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DISCORSO GRIGIO
RASSEGNA STAMPA

Maria Grazia Gregori, Il discorso del presidente
Anna Bandettini, La retorica del discorso pubblico trasforma l’attore in un pupazzo
Renzo Francabandera, Discorso Grigio: il volto del potere secondo Fanny & Alexander
Michele Dantini, Fanny & Alexander. Una conversazione su Discorso Grigio
Maria Grazia Gregori, La grigia politica secondo Fanny & Alexander
Laura Capasso, Due monologhi sul potere
Claudia Cannella, Fanny & Alexander, doppia riflessione sul potere
Sara Chiappori, Il discorso del presidente. Trucchi e inganni della retorica politica
Alessandro Fogli, Politica, melma di parole indistinte
Renato Palazzi, Discorso double face
Massimo Marino, Il discorso grigio della politica
Franco Cordelli, Quando il teatro politico fa rimpiangere anche Crozza

 

Il discorso del presidente

Maria Grazia Gregori, l’Unità, 6 luglio 2012

 

All’interno del Festival estivo “Da vicino nessuno è normale”, per Milano un appuntamento importante, che si svolge nel teatro dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, ha debuttato il nuovo, interessante progetto del gruppo ravennate Fanny&Alexander Discorso, ideato da Luigi De Angelis e Chiara Lagani. Un progetto a puntate che avrà sei interpreti diversi da Marco Cavalcoli a Chiara Lagani, da Lorenzo Gleijeses a Francesca Mazza, da Fabrizio Gifuni a Sonia Bergamasco. Un viaggio quasi romanzesco che si concluderà nel 2014, dedicato alla parola e più specificamente al discorso in tutte le sue forme: politico, pedagogico, religioso, sindacale, giuridico, militare per affrontare il potere fascinoso eppure spesso così simile a quella melassa mortuaria che avvolge tutte le cose, costruito sulla retorica delle frasi fatte, di una comunicazione uni direzionale se non fasulla. Un colore per ogni ambito del grigio al rosso, simbolicamente riempirà, di volta in volta, tutta la scena, peraltro quasi vuota.

La prima tappa si intitola Discorso Grigio e riguarda la politica, il modo di parlare della politica e le sue rotture che passano per “novità” e invece sono solo populismo. Una parola che coinvolge tutto e tutti in una babele di suoni, apparentemente senza senso. In questo Discorso Grigio in cui è protagonista un funambolico Marco Cavalcoli, tutto è grigio: la scena che sembra una camera oscura, l’abito con camicia bianca e cravatta che indossa lui, il protagonista assoluto, il Presidente che sta per fare un importante discorso. Il Presidente assomiglia a un attore che in camerino fa il suo training di preparazione e di riscaldamento per una prova fisica ed emotiva che si intuisce importante: scatti, movimenti spezzati, suoni lancinanti che provengono da chissà dove, quasi un balletto astratto mentre da fuori entrano folate di voci, immediatamente riconoscibili. Voci del nostro oggi e del nostro ieri. Queste voci costellano la preparazione continuamente interrotta di questa specie di Charlot dei tempi moderni. Perché il Presidente è una maschera, anzi la Maschera. 

Eccolo qui a raccontarci la sua “discesa in campo” e mentre parla la sua voce cambia; e Berlusconi ma anche Bossi, Bersani, La Russa, Casini, Bertinotti, Napolitano, Grillo in un impossibile dialogo con Monti… e c’è il passato che torna con la voce di Berlinguer e più lontana quella di Churchill. Parole vere, da discorsi veri, per un inquietante scenario. 

L’attore è attraversato da queste voci, è maschera e megafono di tutte queste voci, le “incarna” tutte in un delirio sonoro e fisico: un microfono a piede gli è sufficiente. Perché questo è lo spazio della parola che si interroga sul senso della sua appartenenza, sulla sua possibilità di essere condivisa, vissuta. Di diventare pubblica, insomma, pericolosamente forma di potere se è solo una fascinazione, se non è condivisa. In realtà – ci mostra l’interprete – il potere è solo, ridotto quasi all’afasia, un illusionista in guanti bianchi che riesce ancora a catturare l’uditorio. Ma ecco che un clown dalle grandi manone gialle di gomma che ruotano vorticosamente ad appoggiare un discorso fintamente popolare da comico second life dove tutto è falso, esagerato. Un mondo di pupari per un uomo solo dalla grande testa di cartone rubata a qualche carnevale che ha le fattezze di un po’ sfatte di Berlusconi… L’attore si toglie il mascherone, improvvisamente tace, ci guarda in silenzio. Buio. Ma ecco che torniamo all’inizio, a quell’attesa per l’importante discorso che verrà, fatto però da un uomo che non c’è, non esiste: lascio tutti i miei beni allo Stato, dice. Fra finzione e realtà, inquietante.

 

La retorica del discorso pubblico trasforma l’attore in un pupazzo

Anna Bandettini, La Repubblica, 8 luglio 2012

 

Il “Presidente” è solo, dietro a un microfono, pronto per il suo discorso alla Nazione, all’Italia. Parla e noi “platea” riconosciamo toni, enfasi, perfino voci della nostra memoria politica: Berlusconi, Bersani, Monti, Napolitano, Di Pietro… E parole, parole prese dai giornali, brani della loro propaganda: “L’Italia è il paese che amo”, “Fermare la spirale dell’odio”… E’ la routine retorica, autistica e ripetitiva, della politica che conosciamo dai tg di ieri e di oggi ma che qui va al di là dell’attualità per diventare un incubo sonoro, pronto a ricominciarla da capo. Discorso Grigio è la nuova tappa di un progetto di Chiara Lagani e Luigi De Angelis dei Fanny & Alexander sulle forme retoriche del discorso pubblico. L’impressione è straordinaria: l’attore Marco Cavalcoli non fa parodia, ma costruisce un delicatissimo lavoro di contrappunti gestuali (diventando via via un attore pupazzo). Il suo pieno di parole alla fine esibisce solo il vuoto di senso. Che è anche il nostro.

 

Discorso grigio: il volto del potere secondo Fanny & Alexander

Renzo Francabandera, klpteatro.it, 18 luglio 2012

 

