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DISCORSO GIALLO
RASSEGNA STAMPA

Maria Dolores Pesce, Discorso giallo. Discorso grigio

Osvaldo Guerrieri, Grigia è la politica, gialla è la tv

Alessandro Fogli, Discorso Giallo a Torino. Fanny & Alexander bacchettano la televisione 

Maria Grazia Gregori, Bambina in viaggio al termine della notte tv tra De Filippi e reality

Michele Pascarella, Una Maria De Filippi da incubo. Conversazione con Chiara Lagani

Laura Gemini, Educazione e televisione nel teatro riflessivo di Fanny & Alexander

Bruno Bianchini, Educati dal tubo catodico. Il Discorso Giallo di Fanny & Alexander

 

Discorso giallo. Discorso grigio.

Maria Dolores Pesce, dramma.it, giugno 2013

 

Al Festival delle Colline Torinesi 2013, il 15 e 16 giugno, “Fanny & Alexander” presentano queste due tappe del loro progetto drammaturgico teso ad indagare sul discorso nelle modalità che questo ha assunto e assume nel suo articolarsi storico ed anche estetico rispetto alle forme dell’esistere, un progetto dunque che dalla sintassi scivola inevitabilmente verso il senso ultimo della parola come segno distintivo dell’essere umani.
Due momenti diversi di un’unica riflessione che a Torino si è aperta affrontando, con “Discorso Giallo”, il tema della formazione pedagogica e del discorso che l’accompagna. In scena Chiara Lagani, bravissima, che con Luigi De Angelis è l’ideatrice del progetto ed è anche la drammaturga dei due momenti. La drammaturgia gioca ed indaga intorno alla trasformazione e semplificazione del discorso educativo nel suo essere incorporato, e dominato, all’interno della sintassi televisiva, ripercorsa a partire da “Non è mai troppo tardi” fino ad “Amici”. La Lagani intuisce efficacemente come tale trasformazione non sia neutrale ma modifichi profondamente il senso e la direzione del discorso pedagogico verso un progressivo abbandono del legame, di sentimento e di ragione, che può dargli sostanza umana. La pedagogia, e la citazione lontana nel tempo e nello spazio drammaturgico di Maria Montessori ne è evidenza, vira verso la coercizione e il divieto, cioè verso l’abbandono e l’oblio di ciò che non è ‘semplificabile’ e ‘controllabile’, il sentimento cioè dell’esistere che è la base dell’essenza e della libertà umana.
Con “Discorso Grigio” si affronta il discorso politico, che in senso ideale precede ed ingloba ogni altro discorso in quanto sintassi principe della ‘comunità’. Ne è protagonista stavolta un eccellente Marco Cavalcoli impegnato in un ipotetico, ma molto concreto e radicato, discorso presidenziale alla nazione in cui, attraverso efficaci inserti di storiche e meno storiche affermazioni di ben conosciuti uomini politici, la ‘nazione’, come comunità di liberi e consapevoli, praticamente scompare, avvilita, come nella sua pedagogia, dalle semplificazioni di un discorso modernizzante e televisivo che taglia ed abbandona.
Vi è dunque, a mio avviso, un consapevole segno comune nelle due distinte drammaturgie, che è quello della scoperta che la sintassi e la parola stessa della nostra contemporaneità, svilita e semplificata, esausta nel senso stesso della intuizione sanguinetiana, tralascia, anzi quasi volontariamente abbandona, parte della nostra umanità, quella parte che costituisce il senso stesso del nostro esistere in una libertà che del legame con l’altro fa un trampolino di conoscenza.
Tagliata fuori dal discorso comunitario, questa parte di noi non si elabora in parola e quindi non si riconosce e non può essere riconosciuta, ma non scompare. Rimane nel senso di angoscia che proviamo di fronte al vuoto che ci viene proposto e imposto, rimane nel rumore di fondo che circonda la scena vuota, nella bellissima musica che accompagna entrambe le drammaturgie. Rimane nascosta da una maschera che, priva di gioia, in scena sembra più uno strumento di oppressione fino alla tortura fisica, piuttosto che di carnevale liberatorio.
Bravissimi sono Chiara Lagani e Marco Cavalcoli nell’esprimere tale angosciosa cesura nel senso di distanza e talora di repulsione del loro corpo recitante rispetto alle parole di cui si fa con sofferenza portatore, negli scarti improvvisi, nei tick ripetuti, nel loro forzare la voce su tonalità che riproducono l’inganno della parola ma insieme  lo svelano.
È uno sforzo mimico che si palesa anche in fatica fisica e che costituisce una prova di grande maturità attoriale.
E’ una parola, dunque, e un discorso che strutturalmente non è più in grado di disvelare, ma solo di censurare e di tagliare via parti della nostra essenza e della nostra coscienza esistenziale. Il teatro appare così come l’ultimo luogo, per Fanny & Alexander, in cui tentare una consapevolezza condivisa di questo sofferto slittamento significativo, che da segnico si fa concretamente e angosciosamente esistenziale.
Posto che è necessario resistere e forse ribellarsi, saremo in grado di farlo? È una domanda che attraversa le due drammaturgie, e probabilmente l’intero progetto nel denunziare il pericolo di un mondo in cui tutto si fa esterno a noi e quindi ci abbandona all’angoscia.
È una contemporaneità in cui la forza di una tale privazione appare invincibile, ma a cui vale la pena di opporre, di nuovo, un pensiero antico ed efficace: <<Se mai accadesse, per voler compiacere qualcuno, di volgerti alle cose esterne, avresti perduto, siine certo, il tuo programma morale. Dunque, in ogni circostanza, accontentati di essere filosofo, e se vuoi anche apparire filosofo, mostrati tale a te stesso, e ne sarai in grado.>> (Epitetto, Manuale).
Detto della capacità di approfondimento dei due drammaturghi, e della sapienza attoriale, nella gestione del corpo e dei movimenti scenici, di Chiara Lagani e Marco Cavalcoli, vanno citate l’abile regia di Luigi de Angelis, e la bravura di tutti coloro, tecnici e assistenti, che partecipano al progetto, con una particolare sottolineatura per il progetto sonoro, della cui indubbia efficacia drammaturgica abbiamo detto, di The Mad Stork.

