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DISCORSO CELESTE
RASSEGNA STAMPA

Maria Grazia Gregori, Il teatro quotidiano

Renato Palazzi, Amleto si è trasferito a Scampia

Magda Poli, Il colore degli sportivi tra podio e paradiso

Sabrina Fasanella, Discorso Celeste, indagine sensoriale sul trascendente e sull’alterità

Angela Bozzaotra, Fanny & Alexander | Discorso Celeste

Franco Cordelli, Fanny & Alexander i frammenti di Discorso Celeste

Luca Manservini, “Le mie ossessioni da sportivo”

 

 

Il teatro quotidiano

Maria Grazia Gregori, L’Unità, martedì 03 giugno 2014

 

CASTROVILLARI – Scegliendo con coraggio di dedicare un festival ai nuovi linguaggi della scena contemporanea, Primavera dei Teatri è arrivata alla sua quindicesima edizione in buona salute tanto da potersi permettere un come eravamo e come siamo con cui ribadire una scelta non cristallizzata ma in divenire. Così di fronte a un pubblico che ha sempre affollato le diverse sale, il teatro ha fatto sentire la sua voce: con la ricerca di un’immagine in grado di confrontarsi con la parola, con la scelta perturbante della quotidianità che stritola i più deboli e perfino i geni. […]
Continuando nel suo lavoro che analizza come il discorso si rispecchi in modi e strutture diversi e con temi spesso agli antipodi quest’anno Fanny&Alexander di Chiara Lagani e Luigi De Angelis con l’intrigante Discorso Celeste ha concentrato la sua attenzione sull’esperienza religiosa qui letta attraverso una dedizione totalizzante allo sport. L’atleta che sta al centro dell’immagine – atleta del cuore o atleta di Dio che dir si voglia- è Lorenzo Glejieses che in tuta azzurra, dopo averci fatto alzare all’inno di Mameli poi sostituito dai frammenti di cronaca della partita Italia – Germania 1970 e dal discorso di Papa Francesco ai catecumeni sul bisogno della fede, ci conduce, con una fisicità di forte impatto, nel mondo del pugilato, per poi trasformarsi in giocatore di videogame. Lo guida una voce da padreterno che da fuori gli dà ordini, gli suggerisce come confrontarsi con l’altro per attingere all’esperienza religiosa e arrivare all’incontro con il padre di Lorenzo, Geppy Glejieses, la voce che parla, comanda, suggerisce in un gioco di ruoli di grande fascino. […

 

Amleto si è trasferito a Scampia

Renato Palazzi, Il Sole 24 Ore, 8 giugno 2014

 

CASTROVILLARI – A dispetto della pluralità dei linguaggi che si è esposta in questi anni, il programma di Primavera dei Teatri – la vivace rassegna di Castrovillari, che apre la stagione dei festival – è stato caratterizzato soprattutto dalla scrittura nelle sue varie forme, con alti e bassi che ben riflettono il momento di incertezza della scena contemporanea. […]
Fa pensare e discutere Discorso Celeste, la terza e più complessa tappa del percorso di Fanny & Alexander nella retorica pubblica odierna: dopo i linguaggi della politica e della pedagogia, è ora la volta di un ambiguo connubio fra sport e religione, dove celeste è il colore della nazionale, ma anche il richiamo a un controverso paradiso: e questa molteplicità di livelli si coglie nella costruzione dell’azione, immaginata come una sorta di videogame in cui un padre-dio-allenatore si ca un avatar che attraverso una serie di prove agonistiche deve conquistare la benevolenza del genitore.
A comportare ulteriori stratificazioni c’è il fatto che l’interprete è Lorenzo Glejieses e la voce che lo guida è il padre Geppy, in un confronto fra attori di due generazioni, con tanto di citazioni dell’Amleto. La composizione visiva, fra abbacinanti controluce e immagini 3D, è di alta qualità. La chiave è nel nesso tra crocifissione, sconfitta sportiva e sottomissione al nume familiare: ma il significato resta oscuro.