A volte le sensazioni del tempo vicino ad uno spettacolo devono avere lo spazio di posarsi e di mischiarsi con il tempo proprio, fuori dalla sala. Molte volte, dopo aver scritto una recensione, qualche giorno dopo mi accorgo che l’entusiasmo del primo momento lascia spazio al tiepido dissolversi del ricordo, mentre altre lo spettacolo si rafforza e consolida la sua presenza nella mente.
Soprattutto con i lavori di Fanny & Alexander, da qualche tempo mi regalo una pausa per pensarci, cerco di non farmi prendere dall’emozione fredda del contingente. Perché i lavori del gruppo di Ravenna sono sempre spianata di metallo, a volte lucida, altre grezza, ma sempre di intonazione gelida, in un ambiente di luce che in questi anni è cambiato assai poco, una penombra che sa di inconscio, che cerca di portare lo spettatore a superare il canone del contingente per rielaborarne immagini e codici in forma di espressionismo astratto, di gesto scenico guidato da istinti esterni al palcoscenico, in un’eterodirezione, uno stimolo che si origina spesso fuori dal perimetro agito dall’attore.
“Discorso Grigio”, che ha debuttato a Milano nel corso della rassegna Da vicino nessuno è normale (che prosegue ancora fino al 28 luglio) presso il Teatro LaCucina al Paolo Pini, è l’ultimo esito in ordine di tempo di Fanny & Alexander, ma in realtà il primo atto di un lavoro molto centrato sulla parte vocale soprattutto, ma anche sulla semantica e sull’arte retorica.
Nato come radiodramma, dopo il debutto a novembre su Radio3 per il ciclo “Tutto esaurito” curato da Rodolfo Sacchettini, attraverso la voce (e ora anche il corpo) di un convincente Marco Cavalcoli, enuclea una riflessione sulla parola pubblica.
Si tratta, come detto, di un primo momento di una ricerca sul discorso che Luigi De Angelis e Chiara Lagani concluderanno nell’arco di un biennio, partendo dal discorso politico per poi passare a quello pedagogico, religioso, sindacale, giuridico e militare, con attori diversi che, di volta in volta, daranno corpo a questa emissione di parole il cui senso invece che addensarsi pare via via perdersi. 
Il primo atto è stato appunto affidato a Cavalcoli, mentre i prossimi vedranno in scena Chiara Lagani, Lorenzo Gleijeses, Francesca Mazza, Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco.
Ogni discorso avrà un colore. Quello politico è grigio. Come il doppiopetto del deputato. 
Si tratta del discorso all’Italia di un neopresidente (dell’Amore del Partito Pulito); la voce è un melange delle voci degli uomini politici del nostro tempo, un blob di frasi, spezzoni, gesti, mani che indicano, pernacchie, calci: un bestiario di cecità, i cui interpreti si tengono l’un l’altro e tutti contribuiscono a portare la carovana fuori strada. 
Soccorre a questo proposito il sempre vivo ricordo della bellissima opera di Pieter Bruegel il Vecchio, ricca di allegorie, la “Parabola dei ciechi”, un quadro del 1568 conservato a Napoli, al Museo di Capodimonte.
Cavalcoli indossa una cuffia, quasi che ascolti e ripeta frammenti, con una capacità di imitazione, di replica, impressionante. Ovviamente non sappiamo cosa l’attore ascolti, ma i recenti esperimenti della compagnia sull’eterodirezione, sulla ripetizione del gesto fino a farne perdere il significato letterale per indurne uno allegorico, lasciano immaginare che quello che accade sul palco sia solo una parte, una frazione di un insieme che si completa anche fuori, nella cabina di regia e attraverso le cuffie, e in un’ulteriore parte, come è giusto, nella mente del pubblico.
A noi sta particolarmente a cuore quest’ultima, perché la riteniamo essenziale alla maturità dell’opera d’arte stessa, alla sua capacità di farsi atemporale. E’ questo il motivo per il quale molto avevamo amato la drammaturgia di “West” appoggiata al corpo fragile e traballante di Francesca Mazza, e meno l’esperimento “TEL” portato in scena l’anno scorso nel periodo estivo, e visto durante la rassegna romana Short Formats. In “West” il gioco che avveniva fuori dal palcoscenico era poco chiaro, se non comunicato era inimmaginabile, ma il rimando era una sensazione compiuta, che il pubblico leggeva e interpretava in autonomia, in forma a suo modo completa e coerente. 
Questo non avveniva in “TEL”, dove il pubblico partecipava compiutamente dell’esperimento di etero direzione, ma questo esercizio di stile non contemplava un percorso drammaturgico che trovasse completamento nell’essenziale ruolo dello spettatore, chiudendosi in un ermetismo faticoso.
E’ quindi positivo vedere come “Discorso Grigio”, che per molti punti di vista è forse più figlio di “TEL” che di “West”, anche e soprattutto per tutto quanto pertiene il movimento e la presenza scenica di Cavalcoli, sia invece un lavoro che propone alcuni sviluppi e si ponga come primo di una serie di atti sulla retorica certamente interessanti. Durante lo spettacolo l’uomo pubblico, il suo ripetere, il suo meccanico prendere parte allo show, si indirizza nella direzione della burattinizzazione dell’homo politicus.
Dieci giorni fa, in occasione del debutto del lavoro, che si conclude con l’epifania di una enorme maschera dal sembiante berlusconiano, ammetto di aver pensato fra me e me: “Beh, in fondo questa parte su Berlusconi e sul berlusconismo l’abbiamo alle spalle, forse andrebbe rivista”. 
Invece, come tutte le vere, grandi incarnazioni del potere, metonimie del concetto assoluto, gli Andreotti come i Berlusconi non muoiono mai. E spesso resuscitano. Al più restano imbalsamati. Ma resistono ad ogni tempo, ad ogni transeunte dell’umano. Dopo un po’ non sai nemmeno più se sono vivi o morti, ed hai il sospetto che ti sopravviveranno comunque.
Lo spettacolo dunque è un buon punto di partenza per la riflessione sul discorso. Resta come sempre per F&A amabilmente e detestabilmente freddo, ma Cavalcoli sa portare lo spettatore verso una lettura non banale dell’atto teatrale, e la parola, il gesto, il rimando, contribuiscono ad un approccio al tema della retorica che speriamo possa continuare intenso e anche diverso. In fondo il discorso politico è fra quelli a cui siamo mediaticamente più abituati, mentre l’indagine semantica sugli altri ambiti che nei prossimi mesi verranno indagati, lascia ancor più curiosità. Perché immaginiamo che queste parole, anche queste parole, a cui di volta in volta ci aggrappiamo cercando salvezza, in fondo non siano altro che un branco di metaforici ciechi bruegeliani che ci condurrano dritti in qualche fosso.
E questa è, ci sembra, tacita e disperante consapevolezza del nostro tempo, un tempo che aspetta con inerme rassegnazione la catastrofe, come il coniglio chiuso nella sua tana con il serpente fuori a fargli la posta. 
Un asteroide, almeno, sarebbe più risolutivo, e avrebbe l’immanenza ingiustificata e imprevedibile del deus ex machina; che, però, avrebbe certamente (lui, il deus) più il sembiante di un grigio Andreotti col dito indice proteso ad indicarci un inferno della ragione, che l’immaginifica, tentacolare e informe elasticità del Bosone di Higgs. Che poveri illusi gli ottimisti!

 

Fanny & Alexander. Una conversazione su Discorso Grigio

Michele Dantini, doppiozero.com, 16 luglio 2012

 

Michele Dantini: Subito sulla cosa. Discorso alla nazione mi colpisce per il cambio di archivio e di repertorio. Niente più testi letterari paradigmatici ma una differente testualità: quella del discorso politico. È un mutamento di interessi drastico e sospinto (posso immaginare) da un’esigenza in qualche modo impellente. Confrontarsi con la lingua al suo livello miserabile, di estrema servitù o distorsione: dove l’enunciazione non ha più intimità con alcunché di integro né di vivente, ma produce opacità, ottundimento, tedio attraverso l’inesorabile ripetizione. È sviamento, Maschera. Ricordo la conferenza stampa di Silvio B. a Cannes, nei primi giorni del novembre 2011. Eravamo vicini al collasso finanziario, ma l’uomo affermava: l’Italia è ricca, le sale dei ristoranti sono piene, così come i voli aerei. Forse abbiamo conosciuto da vicino, particolarmente in Italia, quello che Conrad definiva l’“orrore”. Ricorderemo un’intera epoca come retta da incuria, avidità, vanagloria. Per contro, adesso che quell’epoca possiamo augurarci si sia allontanata, nasce un desiderio feroce: di impedirne il ritorno, di produrre anamnesi, di esplorare le condizioni di aderenza della lingua, lo smalto della lingua, il genio della lingua intesa proprio come “comune”: forse il primo, l’originario… E in modo preliminare: di conoscere una volta per sempre e trafiggere la Maschera. Nasce così l’esplorazione Fanny & Alexander del discorso politico, l’“etnografia” del discorso politico?