 

Grigia è la politica, gialla è la tv

Osvaldo Guerrieri, La Stampa, giugno 2013

 

Vi ricordate Le Vocali di Rimbaud? Il poeta delle Illuminazioni collegava un colore a una vocale quasi nel tentativo di creare un poema monocromatico. Lo stesso accostamento viene proposto dalla compagnia Fanny & Alexander che, in Discorso, concepisce una serie teatrale di  sei colori collegati ad altrettanti aspetti del nostro vivere. Al Festival delle Colline abbiamo visto le prime due creazioni, il Grigio e il Giallo, rivolte rispettivamente alla politica e alla tv pedagogica.
Nel progetto di Luigi De Angelis e Chiara Lagani non c’è niente di mimetico, non c’è un “fare come se”. Tutto si gioca sui modelli di comunicazione che con la loro allusività o mellifluità dovrebbero formare e guidare un Paese. Grigio è un centone di frasi fatte e di retorica che non distingue tra le ideologie. Le parole sono tutte uguali, assurde, meccaniche (e vere). Giallo comincia con il maestro Manzi, prosegue cine i Piccoli fans di Sandra Milo e si conclude con Amici di Maria De Filippi. Se la prima tv bonificava le paludi dell’analfabetismo, l’ultima invade la prima e la contamina. In Grigio l’attore Marco Cavalcoli interpreta una specie di burattino diretto via cuffia e impegnato in una specie di concerto fonico-gestuale dal quale emergono figure pubbliche bene riconoscibili: Berlusconi, Di Pietro, Bersani ect. A Chiara Lagani il compito di entrare nello zappino televisivo e di viaggiare all’interno degli integrati senza apocalittici. Lei, scolaretta seduta al banco, ci guarda, preme un tasto del telecomando e ci spegne. Soltanto così lo spettacolo può cominciare.