 

Il colore degli sportivi tra podio e paradiso

Magda Poli, Il Corriere della sera, 12 giugno 2014

 

Il celeste è il terzo colore a segnare il percorso del gruppo Fanny & Alexander nei linguaggi del nostro oggi. Dopo gli spiazzanti, ben centrati Discorso grigio, il politico, grigio come l’indifferenziato che contiene il tutto e nasconde il nulla, fa confondere realtà e finzione, vero e falso, e Discorso giallo, l’educazione in una società sempre più formata e uniformata a modelli televisivi, in Discorso celeste (il 15 al festival delle Colline Torinesi) Chiara Lagani, drammaturgia e costumi, Luigi de Angelis, regia, scene e luci, guidano Lorenzo Gleijeses lungo una performance che non riesce compiutamente a raccontarsi ma è ricca di spunti.
Celeste, colore della nazionale di calcio, colore che sa di familiare e di santità, colore scelto per stendere la metafora dello sport come ricerca impervia e affannata del trascendente, come disciplina, volontà di superamento, un valore tensione verso l’alto del podio uguale all’alto dei cieli. E in tuta sportiva esordisce il bravo Lorenzo Gleijeses, l’Inno d’Italia e la corsa ha inizio. Una telecronaca di una partita di calcio si interseca alle parole di Papa Francesco e il celeste del nostro Paese si svela in tutta la sua forza. Una voce dall’alto impartisce ordini, commenta, suggerisce, è la voce del padre, quello eterno? Forse, ma è anche la voce del padre dell’attore, Geppy Gleijeses, è bisogno di guida o è l’insidiosa scorciatoia dell’eseguire ordini?
L’attore è instancabile nel suo correre, parlare, saltare, giocare a tennis, tirare di pugilato, segue il padre, cerca di superare se stesso, ma ricade sempre a terra. E forse la trascendenza vi è cercata stendendo letteralmente la mano verso il prossimo, grazie a una proiezione in 3D.

 

Discorso Celeste, indagine sensoriale sul trascendente e sull’alterità

Sabrina Fasanella, www.radiophonica.com, 31 maggio 2014

 

Come parlare oggi di trascendenza? Di spiritualità, di oltre? Un discorso che spesso è relegato ad ambiti specifici, troppo intimo per essere associato a contesti diversi da quelli che lo riguardano strettamente. Ma l’uomo è inevitabilmente portato ad interrogarsi sulla trascendenza, perché ha bisogno, in ogni momento e ambito della sua vita, di aver fede in qualcosa. C’è una tensione alla verticalità nell’uomo che sfida sé stesso, che si pone obbiettivi, nell’uomo che si relaziona con il mondo, che lotta. La compagnia Fanny & Alexander, ma più precisamente Chiara Lagani, con il contributo drammaturgico ed attoriale di Lorenzo Gleijeses, propongono, in prima nazionale a Primavera dei Teatri, una performance sensoriale che rappresenta questa tensione dell’uomo, questo suo bisogno di fede, attraverso la metafora dello sport, in tutte le sue declinazioni. Lo sport che è la religione del nostro tempo, ma anche lo sport come disciplina dell’anima, offre un punto di vista inedito per comporre un quadro di suggestioni prima di tutto sensoriali – sonore e visive – che sollevano innumerevoli interrogativi sull’esistenza. Lorenzo Glejieses offre la sua fisicità ad un metapersonaggio, avatar di sé stesso, che si agita sul palcoscenico in balìa dei suoi istinti: ma l’istinto principe è quello di affidarsi ciecamente ad una voce superiore, vera protagonista dello spettacolo, voce-guida di un videogame, Dio, Padre e Allenatore. Questo personaggio invisibile ma tangibile assume ulteriori sfumature se si considera che la voce guida di Lorenzo-personaggio è quella di suo padre, Geppy Gleijeses. Nel campo da gioco della vita, l’esistenza stessa è un match, e l’uomo-giocatore è posto continuamente davanti alla sfida di diventare Campione, Dio a sua volta, creatore di sé stesso. Ma per far ciò, gli è richiesto di “saltare”: “Il salto nella fede promette novità,/ non è un salto nel buio ma nella verità./ Il dono della fede richiede libertà,/ è vita sempre nuova per chi l’accoglierà”. Questo affidarsi prende le sembianze di un livello da superare; il campo da gioco delimita anche i confini tra l’interiorità ed il mondo: la prima partita da vincere è quella con la sfera intangibile di noi stessi, con il trascendente, avversario e allenatore al contempo, che prende forma in luci accecanti, che distorcono la vista. La concretezza di quella voce onnipresente ed il bisogno di relazionarsi con essa del protagonista sembrano suggerire anche l’importanza dell’alterità, la necessità dell’uomo di farsi comunità, di avere nell’altro un punto di riferimento, di entrare in relazione con il prossimo: la voce che invita il figlio-giocatore ad allungare la mano per avere finalmente una prova concreta della sua esistenza, fa allungare quel braccio verso il pubblico – materialmente, l’utilizzo della tecnologia 3D rende questo contatto quasi reale – quasi a suggerire che il divino lo si può trovare negli altri; attraverso il contatto con gli altri possiamo sperimentare il trascendente.