Chiara Lagani: È vero, questo lavoro ci ha posto questioni del tutto nuove. È la prima volta, infatti, che affrontiamo in maniera così diretta un tema legato a quella che comunemente viene chiamata “attualità”; ed è la prima volta anche che partiamo non da un nucleo archetipico, che per lo più affonda i suoi tentacoli in un mito o in un’opera letteraria come tu dici, ma da un nodo che prima ancora che politico (anche se la politica è il suo ambito) definirei culturale, linguistico. Il testo di Alla nazione (il radiodramma) prima, di Discorso alla nazione poi e infine di Discorso grigio (questa è la stratigrafia del progetto) è interamente basato su materiali tratti da interventi pubblici di politici, e nella gran parte dei casi si tratta di interventi televisivi, perfino di fuori onda, oppure di discorsi ufficiali sempre diffusi attraverso i media, cosa che ormai avviene massicciamente. Si tratta di una materia, come dici, spesso opaca, a volte brutale, greve, spesso volutamente giocata in una sorta di spazio intermedio tra la retorica ufficiale e l’apostrofe familiare. La cosa più impressionante però è il senso di vuoto evocato dal reiterarsi di formule, stilemi, frasari che si appoggiano l’uno sull’altro e scatenano spesso un senso di sconcertante apnea, quasi tossica in chi ascolta, che a poco a poco spinge addirittura alla necessaria distrazione da quella grana ottusa di tedio, come giustamente la definisci. Quando abbiamo iniziato a comporre il testo anche per noi quest’operazione costituiva una vera e propria scommessa. L’idea era quella di fare attraversare un attore, Marco Cavalcoli appunto, da mille voci tratte dal mondo della politica contemporanea che entrando nel suo corpo potessero esserne fatte fuoriuscire una dopo l’altra. Volevamo comporre cioè un testo a partire da frammenti di discorsi reali, non tanto a costruire un blob però, ma un vero e proprio discorso, immaginario ma coerente. Immaginario perché questo discorso, per quanto composto da frammenti reali, non è mai stato pronunciato nella realtà, coerente proprio perché doveva assolutamente avere la struttura di un discorso compiuto, in tutte le sue parti. E non era scontato riuscirci. Ma sorprendentemente la composizione è stata più semplice del previsto. Non tanto nel procedimento: ore e ore di ascolto di materiali anche intossicanti, a volte dolorosi perché l’accumulo di tutte le atrocità che ci siamo fatti dire negli ultimi vent’anni è davvero opprimente. Piuttosto nel risultato: le frasi dei politici dell’era berlusconiana per intenderci si agglomeravano tra loro a dispetto del colore e del differente orientamento di contenuto come un puzzle che componeva a poco a poco una sorta di figura arcana e misteriosa, forse proprio quella che tu definisci la Maschera. La Maschera, oltre che essere una sorta di convitato di pietra onnipresente sullo sfondo perenne su cui si componeva la traccia del discorso, a suo modo, come una sorta di testa di Medusa congelava gli spettatori in un inquietate speciale rispecchiamento. Come a dire che al di là della patinatura retorica, minimo comun denominatore di un linguaggio zeppo di ricorrenze e cliché (il politichese), il dato culturale profondo, l’abisso linguistico in cui questo flusso di parole grigie ci sprofonda è ormai parte di noi, ci ha intrisi a tal punto che in una forma subdola, midollare ha messo radici profonde in una parte importante del nostro immaginario. E in questo senso forse ci è ancora possibile produrre un’anamnesi, ma è davvero possibile affermare o anche solo sperare di essere veramente e totalmente fuori da quell’epoca? È possibile davvero ripulirsi senza riconoscere che tutto questo fa ormai parte di noi?
Non so nemmeno se potrei definire questo lavoro un cambiamento drastico di orientamento o interesse per Fanny & Alexander: questo discorso fa parte di un progetto dedicato al rapporto tra individuo e comunità declinato attraverso certe forme di discorso pubblico. L’idea originaria, il primo germe, risale a un momento speciale della lavorazione di T.E.L. il nostro spettacolo dedicato a Thomas Edward Lawrence (2011) che finiva anch’esso con un discorso politico (utopico e disperato) e forse ancor prima, come desiderio quasi inconsapevole, ai tempi di Him (2007), parte del progetto Oz. In Him sempre Cavalcoli era attraversato e “parlato” dalla colonna sonora del film di Fleming, e il suo onnicomprensivo voraginoso doppiaggio aveva il volto ambiguo e terribile dell’opera di Cattelan, l’Hitler inginocchiato. A ben guardare, credo, nel percorso di un artista le cose, anche le più lontane sono collegate, per vie dirette o invisibili, perché le opere sono sempre solo punte di un iceberg consistente, sprofondato nei recessi di una vita intera di ossessioni e di pensiero in continua evoluzione.

MD: Forse potremmo persino giungere a affermare che Discorso alla nazione è una tragedia, sia pure in senso molto particolare, del tutto al di fuori della tradizione del dramma psicologico. È la tragedia della lingua: spinge il pubblico dapprima a provare orrore, poi a rammemorare nei pressi di una purificazione dei processi linguistici e tout court esperienziali. Il momento in cui l’attore in scena, il Presidente, concede finalmente al silenzio non equivale forse a una catarsi? Dall’affabulazione schizoide sospinta da coazione al dominio al silenzio. Marco è molto bravo a “tenere” il silenzio: per lungo tempo. Silenzio. Anche il corpo, nella circostanza, accenna a comporsi in movimenti controllati, non più agiti dalla scissione. L’”azione” intesa in senso tradizionale non c’è proprio: ma una vicissitudine formidabile si installa dentro la parola. È questa, almeno mi pare, la prospettiva drammaturgica recente…