 

Discorso Giallo a Torino. Fanny & Alexander bacchettano la televisione 

Alessandro Fogli, Corriere di Romagna, giugno 2013

 

Seconda e ultima replica questa sera al Festival delle Colline Torinesi del debutto nazionale di “Discorso Giallo”, spettacolo con cui la compagnia ravennate Fanny & Alexander prosegue il progetto “Discorsi”, qui dedicato al tema dell’educazione, nel più specifico ambito della pedagogia televisiva. In “Discorso Giallo” Chiara Lagani incarna in chiave concertistica un emblematico adulto/bambino, che si mostra ora allievo, ora maestro e infine conduttore, soggetto e oggetto di alcuni famosi programmi televisivi sempre intrecciati e sovrapposti. Le figure televisive incarnate sono quelle del maestro Alberto Manzi di “Non è mai troppo tardi”, Sandra Milo e i suoi “Piccoli fans”, fino a Maria De Filippi. Ad accompagnare l’ingresso del pubblico allo spettacolo è il ritratto di Maria Montessori inciso sulle celebri mille lire: grande figura della storia della pedagogia, l’educatrice è ora un volto, un’icona, una maschera. Dopo l’anteprima a Ravenna nel corso di Fèsta, “Discorso Giallo” trova ore la sua dimensione più definitiva, e si spinge oltre la sua città di nascita verso altri festival e teatri. E dopo Torino la compagnia si sposta a Milano il 18-19 giugno al festival “Da vicino nessuno è normale” curato da Olinda, ente artistico che ha riscoperto gli spazi dell’Ex Ospedale psichiatrico Paolo Pini conquistando una meritata rilevanza culturale e di intervento cittadino in tutta Italia oltre che nel capoluogo lombardo. La prima fase della tournée di “Discorso Giallo” si concluderà a Santarcangelo di Romagna dove, al Festival Internazionale del Teatro in Piazza, Fanny & Alexander attraverserà più progetti speciali curati dai direttori artistici: oltre a più repliche dello spettacolo, Chiara Lagani, drammaturga e interprete del nuovo lavoro condurrà due laboratori per bambini proseguendo il progetto “Pianeta Giallo” avviato proprio a Ravenna nei mesi scorsi.

 

Bambina in viaggio al termine della notte tv tra De Filippi e reality

Maria Grazia Gregori, L’Unità, giugno 2013

 

