica, a cui il ciclo è dedicato, il “giallo” è la seconda tappa (dopo il grigio, sul tema della retorica politica e affidato all’interpretazione di Marco Cavalcoli) e affronta lo spinoso tema dell’educazione.
Unica interprete è Chiara Lagani che in “Giallo” mette a frutto gli esiti di lunghi laboratori condotti con i bambini della scuole elementari di Parma e di Ravenna. Le voci infantili che fanno da colonna sonora a questo radiodramma sono in realtà la registrazione di brani raccolti durante il lavoro coi piccoli.
Chiara Lagani nello spettacolo è la maestra per eccellenza con cui ci si confronta da bambini, figura amara, temuta, interrogata, qui vista in un curioso “gioco dell’incontrario” nel quale anche senza fisicamente apparire, sono proprio i bambini i veri protagonisti, quelli che dettano le regole e stabiliscono il punto di vista. Particolarmente adatto a spazi non convenzionali, lo spettacolo si svolge attorno ad una grande pedana, con il pubblico raccolto su tre lati.
Sulla quarta linea si muove l’interprete, a reggere il gioco con gli spettatori che all’inizio della rappresentazione, come a scuola sono chiamati a rispondere all’appello in prima persona.

 

GIALLO – SHORT THEATRE 2013, MACRO TESTACCIO LA PELANDA (ROMA)

Rosy Brenca, saltinaria.it, 16 settembre 2016

Fanny & Alexander approdano a Short Theatre 8 con un radiodramma dal vivo. Uno spettacolo che è un chiaro attacco alla politica, ad ogni forma di razzismo, alla sottocultura e soprattutto all’istituzione scolastica odierna, che ha perso il suo ruolo fondamentale, cioè quello di educare alla diversità e a non temere l’altro. Il tutto visto dalla prospettiva di bambini di scuole elementari. La figura dei bambini, però, assume una duplice valenza: oltre a far vedere il mondo circostante attraverso la loro prospettiva, ha pure il compito di far riscoprire pian piano, agli spettatori, il bambino che è ancora in ognuno di loro, che pone nuovi interrogativi e di conseguenza esige nuove risposte e soluzioni.

Lo spettacolo ha inizio al buio. Gli spettatori – e la loro pazienza – vengono messi così a dura prova. L’oscurità della sala dura alcuni minuti, il tutto intensificato dall’ascolto di voci registrate, provenienti da vari angoli della sala. All’improvviso una fioca luce s’accende, illuminando un tavolino con sopra un plastico nero: è una scuola e le voci registrate che avvolgono lo spettatore sono di bambini. Le frasi da loro pronunciate sono sempre le stesse, creando – in tal modo – una sensazione di spaesamento, di confusione, di ansia – anche se piacevole – poiché sono frasi dolci e innocenti.
Dopo pochi minuti entra in scena l’unico personaggio del dramma: è una maestra, vestita come un’istitutrice tedesca d’altri tempi. Fa l’appello dei nomi, si presenta e comincia a dialogare con la classe. Racconta ai bimbi una storia che ha come protagonista una strana creatura – che, in seguito, scopriremo essere un gorilla nero – e della difficoltà che ha nel comunicare con lui. Per rimediare a tale problema chiede aiuto proprio ai bambini, i quali inizialmente sono abbastanza impauriti dalla visione della creatura: scappano, strillano, qualcuno piange e sono tutti molto diffidenti.
Sono spaventati perché la creatura è diversa da loro ma scopriranno pian piano che con l’amore, con lo scambio reciproco, con l’affetto e soprattutto con l’insegnamento, riusciranno ad interagire con lui pur parlando linguaggi differenti. In seguito l’attrice indossa una maschera che riproduce il volto di Maria Montessori: la maestra per eccellenza, colei che rivoluzionò il metodo d’ insegnamento nell’Italia primo novecentesca. Attraverso il volto della Montessori l’attrice tenta di spiegare ai bambini il concetto di storia e di insegnamento. Mentre pronuncia il suo discorso, il plastico che riproduce la scuola si frantuma, riconducendo metaforicamente alla disgregazione del sistema scolastico italiano degli ultimi decenni.
Dopo il disfacimento del plastico avviene, però, la costruzione di una città ideale fatta di belle case circondate da alberi e parchi. In sottofondo le voci dei bambini che descrivono il mondo che vorrebbero e nel quale gli piacerebbe vivere. Un mondo ideale che non corrisponde affatto a quello che gli è stato lasciato in eredità: invivibile, ignorante e razzista, un mondo non bello da regalare alle nuove generazioni, a quelle dolci e candide voci.