CL: Questa domanda mi offre l’occasione per riflettere sullo spazio particolare che nello spettacolo la tessitura linguistica del discorso crea. È molto bello che tu definisca tragedia, sia pure in senso particolare, quest’opera. Penso che, soprattutto nella forma finale, che tu non hai ancora visto, Discorso grigio, sia proprio così. O meglio: è quasi una tragedia, perché sfiora la catarsi, senza realizzarla davvero forse. Certo è che il linguaggio disegna lo spazio del dramma, e anche lo spazio della narrazione. Nell’ultima versione del lavoro c’è tutta una parte in cui compaiono nuovi personaggi (il fantasma di Grillo ad esempio) che pongono nuovi problemi retorici, ed è proprio nella (de)generazione di altri colori linguistici che la narrazione si inscrive, come effetto di secondo livello. E la narrazione ha a che fare col presente, con quello che capita via via ogni giorno, con quell’attuale che ci fa percepire come già passata ogni cosa prima che sia avvenuta. È come dire che la storia dello spettacolo (aggrappata alla Storia) si può sviluppare solo attraverso dentro un recinto preciso, quello del discorso, e che la degenerazione di un determinato tipo di linguaggio è come il respiro mutevole di un animale vivente (e forse moribondo) la cui evoluzione e metamorfosi riflette in qualche modo, raccontandola, quella degli eventi degli ultimi vent’anni (e anche prima) del nostro paese.
L’articolazione fondamentale delle situazioni retoriche dello spettacolo si distingue in situazioni di palcoscenico e situazioni di retroscena. Lo spettacolo inizia in un backstage: l’attore/politico prova il suo discorso. Il palcoscenico è la situazione in cui la gestione delle espressioni è massima, mentre il retroscena è il luogo in cui invece si può, teoricamente, allentare il controllo. La situazione di palcoscenico è, per intenderci, il comizio, l’intervista televisiva o l’intervento oratorio in un congresso, insomma quando il politico è in presenza del pubblico o sotto le telecamere e quindi al cospetto del pubblico (nell’immaginazione il pubblico di una piazza, o televisivo, nella realtà noi spettatori); la situazione di retroscena è ben esemplificata dal politico che, dietro le quinte e nascosto al pubblico è in attesa che arrivi il momento dell’inizio della trasmissione televisiva o del comizio, e si lascia andare a prove, gesti di riscaldamento, di auto incitamento, magari a gaffes o allusioni inopportune riferite a chi condivide con lui quell’attesa. Nello spettacolo la situazione di base che alterna momenti di retroscena a momenti di esposizione pubblica, che sono vere e proprie mandorle-emblema di momenti da palcoscenico, viene complicata da due fattori: il primo è l’essere attraversato da parte di uno stesso individuo, l’attore che fa la parte del futuro presidente della nazione, da tante voci, gesti e affermazioni di personaggi politici presenti e passati ben riconoscibili, in un crescendo sempre più fuori controllo; il secondo è che il momento di retroscena, che nel vuoto di uno spazio teatrale spoglio e scarno (in scena vi sono solo microfoni e aste microfoniche) può assumere anche la caratteristica di uno spazio interiore e psichico, si confonde irrimediabilmente con lo spazio del palcoscenico, perché il contratto base è viziato alla sua origine dalla presenza di un pubblico di spettatori (noi che guardiamo) che non può mai essere eluso. Nella seconda parte dello spettacolo, l’avvento di Grillo e della sua retorica istrionica violano apertamente e traumaticamente la distinzione tra palcoscenico e retroscena, o tra pubblico e privato, funzionale alla rappresentazione dei ruoli e delle identità larvali, ma pur sempre riconoscibili, della sfera politica evocata. Tant’è che il personaggio/incarnazione/Grillo è incompatibile con le molte figure incarnate contemporaneamente da Cavalcoli prima, disegna un exploit più solitario o al massimo si alterna in duetto con la voce di Monti, ad un certo punto. Questa specie di nuova via comunicativa (per certi versi e in altro modo già anche praticata da Berlusconi in verità) crea uno spazio intermedio in cui è assolutamente impossibile distinguere la retorica dalla persuasione, la finzione dalla realtà, il vero e il falso. È forse per questo che il lavoro termina con un’immagine molto forte, tratta proprio da uno show di Grillo, tutta dedicata al mondo virtuale di second life, su cui si innesta, trasfigurata in una sorta di setting da “vita dopo la morte”, la memoria storica, coi suoi fantasmi, quelli vicini e quelli lontani. È a questo punto che il discorso si sfalda e diventa puro gorgo, fino a sprofondare nel silenzio finale. Ma è il silenzio che è forse la chiave di tutto. Perché è una sorta di fuoriuscita dalla Maschera, di ritorno all’umano. E di apostrofe dell’attore al pubblico in un rapporto diretto che sospende tutti i livelli e gli spazi retorici costruiti fin qui: per la prima volta, inequivocabilmente, ci si rivolge alla comunità raccolta nel teatro a condividere quel gesto teatrale e lo si fa senza parole, con un lungo sguardo imbarazzante ma pieno di questioni che ricostruiscono uno spazio finalmente concreto, l’hic et nunc che si insedia nelle pieghe del mistero della scena, e da cui forse possiamo ripartire per pronunciare di nuovo quella parola in via di estinzione, comunità.

MD: Una domanda giornalistica piana. Ho riconosciuto frammenti di discorso di Silvio B., Tremonti, Sacconi, Bossi, Bersani, Casini, Di Pietro, Monti. Manca sicuramente qualcuno…

CL: Ci sono anche Vendola, Bertinotti, Castelli, La Russa, la Bindi, la Bonino…

MD: L’archivio da cui Discorso alla nazione attinge è la cronaca politica. Lo sciocchezzaio dei talk show televisivi. I discorsi governativi e parlamentari. L’attore si spinge talvolta sino all’imitazione satirica e burlesca, ad esempio con cambi della voce (la raucedine di Bossi) e l’adozione di tic o vezzi linguistici caratterizzanti (è il caso di Tremonti, riconoscibilissimo). Sotto questo profilo lo spettacolo lambisce la satira televisiva: Maurizio Crozza, Corrado e Sabrina Guzzanti, etc. Ma il carattere profondo del testo non è comico né implicato definitivamente con l’attualità, al contrario. Definirei Discorso alla nazione uno spettacolo civile solo a patto di considerarlo prima (come dire?) metafisico…
 
È molto importante per noi che non si precipiti nel puro livello dell’imitazione ma che, appunto come dici, si arrivi solo a lambirla. Anche nei momenti più espliciti, quelli in cui si chiede al pubblico di giocare al gioco della riconoscibilità, l’attore realizza sempre una sorta di morphing delle voci, perché l’idea chiave è proprio quella di un personaggio/Maschera che assume camaleonticamente e inavvertitamente i tratti di Berlusconi e degli altri politici, ma mai per arrivare a una forma di parodia bensì ad una sorta di anamorfosi continua e mostruosa che riflette un fatto psichico collettivo profondo. È proprio se si riesce a toccare questa natura, sì, davvero metafisica, perché né di archetipo, né di figura ma di pura essenza del personaggio di Discorso grigio che lo spettacolo si compie e può esser definito, come dici, “civile”. Civile nel senso di riferito a un pubblico non più solo di spettatori, ma di cittadini. L’epilogo dello spettacolo, il vero e unico discorso (incompiuto) che qui è pronunciato in fondo, è proprio pronunciato da Cavalcoli a voce nuda, e cioè priva di possessioni camaleontiche, la sua voce che si rivolge ai cittadini e alle cittadine che ha di fronte, e quel testo, quel brevissimo testo che pronuncia è significativamente il solo frammento di testo letterario del lavoro, tratto da un “Discorso inaugurale” immaginato e scritto per Paese Sera da Gianni Rodari nel 1960.

MD: Che cosa sarà il Discorso grigio? Perché grigio?