Ma la tv è una buona o una cattiva maestra? Giunti alla seconda tappa dell’indagine sul rapporto tra individuo e il mondo che lo circonda dedicata alle forme del discorso pubblico, Fanny & Alexander, dopo la politica di Discorso Grigio affronta Discorso Giallo, che guarda al temo della formazione di una società sempre più dipendente dai modelli televisivi. In scena c’è sempre un unico personaggio dalle molte facce. Là era Marco Cavalcoli che presentava con durezza la deriva berlusconiana del Paese, qui è Chiara Lagani, protagonista ironica, spumeggiante e crudele di un viaggio in cui, scegliendo alcuni momenti chiave della manipolazione operata dai modelli comportamentali, ne stigmatizza la rovinosa fascinazione da reality.
Dentro una scena scura un riflettore illumina solo il banco dove sta seduta una ragazzina in grembiule nero, colletto bianco, fiocco giallo, capelli biondi pettinati con i codini, che ci guarda silenziosa. E’ un tuffo nel passato che si mette in cammino per trasformarsi nel nostro presente, scandito da programmi tv attraverso i quali mostrare come il piccolo schermo abbia influenzato il nostro modo di sentire. Con il suo telecomando la ragazzina è deus ex machina di se stessa, allieva, maestra, conduttore. E’ lei che, mutando a vista  modo di fare, abiti e scarpe, si butta a capofitto nel tempo assumendo diverse identità. Eccola trasformarsi con un colletto ampio e cravatta nera, con input metallici dati alla voce, nel celebre maestro Manzi di Non è mai troppo tardi, programma anni Sessanta pensato per sconfiggere l’analfabetismo nazionale (“se vogliamo vincere la schiavitù e l’ignoranza si deve studiare”) con gruppi di ascolto nei bar, nelle parrocchie e perfino nelle carceri. Basta poco, però, alla funambolica Chiara Lagani, per mutare pelle e precipitarsi – tra risolini, mossette da Jessica Rabbit, fiocco rosso come le sue labbra -, nell’universo di Piccoli fans, un luogo da piccoli mostri crescono, condotto negli anni Ottanta da Sandra Milo con il suo microfono in mano a fare domande ai ragazzini il cui contraltare sono le riflessioni di un bambino intervistato dal regista Silvano Agosti in un suo documentario sull’amore. Ecco allora l’attrice trasformarsi nella bambina/bambino che, masticando un chewing gum, con un modo di parlare tutto suo, dice terribili verità sui mondi contrapposti grandi/bambini e contro la guerra in nome di una “vita magica” dove studiare non è proprio il massimo, però.
Il nostro Virgilio in gonnella si scatena in un’elementare danza comportamentale, una specie di abbecedario corporale di gesti animali, maschili e femminili diventando, quasi a vista, Maria De Filippi: dai piccoli fans al talent show e alla cosiddetta “legge del semaforo”. Lagani ne ricrea i gesti, ne suggerisce la tipica voce, l’attitudine al comando. Ed ecco che in questo mondo, dove per riuscire devi sempre fregare qualcun altro, l’aggettivo giallo del titolo rivela il suo senso: come per un semaforo, giallo è l’attesa, il limbo deve non sei né carne né pesce, dove tutto o niente è possibile fra disperazione e disincanto.
Folgorante è il dialogo impossibile tra due Marie, la signora dei talent e quella ritratta sulle mille lire, Maria Montessori che conclude questo spettacolo spiazzante e affascinante messo in scena con intelligenza da Luigi De Angelis. Sentiamo la sua voce lontana raccontare le sue peregrinazioni in India dopo la rottura con il fascismo mentre Chiara Lagani si trasforma nel suo fantoccio indossando l’enorme testa di gomma che rappresenta il viso della pedagogista. Un inquietante pupazzo, ma anche un totem dietro il quale appare il volto di una bambina-donna dallo sguardo vuoto. Poi il buio, resta solo la sua risata. E l’attesa per le altre puntate.

 

Una Maria De Filippi da incubo. Conversazione con Chiara Lagani

Michele Pascarella, gagarin-magazine.it, 13 giugno 2013

 

MP. Tre parole per riassumere Discorso Giallo.
CL. Educazione, televisione e giallo.
MP. Perché?
CL. “Educazione” è l’ambito di appartenenza di questo lavoro, secondo passo del nostro progetto sui Discorsi: sei spettacoli che, a partire dalla forma retorica del discorso pubblico, vogliono interrogare il rapporto, oggi sicuramente in crisi, fra individuo e collettività. Due di questi spettacoli esistono già, mentre gli altri quattro sono in cantiere. Il primo ambito umano di ricerca è stato la politica, con lo spettacolo Discorso Grigio, interpretato da Marco Cavalcoli. Questo secondo passo, Discorso Giallo appunto, è interpretato da me, che mi misuro in scena con una sorta di classe onirica, incubotica. “Televisione” perché questo progetto, indagando la tossicità del contemporaneo, ci ha fatto ragionare su cosa passasse, legittimamente o meno, sotto il nome di educazione, nel media più invasivo nella nostra cultura. Ognuno dei Discorsi è associato a un colore, che lo caratterizza simbolicamente, aprendo un’area semantica. “Giallo” è il colore usato quando bisogna vietare qualcosa: le strisce gialle della strada, il cartellino giallo dell’arbitro. È però anche associato al sole, alla luce. E al loro contrario: il giallo rimanda anche all’aspro, e a qualcosa che abbaglia e quindi provoca dolore. Per me questo colore porta in sé una precisa temperatura del lavoro.

