fanny and alexander | SE QUESTO È LEVIRASSEGNA STAMPA
1163
post-template-default,single,single-post,postid-1163,single-format-standard,bridge/bridge,tribe-no-js,tribe-bar-is-disabled,ajax_updown,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,paspartu_enabled,vertical_menu_outside_paspartu,side_area_uncovered_from_content,transparent_content,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-14.2,qode-theme-bridge,disabled_footer_top,disabled_footer_bottom,elementor-default

SE QUESTO È LEVI
RASSEGNA STAMPA

Michele Pascarella, Primo Levi secondo Fanny & Alexander: l’autore, il testimone, l’uomo

Maria Dolores Pesce, Se questo è Levi di Fanny & Alexander 

Renato Palazzi, Primo Levi emerso da terreni fertili

Alfredo Sgarlato, Un’autentica ovazione saluta il protagonista di Se questo è Levi

Maddalena Giovannelli, Se questo è Levi

Massimo Marino, Un rito per Primo Levi

Federica Angelini, Tutta l’attualità (e la necessità) di Primo Levi nello spettacolo dei Fanny&Alexander

Iacopo Gardelli, Abitare Primo Levi: l’evocazione – iperrealistica – del caro estinto di Fanny & Alexander

Damiano Pellegrino, Di fronte alle parole di Levi. La memoria e il teatro a Bologna con Fanny & Alexander

 

Primo Levi secondo Fanny & Alexander: l’autore, il testimone, l’uomo

Michele Pascarella, Hystrio – Trimestrale di Teatro e Spettacolo, 27 ottobre 2019

 

In bilico fra teatro e performance, Se questo è Levi pone una quantità di ineludibili, feroci domande sulla e alla società mediante il rigoroso e straniante racconto di accadimenti lontanissimi e, al contempo, affatto presenti. Il progetto, diretto con attitudine maieutica da Luigi De Angelis, è concepito come un trittico: Se questo è un uomo, Il sistema periodico, I sommersi e i salvati, riprendendo titoli e temi della prima, quinta e ultima opera dell’autore. È destinato ad abitare altrettanti spazi del vivere comune (nel nostro caso una biblioteca, un’azienda agricola biologica e la Sala del Consiglio Comunale di Albenga), per poter dare voce e corpo alle storie, alla Storia.

Utilizzando l’eterodirezione, dispositivo che Fanny & Alexander da circa quindici anni sperimenta per interrogare la percezione e la consistenza di ciò che è dato a vedere sulla scena, Andrea Argentieri si fa “attraversare” da numerosi discorsi, raccolti a partire da documenti e interviste audio e video provenienti dalle Teche Rai, del celebre scrittore, partigiano e chimico italiano, restituendone le tre anime mediante un eloquio simultaneamente assertivo e puntellato di inciampi, energico e ricco di pause sincopate.

Il “super-realismo” che connota Se questo è Levi, possibile grazie alla partecipe disponibilità dell’interprete a farsi veicolo di quanto ascoltato in cuffia, come una sorta di magnetofono trasparente e consistente, è senza posa messo in crisi da proteiformi sfasamenti: una macchina da scrivere d’epoca messa a fianco di un laptop in scena, nel primo episodio; un passaggio in cui il protagonista abbandona deliberatamente l’accento torinese del “personaggio”, nel secondo, e così via. Il ruolo dello spettatore muta: inizialmente inerme testimone diviene, nel terzo episodio, soggetto attivo, dialogante con il protagonista. La chimica e il lavoro, in fabbrica e nel campo di detenzione, progrediscono appaiate alla scrittura in questo commovente discorso, forma che l’ensemble ravennate ha più volte indagato e praticato e che ora pare giungere esattamente a “descrivere, con il massimo rigore e il minimo ingombro”: come farebbe Primo Levi. Bravi.

 

Se questo è Levi di Fanny & Alexander 

Maria Dolores Pesce, dramma.it, 13 settembre 2019

 