CL: Grigio è il colore della mescolanza perfetta di ciò che è bianco e ciò che è nero. È la differenza indifferenziata. Se il Discorso fosse un soffio, una temperatura, una bestia o un sentimento sarebbe grigio, appunto, ché, come recita il dizionario delle etimologie, è “scuro con alcuna mescolanza di bianco. Per lo più si dice di pelo o di penne”…

 

La grigia politica secondo Fanny & Alexander

Maria Grazia Gregori, myword.it, 7 luglio 2012

 

Da vicino nessuno è normale,  festival dei nuovi linguaggi e dei  sorprendenti incontri, organizzato da Olinda all’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, si è da tempo accreditato come una manifestazione di qualità, punta di diamante di una stagione estiva milanese da molti anni quasi insignificante. Qui abbiamo visto la prima puntata del nuovo progetto di Fanny & Alexander,  una delle realtà più interessanti del nostro teatro di ricerca. Nati come autori di un teatro concettuale  figurativo e performativo, ormai da tempo i componenti del gruppo ravennate si son incontrati, ma forse dovrei dire scontrati, con la parola, avvicinata all’interno di progetti romanzeschi, di viaggi che hanno al centro personaggi dalle  lunghe storie, dai lunghi percorsi.
Il nuovo progetto di Luigi De Angelis e Chiara Lagani che si concluderà nel 2014, è dedicato al discorso  colto in sei momenti emblematici e potremmo dire “rituali”: dal politico al pedagogico, dal religioso al sindacale, dal giuridico al militare e sarà interpretato da sei attori diversi: Marco Cavalcoli, Chiara Lagani, Lorenzo Gleijeses, Francesca Mazza, Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco. Un’idea che nasce dal desiderio mettersi in relazione, di affrontare il potere fascinoso di un modo di essere e di rapportarsi all’altro costruito sulla retorica delle frasi fatte, di una comunicazione unidirezionale quando non fasulla. Ogni episodio avrà simbolicamente il suo colore, dal grigio al rosso, che coinvolgerà non solo la scena ma anche la presenza stessa dell’attore.
La prima tappa – Discorso grigio –  riguarda la politica, il modo di parlare della politica e le sue rotture che passano per “novità” e invece sono solo populismo. Una parola che coinvolge tutto e tutti in una babele di suoni, apparentemente senza senso. In questo “Discorso grigio” di cui è protagonista un funambolico, bravissimo Marco Cavalcoli, tutto è grigio: la scena  che sembra una camera oscura, l’abito con camicia bianca e cravatta che indossa lui, il protagonista assoluto, il Presidente che sta per  fare o vorrebbe fare un importante discorso. Il Presidente assomiglia a un attore che in camerino fa il suo training di preparazione e di riscaldamento per una prova fisica ed emotiva che si intuisce importante: scatti, movimenti spezzati, suoni lancinanti che provengono da chissà dove, quasi un balletto astratto mentre da fuori arrivano folate di voci, immediatamente riconoscibili. Voci del nostro oggi e del nostro ieri. Queste voci costellano la preparazione continuamente interrotta del Presidente, quel suo essere uno nessuno e centomila: è una maschera, anzi la Maschera. Eccolo è qui a raccontarci la sua “discesa in campo” e mentre parla la sua voce cambia: è Berlusconi, ma anche Bossi, Bersani, La Russa, Casini, Bertinotti, Napolitano, Grillo in un impossibile dialogo con Monti… E c’è il passato che torna con la voce di Berlinguer e più lontana quella di Churchill. Parole vere, da discorsi veri, per un inquietante scenario.
L’attore è attraversato  da queste voci, è l’emittente di queste voci, è il corpo attraverso il quale le parlate, il gergo politico si incarnano e si trasmettono in una performance che è come un delirio di suoni, gesti, parole, amplificati da un microfono a piede. Perché questo è lo spazio della parola che si interroga sul senso della sua appartenenza, sulla sua possibilità di essere condivisa, vissuta. Di diventare pubblica, insomma,  pericolosamente forma di potere se è solo una fascinazione, se non è condivisa. Ma il re è nudo: il Presidente è solo,  quasi afasico con i suoi guanti bianchi da illusionista, ma riesce ancora ad affascinare la platea. Ecco però apparire un clown dalle  grandi manone gialle di gomma che ruotano vorticosamente ad appoggiare un discorso fintamente popolare da comico second life dove tutto sembra vero ma tutto è falso, esagerato.  Un mondo di pupari e un uomo solo dalla grande testa di cartone che ricorda Berlusconi…
L’attore  si toglie il mascherone, improvvisamente tace,e lì, al proscenio, ci guarda in silenzio. Ma ecco che torniamo all’inizio, a quell’attesa per l’importante discorso che verrà, fatto da un uomo che dichiara di lasciare tutti i suoi beni allo Stato. Ma quell’uomo non esiste, cos’è: una pia illusione o un fantasma del passato?

 

Due monologhi sul potere

Laura Capasso, Corriere della Sera, 4 luglio 2012

 

Debutto nazionale per la compagnia ravennate Fanny & Alexander, che presenta al Festival «Da vicino nessuno è normale» il nuovo lavoro «Discorso Grigio», il 5 e 6 luglio. Lo spettacolo, ideato dalla coppia De Angelis-Lagani, rispettivamente regista e drammaturga, è interpretato da Marco Cavalcoli, misterioso Presidente alla prese con un importante discorso da pronunciare alla Nazione. E sempre Cavalcoli, insieme a Chiara Lagani, darà vita ai persuasori occulti di «West», spettacolo finale di un progetto incentrato sul «Mago di Oz», che ha impegnato la compagnia per tre anni (in scena solo il 4 luglio). Da «West» dunque si comincia: in una scena scarna, dietro un tavolino di legno, siede una donna con una lunga treccia bionda e scarpette rosse ai piedi: è Dorothy, interpretata da Francesca Mazza (Premio Ubu come miglior attrice nel 2010). Ancora intrappolata, nell’ incantesimo che per lei creò il suo autore Frank Baum, è un burattino calato in una gabbia, i fili metaforici che la muovono e incatenano sono il linguaggio e la persuasione occulta, in grado di sospendere giudizi e impedire scelte. Sola sulla scena, segue una partitura di gesti e parole dettata da voci fuori campo. «West», per la regia di Luigi de Angelis e le musiche a cura di Mirto Baliani, è l’ estremo dei punti cardinali della storia del «Mago di Oz», la metafora di un Occidente governato da immagini e linguaggi ingannevoli e manipolatori. Dalla tirannia alla retorica del potere. Nel 2011 la coppia De Angelis-Lagani ha intrapreso un altro lavoro, iniziato con il radiodramma «Alla Nazione», dedicato ai Discorsi a una comunità, che con «Discorso Grigio» giunge alla sua terza tappa. In scena Marco Cavalcoli, il Presidente che con la sua oratoria esplora le tecniche del linguaggio politico. Il progetto, che proseguirà per i prossimi tre anni, è composto da altri sei monologhi e coinvolgerà le attrici Chiara Lagani, Francesca Mazza e Sonia Bergamasco e gli attori Lorenzo Gleijeses e Fabrizio Gifuni. Giovedì 5, alle 20.30, incontro con Marco Belpoliti per la presentazione del libro «La canottiera di Bossi».