MP. Ci racconti la tua esperienza di attrice, in questo specifico lavoro?

CL. Discorso Giallo, come anche il primo spettacolo del progetto, è caratterizzato dal dispositivo da noi chiamato “etero-direzione”, che consiste nel farsi attraversare da un testo, che arriva all’attore attraverso un auricolare. Sono voci di personaggi tratti dall’attualità, recente o meno: in questo caso, dalla storia della TV e della pedagogia televisiva. Ci sono il maestro Alberto Manzi di Non è mai troppo tardi, Sandra Milo e i suoi Piccoli fans, fino a Maria De Filippi di Amici. L’attore deve lasciare spazio, dentro di sé, a questi personaggi che lo invadono, permettendo che queste voci lascino un’impronta sul suo modo di parlare e di gesticolare. È molto diverso dall’imitazione: qui si tratta di accogliere una temperatura umana forte, di lasciarsi attraversare da questa energia, a volte tossica e a volte positiva, per poi restituirla all’esterno. È un processo davvero differente da quello che ho fatto in altri spettacoli, e che prevede un abbandono totale a questo tipo di dispositivo. Ed è anche molto divertente, per chi è in scena.

MP. Dal tema dell’educazione si può facilmente arrivare alla questione dei maestri. Tu chi riconosci come tali?

CL. Ci sono tre diversi tipi di maestrie: quella dei tuoi compagni di viaggio, quella delle figure storiche fondamentali del teatro, e quella di figure estranee, che si incontrano casualmente, e dalle quali si possono carpire insegnamenti fondamentali.

MP. Sono quelli che Grotowski chiamava “maestri inconsapevoli”.

CL. Esattamente Questo sono, ad esempio, per ciascuno di noi, le figure familiari: inconsapevolmente portiamo dentro di noi le loro voci, la loro sapienza.

MP. Ci sono alcuni parallelismi evidenti fra i due primi spettacoli del progetto Discorsi.

CL. Oltre al fatto di essere monologhi d’attore, caratteristica comune a tutto il progetto, ci sono almeno due macroscopici parallelismi, tra Discorso Grigio e Discorso Giallo, che non è detto ritorneranno anche nei prossimi episodi. Il primo è l’etero-direzione, il farsi attraversare da una voce: per noi è come una metafora del fatto che ci sono certe questioni, certi pensieri, che ci arrivano nostro malgrado, anche in maniera inconscia, soprattutto attraverso l’essere tutti esposti, chi più chi meno, all’influenza della televisione. Il secondo è a livello retorico: se si analizzano questi due lavori dal punto di vista drammaturgico, si può facilmente notare che sono costruiti nella stessa maniera. Ci sono un momento iniziale, di preparazione, uno sviluppo che porta a un apice emotivo di soli gesti e infine la comparsa del personaggio-maschera, sorta di archetipo che riassume le questioni aperte dallo spettacolo.

MP. Una filiazione di quest’opera, il radiodramma dal vivo Giallo, debutterà al Festival di Santarcangelo, in luglio. A proposito della “classe incubotica” cui accennavi all’inizio: c’è stato, nella preparazione di Giallo, un pensiero esplicito a Tadeusz Kantor e alla sua Classe morta?

CL. Certo l’ho tenuto molto fra le mani, leggendolo e riguardando le immagini di quello spettacolo: non si può prescindere da quell’idea, che ha segnato la storia del teatro del Novecento, quando si lavora su cosa significhi “educazione” nella società umana di oggi. Ma non saprei individuare una derivazione diretta. Certo nel radiodramma dal vivo, che è il dialogo tra me e una classe fantasma, a livello archetipico, o anche solo simbolico, il peso de La classe morta non si può non sentire.