Ha percorso tutti e tre i giorni del Festival, spettacolo per sua stessa definizione itinerante nel tempo e nello spazio, ed è stato a mio avviso l’evento più interessante e intenso di tutto il Festival. Complesso movimento drammaturgico costruito, quasi come un pentagramma o meglio come la tavola del “Sistema Periodico degli Elementi”, come una eco catturata del percorso esistenziale etico ed estetico di Primo Levi, ma che sembra però avere come suo scopo finale e intimo quello di superare se stesso, sintatticamente e linguisticamente, come drammaturgia, andando oltre o meglio mostrandosi fino in fondo come appropriato contenitore di una sincerità che, sensu lato, lo prescinde. Ciascun movimento è quasi una pausa, un gorgo, nel fluire dell’esistenza di Primo Levi, battuta dal tempo della sua scrittura, da “Se questo è un uomo” a “Il sistema Periodico” fino all’ultimo “I sommersi ed i salvati”, che la mano del drammaturgo seleziona e ristruttura in diverse sintassi, con cura partecipata facendola propria ma senza in alcun modo tradirla. Ne emergono ben sottolineati i tratti più nascosti della ricerca di Primo Levi, chimico prima di scrittore come lui stesso rimarca ma soprattutto intellettuale “organico” nel senso più alto del termine, verso la chiarezza chirurgica e quasi scientifica del discorso sull’uomo, oltre la retorica che lo soffoca e verso la consapevolezza che infine lo dovrebbe liberare. Tutto ciò, opportunamente enfatizzato dagli ambienti scelti per immergervi il suo discorso ed immergerci nella sua parola, lo studio privato per una video-intervista prima, il laboratorio poi e infine la sala consiliare come luogo istituzionale principe per tentare una elaborazione condivisa e comunitaria. Luoghi che invece di produrre una alienante distanza dalla percezione estetica, ne enfatizzano la capacità di traslazione e metamorfosi dalla apparenza alla realtà, e dunque alla sincerità che sovrappone vita e teatro. Un lavoro intenso, coinvolgente a tratti commovente e, proprio per la sua inusuale prospettiva storica e storicizzante, di straordinaria, purtroppo di nuovo, attualità. Una attualità che le parole di Primo Levi ripropongono come un incessante ammonimento, perché al termine della catena dell’intolleranza sta il lager: “Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alla sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano.”
All’interno di questo sorprendente percorso estetico, Andrea Argentieri, ben diretto da Luigi De Angelis è bravissimo a prendere letteralmente su di sé la figura, mentale e affettiva, di Primo Levi quasi trasfigurando la propria presenza in quella perduta dello scrittore, per recuperarla nel qui e ora, quasi stupito, della scena.

 

Primo Levi emerso da terreni fertili

di Renato Palazzi, Il Sole 24 Ore, Domenicale, 1 settembre 2019

 

[… ] uno dei titoli clou di quest’anno era Se questo è Levi, un percorso in tre tappe di Luigi De Angelis/Fanny & Alexander nel pensiero e nell’opera dell’autore di Se questo è un uomo: ho seguito la terza parte nella sala consiliare del Comune di Albenga, dove gli spettatori potevano porre domande cruciali – ovviamente prestabilite – all’attore che lo impersonava, il quale rispondeva con le parole di Levi, desunte da incontri pubblici e interviste. Ho trovato particolarmente impressionante questo dialogo ravvicinato con un fantasma della memoria: colpiva l’adesione dell’interprete, Andrea Argentieri, che seguendo in cuffia la voce registrata dello stesso Levi ne ricalcava con vivida precisione le lievi cadenze torinesi, i gesti, gli atteggiamenti interiori. Ma colpiva e sconvolgeva ancor più la lucidità chirurgica con cui questo testimone dell’orrore ne riportava le matrici a un contesto più ampio, al di là del fascismo e del nazismo, evocando allarmanti richiami al nostro presente”.

 

Albenga, Terreni Creativi 2019. Un’autentica ovazione saluta il protagonista di Se questo è Levi

di Alfredo Sgarlato, Albenga Corsara, 12 agosto 2019

 

Per problemi di salute ho potuto seguire solo la terza serata di Terreni Creativi 2019, che vi vado a raccontare. Primo spettacolo la terza parte di “Se questo è Levi” produzione di Fanny e Alexander, compagnia tra le più brillanti del panorama italiano, di Luigi De Angelis, con Andrea Argentieri. Lo spettacolo si svolge nella sala consiliare del comune di Albenga, è tratto da “I sommersi e i salvati”, ed è realizzato sottoforma di intervista con una serie di domande che alcuni spettatori rivolgono all’attore che impersona Levi. Caso vuole che io abbia poche ore prima visto un filmato di Levi in tv, ed ho potuto apprezzare come l’immedesimazione fisica e vocale dell’attore fosse perfetta, persino impressionante. Il testo di Levi è di fondamentale importanza, e evidenzia un paio di concetti che andrebbero scolpiti nella pietra: il fascismo non fu diverso dal nazismo, più “buono”, aveva come risultato inevitabile lo sterminio, e se fallì fu per la naturale incapacità degli italiani a seguire le leggi. Secondo, un fascismo può sempre esistere, lo è qualsiasi ideologia che esalti il privilegio e la disuguaglianza. Un lavoro da portare nelle scuole e che dovrebbe passare in prima serata in tv. Un’autentica ovazione ha salutato il protagonista.

 

Se questo è Levi

Maddalena Giovannelli, Stratagemmi, 28 marzo 2019

 

La sfida della riproduzione del reale – e la consapevolezza della sua impossibilità – è da sempre una delle ossessioni di pensatori e artisti. È possibile rinunciare a tutti gli orpelli, e restituire la realtà anche nei suoi aspetti brutali e anti-estetici? O è inevitabile alterare e falsare? Su questi temi si è interrogato, tra i molti altri, anche Primo Levi. Nella densa relazione epistolare con il traduttore tedesco di Se questo è un uomo, Levi mette a fuoco la necessità di non tradire con le parole l’orrore bruciante dei fatti: “ero premuto da uno scrupolo di superrealismo”, racconta, “volevo che in quel libro niente andasse perduto di quelle asprezze (…). Doveva essere, più che un libro, un nastro di magnetofono”.