 

Fanny & Alexander, doppia riflessione sul
potere

Claudia Cannella, Corriere della Sera, 4 luglio 2012

 

C’è un fil rouge che unisce «West» (stasera) e «Discorso grigio» (domani e dopo), i due spettacoli della compagnia Fanny & Alexander in scena all’ Ex Pini (via Ippocrate 45, ore 21.45, 10). Si tratta del rapporto dell’ individuo sociale con il potere e con le tecniche di manipolazione mediatica. In «West», nono episodio del progetto dedicato al «Mago di Oz», Francesca Mazza, reincarnazione contemporanea di Dorothy, è sola in scena, racconta piccoli aneddoti della sua vita, mentre il ritmo cresce, i gesti diventano nevrotici e la parola si frammenta. Francesca-Dorothy è, infatti, ferocemente eterodiretta in cuffia da due «persuasori occulti» (Chiara Lagani e Marco Cavalcoli), cavia di un esperimento sulle possibilità di influenzare le nostre scelte in lotta caparbia per conservare un’ autonomia di pensiero. In prima nazionale è invece «Discorso grigio», che apre un nuovo progetto dedicato ai discorsi rivolti a una comunità, in cui nei prossimi tre anni si cimenteranno Chiara Lagani, Francesca Mazza, Sonia Bergamasco, Lorenzo Gleijeses e Fabrizio Gifuni. Di questa prima prova è protagonista Marco Cavalcoli (foto) – le regie sono sempre di Luigi De Angelis – che, giocando con i luoghi comuni dell’ oratoria politica, incarna un misterioso Presidente alle prese con un discorso da pronunciare alla Nazione. Utilizzando materiali tratti da interventi pubblici di politici, l’ idea è quella di costruire un discorso coerente, benché immaginario, in cui il Presidente diventa personaggio-maschera che assume camaleonticamente i tratti dei vari politici. Fino all’ inquietante epilogo dove, tolte le maschere, rimane aperta la domanda «Ma siamo veramente fuori da quell’epoca?».

 

Il discorso del presidente. Trucchi e inganni della retorica politica

Sara Chiappori, La Repubblica, 4 luglio 2012

 

Ci hanno abituato a immaginifiche avventure sceniche possenti come saghe in più capitoli. Quasi che lo spazio di un solo spettacolo fosse troppo angusto per racchiudere il complesso delle loro visioni teatrali. È stato così per Ada, cronaca familiare, conturbante viaggio in dodici episodi tra i rebus e gli enigmi barocchi del romanzo di Nabokov. È stato così per il progetto dedicato al Mago di Oz riletto come folgorante metafora di un Occidente malato da attraversare lungo molteplici diramazioni (spettacoli, laboratori, mostre). E sarà di nuovo così per l’ ultima sfida, dedicata alla retorica politica, di cui ora è pronto il capitolo Discorso grigio (in prima nazionale domani, all’ ex Paolo Pini, per “Da vicino nessuno è normale”). Loro sono i Fanny & Alexander, compagnia di Ravenna guidata da Chiara Lagani e Luigi De Angelis, da vent’ anni protagonista della scena di ricerca più radicale. Alchimisti distillatori di un La compagnia di Ravenna Fanny e Alexander porta all’ ex Pini in prima nazionale un lavoro che ha come protagonista un premier appena eletto che parla alla nazione teatro che fugge i cliché costringendo il pubblico a un perenne stato di allerta, a Milano arrivano con due spettacoli. Il primo, in programma stasera, è West, uno degli episodi del progetto sul Mago di Oz in cui la formidabile Francesca Mazza (Premio Ubu 2009) è una Dorothy imprigionata nelle trappole del linguaggio. I meccanismi della persuasione occulta sono al centro anche del progetto sulla retorica politica, di cui Discorso grigio (domani e dopo) è solo una delle declinazioni. In scena, giacca, cravatta e camicia bianca, c’ è Marco Cavalcoli, altro strepitoso attore della compagnia (memorabile la sua interpretazione “ventriloqua” di Hitler nello spettacolo Him ). Questa volta è un presidente alle prese con un discorso alla nazione: prima le prove in privato davanti allo specchio, poi l’ esibizione pubblica. Un condensato di oratoria politica che cuce e monta frammenti di discorsi reali e potenzialmente riconoscibili dal pubblico. Già, perché Cavalcoli è un perfetto attore/marionetta eterodiretto che in cuffia ascolta voci vere e poi le restituisce allo spettatore in un gioco evocativo di parole e gesti, trucchi e tic. I più sgamati ritroveranno Bersani o Berlusconi, Casini e Grillo, ma anche Kennedy e Churchill. «Più che parlare, è come se fossi parlato – spiega Cavalcoli – attraversato da voci che, seppur diverse, ripetono gli stessi schemi di persuasione e manipolazione». E poco importa se da “Ich bin ein Berliner” a “Non siamo mica qui a smacchiare il giaguaro” il livello si abbassa drasticamente, perché a ben guardare la minaccia della retorica politica, alta o bassa che sia, «è il pulviscolo in cui frantuma ogni capacità di giudizio critico». Ma poiché i Fanny e Alexander sono tutto fuorché castigatori moralistici, allo spettatore-cittadino offrono solo chiavi di lettura e non soluzioni preconfezionate. In questo caso proponendo una ricognizione tra le lettere e i timbri dell’ alfabeto del potere. Nella vasta bibliografia a monte del lavoro, occupa un posto speciale il libro di Marco Belpoliti La canottiera di Bossi (Guanda), che l’ autore presenta domani sera prima dello spettacolo.

 

Discorso double face

Renato Palazzi, Il sole 24 Ore, 23 settembre 2012

 

Pur essendo solo la tappa iniziale di un articolato progetto triennale sull’oratoria pubblica, che toccherà ambiti diversi della nostra vita sociale, coinvolgendo una serie di attori anche esterni alla compagnia, Discorso Grigio – il nuovo spettacolo di Fanny & Alexander – è una creazione già compiuta, che pone fin da ora degli acri spinti di riflessione. Per la prima volta dacché è nato, il gruppo ravennate affronta un tema per così dire di attualità, quello della retorica politica: ma lo fa alla sua maniera, in una chiave come sempre concettuale, e insieme quasi sottilmente metafisica.
Partendo da un radiodramma scritto per un ciclo curato da Rodolfo Sacchettini, Luigi De Angelis e Chiara Lagani – rispettivamente regista e drammaturga – hanno scelto di affrontare una riflessione sul potere da un punto di vista particolare, quello del linguaggio, della parola quelle strumento di fascinazione collettiva. Il loro lavoro riguarda dunque anche i media, il controllo di radio e televisioni. Ma è soprattutto focalizzato sulla parola in sé, la parola come suono, come pura entità comunicativa svincolata da un preciso significato. Discorso Grigio mostra un ipotetico, nuovo Presidente – se di un partito o di un governo poco importa – che sta tenere un discorso alla nazione.
Il suo intervento è colto da una vorticosa molteplicità di prospettive: prima in una sorta di prova preparatoria, molto simile ad un emblematico training teatrale; quindi nel suo farsi effettivo, che degenera però in un’allucinazione, in un incubo visionario; infine nel delirante dialogo tra due opposti, Grillo e Monti destinato a culminare in un lungo, disarmato silenzio. Ma poi tutto ricomincerà dal principio, in una specie di meccanismo inarrestabile. Solo in scena, in una grigia penombra, il bravissimo Marco Cavalcoli riecheggia la voci di vari leader di oggi – da Berlusconi a Bossi a Di Pietro a Casini – in cui si aggiungono a tratti quelle registrate di Churchill, di Berlinguer e altri politici del passato, in una folle sovrapposizione temporale. L’attore, che da quelle voci è come posseduto, pronuncia un’orazione che mette insieme dei frammenti di discorsi realmente tenuti dalle figure evocate. E quei frammenti, sorprendentemente, si compongono di una stralunata argomentazione unitaria.
Proprio questa inquietante intercambiabilità, in questa amorfa, grigia indifferenziazione sta il senso ultimo dell’operazione. Pur puntando sulla straordinaria vena metamorfica dell’interprete, lo spettacolo non nulla di cabarettistico, e forse in fondo neppure di veramente satirico: è piuttosto un’agghiacciante discesa nel vuoto che ci circonda, nella sdrucciolevole mancanza di contenuti che ci rispecchia e ci modella. L’imitazione non è ma un mero esercizio esteriore, ma diventa la metafora di una condizione storica e che sembra risalire dall’oscurità delle nostre viscere, qualcosa che viene eloquentemente sintetizzato dalla grande testa di cartapesta che, alla fine, cancella del tutto l’identità dal personaggio: parrebbe Berlusconi, ma potrebbe essere qualunque altro fantoccio di un’autorità ridotta ad apparenza, a vacua maschera.