MP. Cosa intendi per “radiodramma dal vivo”?

CL. Qualcosa che ragiona sul livello radiofonico della drammaturgia: ci sono voci, suoni e la presenza fisica di un’attrice in scena, elementi concreti che però rimandano a un altrove, a qualche cosa che non è lì. Il radiodramma dal vivo allude continuamente alla componente radiofonica, che ontologicamente si contrappone allo stare lì, a quell’hic et nunc che è proprio del teatro.

MP. Questo posizionarsi tra un qui e un altrove vuole essere anche un invito al pubblico a interrogarsi sulla qualità del proprio sguardo, un incoraggiamento a “guardarsi guardare”?

CL. Sicuramente sì. Nei miei laboratori con gli attori, uso sempre la metafora di Gilles Deleuze della sentinella che sta vigile all’interno del dormiente: una sorta di abbandono attento, che deve essere l’attitudine dell’attore in scena. Anche sul piano dell’educazione si potrebbe rispondere affermativamente: basta pensare alla grande, meravigliosa teoria di Maria Montessori sull’auto-educazione, in cui, con professione di sapiente umiltà, sostiene che il processo di formazione è talmente delicato e misterioso che non si può che guardarlo da fuori, essere un testimone di qualcosa che avviene autonomamente. Mi piace applicare questa idea montessoriana anche allo spettatore: qualcuno che si pone la questione dello sguardo, che lascia accadere un fenomeno. E che al contempo lo custodisce, con la qualità del proprio sguardo: e così facendo, lo rende possibile.

 

Educazione e televisione nel teatro riflessivo di Fanny & Alexander

Laura Gemini, incertezzacreativa.wordpress.com, 18 luglio 2013

 

Discorso giallo fra gli spettacoli in programma nella prima settimana di Santarcangelo 13 è la seconda tappa del progetto Discorsi – articolato in 6 spettacoli e 6 radiodrammi (fra cui Giallo. Radiodramma dal vivo durante il Festival) – con cui Fanny & Alexander ndaga sulle forme del discorso pubblico e delle sue declinazioni – politico, pedagogico, religioso, sindacale, giuridico e militare – associate ad un colore-simbolo. Se dunque il grigio è associato alla politica nel “primo episodio della serie”, Discorso grigio appunto, il giallo viene qui attribuito all’educazione.

I colori dei discorsi sono delle bandiere emblematiche da un lato, dall’altro sono i colori di una lingua denotativa non immediatamente decifrabile. Giallo nei simboli umani è il colore del divieto e della coercizione (strisce gialle, cartellino giallo, semaforo giallo); dall’altro se dici giallo vedi la luce, il sole, l’infanzia. Ma giallo è anche acido, abbagliante, doloroso (Chiara Lagani)

Come ambito dell’esperienza individuale e collettiva l’educazione per F&A non riguarda esclusivamente le tradizionali agenzie deputate alla formazione dell’individuo, della sua crescita e della sua identità, ma pertiene anche al sistema dei media e in particolare alla televisione. Quest’ultima è intesa infatti come un ambiente di socializzazione e di messa a punto di una forma retorica, così come succede per il Discorso Grigio della politica, di straordinaria efficacia.

Il dispositivo drammaturgico può essere descritto, in prima battuta, come la messa in sequenza di modalità e stili espressivi di tre personaggi televisivi che nella storia spettatoriale e generazionale di F&A possono essere considerati gli emblemi sia dei processi di trasformazione della società, sia di quella televisione che li racconta.