 

Fanny & Alexander | Discorso Celeste

Angela Bozzaotra, http://nucleoartzine.com, sabato 18 aprile 2015

 

Poniamo una dimensione altra, all’interno della quale la scatola scenica sia implosa e abbia dato origine a uno spazio indefinito, incontro di presenze eterogenee: sonore, umane, digitali, materiche. Una scena divenuta schermo fisico, da attraversare e abitare, affermando l’indistinguibilità tra ombra e figura umana.
Di tal fatta è il contesto in cui ci si trova immersi nello spazio occupato dell’Angelo Mai assistendo a Discorso Celeste #Sport/Religione, terzo appuntamento del ciclo di performance Discorsi (2011) del gruppo ravennate di ricerca Fanny & Alexander, preceduto finora da Discorso Grigio (2012) sulla politica e Discorso Giallo (2013) sulla pedagogia.
Il progetto Discorsi indaga tale costruzione linguistica in rapporto a sei campi tematici (religione, politica, diritti, religione, guerra, educazione), a ciascuno di essi è abbinato un colore e una serie di riferimenti letterari, artistici e storici; le performance sono inoltre accompagnate da eventi scenici di altro tipo, come il radiodramma e la performance concerto, come nel caso di US – Il tennis come esperienza religiosa, “partita di tennis onirica” ispirata alla vita del tennista Agassi e dal titolo preso dall’omonimo libro di David Foster Wallace – presentata nel 2014 al Festival di Santarcangelo. Lì, il performer Lorenzo Gleijeses giocava una partita a tennis contro un avversario invisibile, incitato dal padre Geppy (noto regista e attore teatrale), presente in qualità di arbitro, sulle musiche ipnotiche e techno-dance del geniale Mirto Baliani, compositore, sound designer e illustratore romano.
In Discorso Celeste, ritroviamo nuovamente la coppia padre-figlio Gleijeses, l’ambiente sonoro originale di Baliani e l’istanza performativa e concettuale dello sport come metafora esistenziale. L’apparato drammaturgico costruito da Chiara Lagani viene ampliato, mentre la regia di Luigi De Angelis risulta arricchita dai numerosi effetti scenotecnici i quali rendono più astratta la performance, conferendole un’estetica quasi da rave, arricchita dall’inserimento di una proiezione 3d dei ZAPRUDERfilmmakersgroup.
Nello spazio scenico deframmentato dall’illuminotecnica si agisce una partita virtuale giocata da Gleijeses figlio, il quale segue le indicazioni della voice-off del padre Geppy: il suo scopo è diventare un campione, e per riuscirvi deve attraversare una serie di livelli, corrispondenti a diverse prove di abilità, nello schema tipico del video-game. La più difficile di esse, quella del salto, risulta il fulcro drammatico della performance e va ad assumere la connotazione di metafora del “salto della fede” appartenente all’esperienza religiosa.
Il mash-up come struttura compositiva è riscontrabile sia nella partitura coreografica, composta da movimenti appartenenti a vari tipi di sport (pugilato, tennis, calcio, pallavolo) che nella partitura sonora: qui un assemblaggio di registrazioni prese da cronache sportive si alterna a inni da stadio e cori religiosi, nonchè alla la voce live di Gleijeses padre, presenza immateriale spesso sovrastante quella corporea del figlio Lorenzo.
Tra luci stroboscopiche, cadute e esercizi agonistici, in una successione di brevi scene si svolge un doppio conflitto: quello del figlio con il padre/Dio e quello interno allo stesso performer, il quale effettua un training fisico e spirituale di preparazione alla performance (come si può leggere nel dialogo con Chiara Lagani), interrogandosi sul proprio passato di attore, in particolare sulla sua interpretazione di Gesù nella rappresentazione del testo di Giuliano Scabia Visioni di Gesù con Afrodite (2006) con la regia di Geppy Gleijeses, di cui un passo è d’altronde citato in Discorso Celeste.
Intrisa di riferimenti biografici, religiosi e letterari, l’opera di Fanny & Alexander rivela una lacerazione: quella dell’individuo nei confronti delle proiezioni di Sé, da abbandonare nel momento in cui affronta la prova più difficile – il salto nel buio – al cospetto della quale tutti siamo uguali, come un gruppo di tredicenni dilettanti prima di giocare la prima partita importante. Il duello contro la figura salvifica e allo stesso tempo opprimente del Padre appare condizione imprescindibile per rincontrarlo come “Padre Celeste”, in quello che Gleijeses chiama “Il mio paradiso”, un altrove con palme tropicali e suoni idilliaci di uccelli, approdo finale della visione dello spettatore, che viene virtualmente toccato dalla mano dell’avatar 3D del performer, finalmente sorridente.
Lo storico gruppo di ricerca ravennate in Discorso Celeste gioca anch’esso una partita, sul sottile confine tra figurazione e astrattismo (il cui apice è rappresentato dalla presenza di una luce violetta che divora il corpo del performer), tra resistenza del testo verbale e sua automatica riscrittura attraverso il meccanismo della ripetizione, dando vita a una performance strutturalmente ambigua, dove l’abbandono dello spettatore viene spesso bloccato dal repentino cambio di tono e di umore dell’evento, con il risultato di scuotere e turbare la visione, che l’apparizione finale dell’”icona” 3D lascia sospesa con un interrogativo: Dopo aver incontrato e vinto il padre, quale sarà il futuro del figlio? Non rimane che tifare per lui, alla fine del discorso.