 

Politica, melma di parole indistinte

Alessandro Fogli, Corriere di Romagna, 28 settembre 2012

 

Forlì. Feroce. Tragico. Indispensabile. Così è il “Discorso Grigio” che Fanny & Alexander ha portato in scena all’Ex Filanda per il Festival Crisalide, primo di sei episodi che la compagnia ravennate ha ideato sulle varie forme di discorso. 
E al grigio. colore neutro, sciapo, greve, che nasce dalla fusione tra le purezze del nero e bianco perdendone la nettezza, non poteva che corrispondere alla tipologia del discorso politico, le cui iperboli e retoriche e cliché, da qualsiasi parte provengano, finiscono irrimediabilmente per appiattire in melma senza spessore.
In una scena scura e spoglia, Marco Cavalcoli, semplicemente strepitoso, è un non meglio precisato Presidente che si accinge a parlare alla nazione. La preparazione è spasmodica, da atleta (anzi attore), i gesti frenetici; incipit di discorso partono quasi in automatico, si interrompono, si reiterano. Tutto è già stato detto mille volte, provato e riprovato, si tratta solo di trovare l’abbrivio giusto. Poi l’attore-politico comincia ad essere posseduto, voci e gesti e parole sono quelle che molte, troppe troppe volte abbiamo sentito in televisione o letto sui giornali, i personaggi sono quelli che da troppi troppi anni siamo costretti a subire mediaticamente, Berlusconi, naturalmente, poi Bersani, Di Pietro, Monti, Napolitano, La Russa, Grillo, Bertinotti, Bossi e tutti gli altri che vivono in folle successione all’interno del Presidente, ma seppure voci e gesti siano di una somiglianza inquietante, l’intento non è parodistico ma anzi documentaristico. 
Non è l’attore a parodiare, è il personaggio stesso a essere orami una caricatura. Riemergono frasi fatte, brandelli di comizi, passaggi di dibattiti, stralci di discussioni, fuori onda celeberrimi, tutti assolutamente tratti dalla realtà, che si compongono in un agghiacciante Frankenstein oratorio, emblema perfetto, definitivo, della vacuità, e, soprattutto, dell’interscambiabilità, dei proclami politici. “L’Italia ha bisogno di un uomo nuovo”, “Smorzare i toni”, “Far ripartire la crescita”, “Moralità”, “L’importanza dei giovani”, “Fermare la spirale d’odio”, “Il Paese ha bisogno di un cambiamento”. Chi lo ha detto? Tutti. tutti i politici hanno detto tutto e il suo opposto, trasformando ogni discorso, ogni parola, ogni promessa, in grigio, indistinto, vuoto, inutile. 
Il Presidente sembra sopraffatto da se stesso, l’ipercinetico contrappunto di voci e scatti spastici lo trasformano poco a poco, lo disumanizzano, fino a un finale in cui le fattezze sono quelle di un pupazzo, una maschera, quella invecchiata e funebre del grande gaffeur, del grigiore eccellenza, del parolaio d’aria, del venditore di fumo per antonomasia. E c’è ancora tempo per una stilettata dolorosa, con una chiusura di sipario che non vogliamo rivelare. Con “Discorso Grigio” – di cui si era già intuito il potenziale nel radiodramma “Discorso alla nazione” andato inonda su Rai Radio3 – la compagnia di Chiara Lagani e Luigi De Angelis inizia il nuovo progetto di indagine sul discorso in vari ambiti sociali (militare, religioso, pedagogico, giuridico e sindacale), che coinvolgerà, oltre a Marco Cavalcoli, la stessa Lagani, Fabrizio Gifuni, Francesca Mazza, Sonia Bergamasco e Lorenzo Glejeses.

 

Il discorso grigio della politica

Massimo Marino, Doppiozero, 19 settembre 2012

 