È Chiara Lagani a dare corpo in scena alle tre figure che permettono di ricostruire la storia sociale della retorica educativa di matrice televisiva. La prima è quella di Alberto Manzi, meglio noto come il maestro Manzi della trasmissione Non è mai troppo tardi, andata in onda su Rai1 dal 1959 al 1968, espressione di quella stagione paleo televisiva che dichiarava apertamente la sua vocazione pedagogica. Una missione che cambia totalmente registro negli anni ottanta con la messa a punto dei linguaggi neo-televisivi e di puro intrattenimento di cui Piccoli Fans (su Rai2 dal 1983 al 1984), con la conduzione di Sandra Milo, è un esempio particolarmente compiuto per poi arrivare a una nuova forma della caratteristica pedagogica incarnata, con tutta l’ambiguità che il territorio mediale e televisivo riesce ad esprimere, da Maria De Filippi e dal suo Amici.

Ecco allora che Discorso Giallo si presta ad essere considerato un ulteriore elemento di quello che, come già ho avuto modo di sottolineare, può essere definito un teatro riflessivo, propenso cioè ad usare le istanze della contemporaneità sia a livello estetico sia di contenuti con grande consapevolezza. Per questi motivi si pone sulla linea di un teatro sociologicamente interessante, capace cioè di fornire dei parametri di osservazione non tanto “realistici” ma adatti a costruire quei meta-commenti sul mondo, il nostro, indispensabili alla qualità riflessiva della performance.

Di questo e di molte altre questioni ho avuto il piacere di parlare con Chiara Lagani in una lunga e illuminante conversazione/intervista di cui qui riporto lo stralcio dedicato alla definizione di Discorso Giallo come esempio di teatro riflessivo.

LG:Discorso Giallo sembra avere tutte le caratteristiche utili alla definizione di “teatro riflessivo”, ossia all’utilizzo di un concetto che, riconoscendo la riflessività come qualità che il teatro ha da sempre, serve a connotare la tendenza di una parte del teatro contemporaneo a confrontarsi con la “realtà”. Volevo partire da qui: se davvero esiste, da dove nasce quest’esigenza nuova?

CL: Devo dire che mi colpisce la scelta della parola “riflessivo”, perché recupera un significato quasi etimologico del teatro e anche del nostro progetto Discorsi. Ognuno dei discorsi, al di là degli esiti e delle forme-colore differenti, manifesta esplicitamente la volontà di fungere da specchio per lo spettatore, di riflettere, anche solo per un attimo, l’immagine di una collettività che in esso si rivede, anche in modo orribile, perché si tratta pur sempre di un’indagine sulla tossicità del contemporaneo. Un aspetto che in Discorso Grigio è già evidente perché mette in scena, attraverso il corpo di un attore volti, parole, retoriche e modi della politica degli ultimi vent’anni che in qualche maniera rispecchiano un sistema culturale nel quale siamo tutti coinvolti.

Discorso Giallo parla dell’immaginario televisivo, di cui noi tutti siamo profondamente imbevuti, al di là della nostra volontà. Le figure che attraversano i corpi degli attori sulla scena vengono dal mondo della politica, dello spettacolo televisivo, dunque dal nostro terreno culturale profondo e dal nostro orizzonte immaginale quotidiano. Parlano della materia di cui siamo fatti, di quel che si agita nelle parti più remote e profonde del nostro universo psichico, irrimediabilmente frammisto ai sogni, agli archetipi, alle memorie. Per cui la dicitura che hai scelto – teatro riflessivo – è come se puntasse il dito su questa volontà-capacità-possibilità del teatro di farsi specchio a partire da tanti tipi di materiale: da un testo, da un mito, dalla storia, oltre che dalla realtà (Chiara Lagani).

 

Educati dal tubo catodico. Il Discorso Giallo di Fanny & Alexander

Bruno Bianchini, klpteatro.it, 17 giugno 2013

 

Da strumento di lotta all’analfabetismo a mezzo planetario con cui diffondere un analfabetismo di nuova specie? Cosa ne penserebbe oggi il fu maestro Alberto Manzi, protagonista negli anni ’60 di una tv didattica e di servizio di provata utilità pubblica e internazionalmente imitata?