 

Fanny & Alexander i frammenti di Discorso Celeste

Franco Cordelli, Corriere della Sera – Roma, 16 aprile 2015

 

Quando da regista divenne critico, Mario Soldati annunciò che avrebbe sempre distinto tra ciò che si ammira e ciò che si ama. Così vorrei distinguere per Fanny & Alexander, in scena con Discorso Celeste. Amo Fanny & Alexander. Ma amo è una parola imprecisa, meglio ho simpatia; anche ammiro è impreciso; ammiro, di Discorso Celeste, gli ultimi cinque minuti. Il resto é come Canelupo Nudo di Maurizio Lupinelli, di cui ho riferito recentemente. Anche in Discorso Celeste c’è un testo, ma non è che una parvenza di testo, qualcosa di inafferrabile, di inconsistente, di vacuo. Il teatro che discende dal teatro-immagine e che ha esaurito la sua storia da tre decenni, ci ciò consapevole si rifugia in parvenze di gestualità. Meglio sarebbe che si lasciasse andare a corpo morto nel passato: che per esempio interpretasse nella dinamica delle immagini un qualche illustre testo. In Discorso Celeste c’è un’idea di discorso su qualcosa, come nei precedenti dello stesso ciclo (Fanny & Alexander lavora per cicli). Tema attuale è la religione. Viene intesa come sua metamorfosi in feticismo, totemismo: dalla vicenda sportiva. Il campione è per noi è un santo, lo divinizziamo. Lorenzo Gleijeses si presenta in tuta e invita ad alzarci per ascoltare l’inno nazionale. Poi, dietro uno scherzo si esibisce in qualità di atleta (era un calciatore, ora è un boxeur, è sempre un’ombra cinese). Segue un dialogo con il padre (o è il Padre?). Dopo un triangolo piramide pieno di nebbia, in cui egli entra e esce, ci sono i minuti ammirevoli. Il campione appare in un tondo, è benedetto dal padre (la bella voce di Geppy Gleijeses), lo adoriamo con occhiali rossi e azzurri che rendono tridimensionale la sua figura, beata tra il canto degli uccellini.