Sembra un pugile prima di salire sul ring, un atleta che si riscalda, un divo che si carica prima di affrontare le telecamere o il pubblico delirante di un concerto. Movimenti frenetici, parole in libertà, compulsive scariche di adrenalina, gesti che paiono mossi da una misteriosa forza estranea. Fanny & Alexander con Discorso grigio (drammaturgia di Chiara Lagani, regia di Luigi de Angelis, suono The Mad Stork) costruisce quello che sembra il suo spettacolo più politico, continuando in realtà una riflessione sulla retorica del dominio, sulle correnti che muovono l’arte di persuadere più o meno occultamente.
L’attore è lo stesso di Him, lo strepitoso Marco Cavalcoli. La sua faccia qui ti sembra un momento simile a quella di Berlusconi e subito dopo a quella di Matteo Renzi, mentre la sua voce passa dai timbri profondi di Obama all’inflessione caratteristica dell’ex presidente del consiglio, dallo svagato metaforeggiare di Bersani all’esse soffiata del sindaco di Firenze, dalla zeppola rivoluzionaria dell’eloquio tardo-togliattiano e emozionale di Vendola al grigiore di Monti agli eccessi di Grillo, incrociando la raucedine di Bossi, l’abbaiare di La Russa, le cadenze di Prodi, gli effettismi di Veltroni eccetera eccetera.
In Him (2007) lo stesso attore riproduceva da solo come un ventriloquo la colonna sonora delMago di Oz di Victor Fleming (1939), in una gara impari e virtuosistica, da vero “mago”, con il film. Qui è una specie di Crozza o Guzzanti che non lascia tempo alla satira di depositarsi in risata per diventare un tritatutto, una vera e propria tragedia della parola staccata dalle cose, indossata come gesto verbale, come maschera intercambiabile, per conquistare consensi. Gli attori della scena politica si equivalgono tutti e anzi scivolano l’uno nell’altro in un unico “discorso alla nazione”, al quale l’oratore si prepara come in un training atletico per conquistare il record del consenso. 
Tra Him e Discorso grigio c’è West (2010), un’altra tappa del lungo progetto dedicato dalla compagnia ravennate al romanzo di Frank Baum tra il 2007 e il 2010: là era Francesca Mazza a essere letteralmente mossa, eterodiretta nei movimenti e nelle parole da voci esterne. Qui i diversi tipi politici sembrano animati da un unico, consequenziale discorso, che è una lunga promessa di azione che rimane parola, orazione, intrattenimento che mira a blandire, indignare, polemizzare, galvanizzare, moraleggiare, riscaldare, coniando parole d’ordine sempre più svuotate di significato e di efficacia pratica.
L’attore-uomo politico, annunciato da una voce femminile che invita a spegnere i telefoni cellulari, è colto, anche grazie a un continuo, efficace tappeto sonoro, nei fuori onda, negli arrivi mirabolanti in elicottero, nel pulsare del cuore prima di andare in scena, nell’irrompere di tic gestuali che sembrano dominarlo, trascinarlo, come un metafisico vento della necessità di imporsi. I backstage si alternano ai discorsi diretti, davanti ai microfoni, con l’interprete sempre collegato a un altrove tramite cuffie. Il viaggio nella parola carpita ai telegiornali, agli interventi televisivi e ai talk show si innerva di richiami a pulizia, bellezza, governo, ottimismo, coesione, rinnovamento, parole ridotte a etichette senza materia, senza dimostrazione, che diventano apocalisse del senso, trasformando l’azione politica in comizio postmoderno affidato ai colpi a effetto escogitati dalle teste d’uovo della comunicazione. Perciò tra Berlusconi, Bersani, Renzi, Vendola & C. c’è poca differenza: di timbri, al massimo, di colori, per contenuti che compongono un unico sviare i problemi in formulette largamente condivisibili. La politica è ridotta a maschera, a discorso del consenso e non della pòlis, a rumore che precipita in afasia, in balletto di mani inguantate, in riapparizione della retorica più antica, con parole di Churchill, di Stalin e perfino di Mussolini, quasi oscurate da fragore di altri suoni.
La politica diventa, ferocemente, prova di un copione che deve scatenare il pubblico, offerta del corpo dell’oratore in cui possono convivere sobrietà, istrionismo, schizofrenia, in una fuga dalla realtà nel marketing che sembra costruire una seconda vita, una virtualità infinita di voci che rimandano solo a altre voci, come un mantra, come parole ormai incomprensibili che diventano formule magiche. Come un agitarsi di morti in simulacri intercambiabili e vampireschi.
L’attore evoca persone reali attraverso imitazioni discrete delle loro voci e una faccia di gomma che rimanda a volti tutti uguali, fatti, pensati, progettati per “comunicare”. Si brucia, finge di donarsi totalmente, fisicamente, per catturare anche con l’affanno finale, con l’apparente spogliarsi della maschera per mostrasi simile a noi, affaticato da questo governare concitato in turbine di suoni, di gesti inutili.
Bravissimo Cavalcoli, insidioso il testo: alla fine vien voglia di non applaudire, per non confondersi con quei cori registrati di approvazione. Il teatro qui chiede distanza, controllo: domanda di ripensare le regole di un’allucinazione collettiva che ha bisogno di ritornare dialogo civile. 
Discorso grigio, visto al Festival Crisalide di Forlì e in tournée (il 21 settembre è al teatro Secci di Terni per il Festival internazionale della creazione contemporanea), è il preludio di un ciclo di spettacoli dedicati a vari tipi di retorica: Discorso giallo a quella pedagogica, con Chiara Lagani; Discorso celeste a quella religiosa, con Lorenzo Gleijeses; Discorso rosa a quella sindacale, con Francesca Mazza; Discorso viola a quella giuridica, con Fabrizio Gifuni; Discorso rosso a quella militare, con Sonia Bergamasco.

 

Quando il teatro politico fa rimpiangere anche Crozza

Franco Cordelli, Corriere della Sera, 3 novembre 2012

 

CASTROVILLARI. Torna in autunno la Primavera dei teatri che, nelle precedenti edizioni, a fine maggio inaugurava la stagione di rassegne e festival di cui troviamo tracce in tutta Italia. Delle manifestazioni più ricche, per quantità e varietà di proposte, da Spoleto a Napoli, ho di recente detto. Per quanto riguarda le più piccole, della loro evidente crisi vorrei osservare due aspetti. Primo, la moltiplicazione ha reso quasi impossibile ritagliarsi una identità, una fisionomia. Secondo, con moto quasi inavvertito, di sicuro non programmatico, tutte finiscono con il reciprocamente sostenersi. Esse sono diventate un vero e proprio circuito, sia pure un circuito alternativo a quello che in inverno ci propongono i grandi teatri. Non sarebbe né grave né significativo se i prodotti che vi vengono scambiati fossero di prim’ordine. Al contrario, con l’indistinguibilità dei contenitori si abbassa la qualità dei singoli spettacoli, anche di quelli offerti dai gruppi di più illustre tradizione. Mi spiace dirlo ma in questa fenomenologia rientra «Discorso grigio» di Fanny & Alexander, come sempre drammaturgia di Chiara Lagani e regia di Luigi De Angelis. Rispetto alle virtuosistiche o geniali serie che facevano riferimento a «Ada» di Nabokov o a «Il mago di Oz», la tensione creativa di Lagani-De Angelis sembra in lieve calo. Ma anche loro subiscono la sorte comune; quella cui sono destinati i gruppi di ricerca, fin dagli anni Settanta. Non lavorando su un repertorio, e obbligati a un ritmo produttivo secondo date abbastanza ravvicinate, e dunque asfissianti, si è condannati alla ripetizione di se stessi. Essa può manifestarsi come eccentricità, gratuità, sterilità. In più, Fanny & Alexander ha la consuetudine, quasi un marchio di fabbrica, di non proporre spettacoli singoli ma, come ho appena accennato, delle serie: multipli o variazioni su tema. «Discorso grigio» inaugura una serie di sei che prevede (con interpreti sempre diversi) il giallo, ossia il pedagogico; il celeste, cioè il religioso; il rosa, che è il sindacale; il viola, che è il giuridico; e il rosso, ovvero il discorso militare. «Il progetto indaga ? dicono gli autori ? attraverso il lavoro sulla forma discorso, il rapporto tra singolo e comunità, tra individuo e gruppo sociale. Cosa significa pubblico? Cosa è comune? Quand’è che un gruppo raccolto intorno a un individuo può dirsi comunità?».Come si vede, non mancano gli alti propositi. Ma alla resa dei conti «Discorso grigio», che è il discorso politico, in cui il grigio (cito ancora gli autori) «è il colore della mescolanza perfetta di ciò che è bianco e ciò che è nero. È la differenza indifferenziata» ? a parte la come sempre straordinaria prestazione di Marco Cavalcoli, che fa di tutto per invece differenziare i vari capitoli della sua performance (in camicia, in giacca, in guanti, in guanti da clown, con il testone-maschera) ? già dopo pochi minuti risulta espressivamente e conoscitivamente inerte. Non vuole essere una parodia dei discorsi leaderistici, da quello di Napolitano o quello di Berlusconi, o di Bersani o di Grillo. Si tratta, ancora una volta, di «teatro politico» concettualizzato, in cui il performer appare eterodiretto. Ma questo scarto dalla norma televisiva (qualcuno in platea ha citato le imitazioni di Crozza) non ci dice nulla rispetto alle domande che gli autori si fanno, e neppure ci fa divertire. Non ci resta che l’ammirazione per l’interprete, di cui già ho detto.