In “Discorso giallo” di Fanny & Alexander assistiamo ai fronti d’onda frammentari di grammatiche edu-catodiche provenienti da oltre cinquant’anni di storia della televisione italiana.
La donna-bambino Chiara Lagani, in grembiulino nero, schiava del telecomando, fa zapping e sciorina parole alternando sublime e stucchevole, da Manzi a Maria Montessori (il flyer dello spettacolo riproduce proprio la Montessori sulle vecchie mille lire), passando per Franck, il bambino di “D’amore si vive” di Silvano Agosti, fino ad arrivare a Sandra Milo e Maria De Filippi.

Il susseguirsi delle scene ci restituisce le trasformazioni di una Lagani a turno posseduta da mostruose divinità televisive: la primadonna dalle inquietanti sonorità e costantemente in cerca del riflettore, ’piccoli fans’ geneticamente progettati da un qualche dottor Frankenstein per essere dei ‘piccoli raccapriccianti adulti’; la ‘potente donna del potente’ che eleva a dogma meritocratico la tirannia del giudizio del pubblico a casa nell’ennesimo talent show, in cui il destino del concorrente di turno è affidato ad un semaforo: verde vai avanti, rosso vai a casa, giallo… il limbo dell’incertezza, del giudizio sospeso, reiterare l’umiliazione per andarsene a casa lo stesso, probabilmente, ma soffrendo un po’ di più.

Tre pezzi di storia della televisione italiana (Manzi/Milo/De Filippi) che, messi in ordine cronologico e riflessi nel presente, producono, in tre parole, un’evoluzione della pedagogia di massa come escalation di rabbrividimento: alfabetizzazione, melensaggine, antagonismo.

“Discorso giallo” raccoglie un testimone delicato da gestire: quello passatogli da Discorso grigio, prima delle sei tracce che andranno a comporre nella sua totalità l’ambizioso progetto di Fanny & Alexander sulla forma retorica del discorso, splendidamente interpretato da Marco Cavalcoli e giunto, a circa un anno dal suo debutto, ad un’efficacia scenica quasi perfetta.

Ammiriamo, nella compagnia ravennate, la capacità di smentire le convenzioni (che siano quelle del teatro contemporaneo o dei loro stessi percorsi di ricerca precedenti), abbandonare i tulle nel baule e mettersi in gioco, assumendosi il rischio di mostrare i muscoli con progetti complessi e programmatici come questo. I prossimi quattro – celeste/religioso, rosa/sindacale, viola/giuridico, rosso/militare – saranno rispettivamente affidati ai corpi e alle voci di Lorenzo Gleijeses, Francesca Mazza, Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco.

Lo spettacolo interpretato da Chiara Lagani evidenzia, in certi frangenti di questo debutto, alcune rigidità nell’amalgama fra parola, gesto e personaggi, come se il flusso di vibrazioni non si fosse ancora profondamente disteso lungo la spina dorsale dell’attrice per dar luogo a scosse che provochino il cortocircuito cercato. Necessario, inoltre, compiere uno scarto ulteriore per affrancarsi definitivamente da rischiose derive simil-satiriche (restandone abilmente in bilico come dimostrato nell’episodio precedente) e sprofondare invece il più possibile nei grotteschi reconditi di questo potente quanto letale (per chiunque, anche per chi non la guarda) strumento di educazione alla “stupidità delittuosa” che è la televisione.
Siamo, in fondo, tossicodipendenti che continuano a ribadire di odiare ciò di cui non possono fare a meno (la televisione oggi, le tecnologie mobili domani?).

Chiudiamo con un interrogativo per il buon Manzi, se da lassù ci ascolta: “Non è mai troppo tardi” per curvare verso l’alto la parabola di una nuova stagione di alfabetizzazione? Magari avverrà anche questo – potrebbe risponderci -, ma forse non per merito della televisione; e non prima che le mille lire della Montessori completino il proprio processo di metamorfosi trasformandosi in un nuovo, fiammante, cinquanta euro con l’effige di Belen Rodriguez.