 

“Le mie ossessioni da sportivo”

Luca Manservisi, Ravenna & Dintorni, 26 marzo 2015

 

Sabato 28 marzo al teatro Rasi alle ore 21, nell’ambito della stagione di “Ravenna viso-in-aria”, Fanny & Alexander porterà in scena Discorso Celeste con Lorenzo Gleijeses, le musiche di Mirto Baliani e le immagini video di Zaprouderfilmmakersgroup.
Lo spettacolo, terzo in ordine cronologico del progetto “Discorsi” che la compagnia ravennate porta avanti dal 2011, è dedicato allo sport e alla religione mettendo in scena un dialogo surreale e impossibile tra figlio e padre, atleta e allenatore, giocatore e voce giuda.
A partire da una logica da videogioco giocata sulla retorica del discorso sportivo e costruita su più livelli, Lorenzo Gleijeses incarna qui un avatar composito alle rese con una paradossale domanda sulla fede. Nell’epoca dell’ “evaporazione del padre” è ancora possibile credere? Sospeso tra mondi virtuali, Patrie perdute e Paradisi artificiali, il figlio offre al padre la sua misteriosa risposta.

LM. Lorenzo, sport e religione sono due mondi molto lontani nell’immaginario collettivo. Da dove è nata la suggestione per metterli in relazione?
“L’idea iniziale di Chiara Lagani e Luigi De Angelis parte da David Foster Wallace con Infinite Jest e dal saggio Il tennis come esperienza religiosa Lui parlava del legame tra sport e religione, nel senso che lo sportivo da agonismo è ciò che oggi è più vicino a quello che era il mistico un tempo. Che brucia le sue voglie e il proprio corpo per un fine che è al di là di sé stesso. Un Roger Feder o un Maradona è colui che ha il più alto rapporto con la perfezione rispetto a un essere umano normale. Questo è stato il trampolino da cui ci siamo lanciati…”

LG. Come hai lavorato per questa messa in scena? Avete portato recentemente a Ravenna US ispirato alla biografia di Agassi, come sono collegati questi lavori?
Us è nato come spettacolo dopo Discorso Celeste. In Us la mia gestualità era più legata al tennis e avevo anche una racchetta come oggetto di scena. Qui il lavoro è più astratto. Abbiamo creato un alfabeto di gesti, azioni e tic osservando quelli degli sportivi, dal rovescio di Nadal, il modo di palleggiare di Maradona, il gancio di Cassius Clay. Le indicazioni su che gesto fare vengono inviate dalla consolle da Luigi De Angelis in una partitura creata dal vivo. Non c’è più una racchetta, una palla o dei guantoni da box, ma rimane solo la gestualità. E’ una scrittura fisica.

LM. Hai lavorato in molte esperienze diverse, anche nel teatro di tradizione, com’è lavorare con i Fanny & Alexander?
LG. “I Fanny & Alexader” hanno scelto me perché volevano sfruttare le varie strade e linguaggi che ho percorso. Il fatto che avessi recitato nel teatro classico non era un vizio da arginare, ma un’altra arma del mio linguaggio da utilizzare. Ne L’esausto di Becket, ad esempio, utilizzato passi del brazilian jujitsu, sono stato giocatore agonista di tennis. Ho avuto un rapporto di sfida nei confronti del mio corpo per ottenere sempre di più, a volte esagerando anche negli allenamenti. Il lavoro fisico è la mia ossessione.”

LM. Ossessione simile a quella degli sportivi agonisti che mirano alla perfezione ad ogni costo…
LG. “la logica è simile, sì. Agassi in Open racconta che odia la fatica a cui si sottopone che segna il suo corpo con tendiniti, fratture e dolore alla schiena, ma non puà comunque farne a meno. Io mi sento nella stessa condizione.”

LM. Intendi dire che odi il teatro?
LG. “In alcuni momenti lo odio… mi risulta insopportabile il carico di sforzo che ha il lavorare in teatro. Ma allo stesso tempo se non lo faccio non mi sento realizzato. E’ una dinamica distruttiva-costruttiva. La cosa che non ho più voglia di fare è allenarmi così duramente, ma non posso fare a meno di farlo, perché sarei ossessionato da pensieri negativi. E’ come ai corridori, come racconta Murakami ne L’arte di correre. Penserei continuamente, perché sei qui fermo quando dovresti essere ad esercitarti. Non posso farne a meno.