Da queste riflessioni ha preso il via Se questo è Levi, presentato da Fanny & Alexander nel secondo fine settimana di Vie Festival 2019. L’immagine scelta da Levi per rappresentare la propria tensione al vero – creare non un libro ma “un nastro di magnetofono” – ha del resto una singolare vicinanza con il metodo di lavoro che la compagnia ravennate porta avanti da molti anni: l’eterodirezione, cioè la trasmissione di tracce audio al performer che le ripropone all’uditorio in diretta. Quale miglior modo, dunque, di rendere omaggio “allo scrupolo superrealistico” di Levi che riprodurne mimeticamente non solo le parole, ma persino la voce e le inclinazioni?

 Il progetto, ideato e diretto da Luigi De Angelis, si nutre di documenti audio e video nell’archivio Rai, ed è una vera e propria convocazione spiritica dell’uomo Primo Levi: in scena l’attore Andrea Argentieri ne incarna con impressionante precisione la postura e l’aspetto, e utilizza il proprio corpo come medium per le parole e il pensiero dell’intellettuale torinese. La performance ha un arco trilogico (le parti portano i titoli di tre opere: Se questo è un uomo, Il sistema periodico, I sommersi e i salvati) ed è pensata per essere fruita nella sua interezza, come una maratona di due ore e trenta, ma anche per singoli brani. Viene proposta in luoghi non teatrali –  a Vie nel bellissimo palazzo Foresti di Carpi e poi nel Museo del deportato della Fondazione Fossoli – e non è difficile immaginare le ragioni di questa scelta: il palco è per eccellenza il luogo della finzione e dell’enfasi, e mal si adatta alla minuta opera di mimesi qui pensata da Fanny & Alexander.

Nel primo capitolo della trilogia Argentieri fa la sua comparsa e siede su un tavolo di lavoro che, con i suoi “i cassetti e la cancelleria varia”, rispecchia punto per punto la descrizione che ne da lo stesso Levi; ma De Angelis si concede un ironico scarto, immaginando che la conversazione con Alberto Gozzi (che lo intervistò nel 1985 per la RAI e riportata nella prima parte dello spettacolo in forma integrale) avvenga via Skype. La violenta dialettica tra passato e presente è del resto già attiva nelle parole di Levi, che immagina la sua scrivania divisa tra il Sud della macchina da scrivere, e il Nord della sua videoscrivente, “il mio idolo attuale, a cui mi sono prosternato”. Skype non è certo l’unica concessione all’oggi di questo reenactment: è il pubblico, per il solo fatto di essere presente, a riportare costantemente le parole enunciate al “qui ed ora”, e così i commenti a mezza voce, i sorrisi che rispondono all’umorismo sabaudo di Levi, paiono quasi interferenze nella trasmissione della traccia.

 Le potenzialità di un vivissimo dialogo con un fantasma, esplorate silenziosamente nelle prime due parti, acquistano centralità nel terzo capitolo: gli spettatori, collocati intorno all’attore, possono ora scegliere quale domanda porre all’avatar di Levi, scegliendola tra quelle contenute in una lista. Le riflessioni di Levi detonano allora nel presente, e per così dire lo invadono, confermando e smentendo allo stesso tempo la possibilità di riprodurre la realtà senza alterarla. Oltre alle interferenze del pubblico, ne agisce una ancora più profonda: quella dell’attore, che presta il suo corpo alla rievocazione ma non può eliminare del tutto la propria personalissima presenza corporea, emotiva, psichica.

Quella sottile esitazione, quel leggero arrochirsi della voce sarà anche nella traccia? E quel piccolo inciampo, come un principio di commozione, che interrompe appena le righe di Se questo è un uomo è di Argentieri o di Levi? Ma proprio la possibilità di uno scarto, quella frattura che si apre tra la realtà e la sua copia trasforma la testimonianza inerte in vita.

 

Un rito per Primo Levi

Massimo Marino, Doppiozero, 21 marzo 2019

 

Siamo qua continuamente a combattere con la memoria che svanisce, non solo per l’età che avanza ma soprattutto per le distrazioni, gli stimoli mitraglianti, gli appoggi esterni che ti dicono: tanto schiacci un pulsante e trovi notizie, neppure devi più alzarti per prendere un libro, per andare a cercare un giornale…

Confesso il mio metodo: quando vedo gli spettacoli scrivo, scrivo moltissimo, cerco quasi di fermare tutto quello che sento, che vedo, che provo. Dato che annoto nel buio, quando vado per rileggere poco capisco di quello che ho segnato. Ma delle volte, come nel caso di Se questo è Levi, una “performance/reading itinerante sull’opera di Primo Levi” la luce è buona. I tre atti si svolgono in ambienti illuminati bene. Posso appuntare con cura, sempre con l’ansia di perdere, mentre scrivo, qualcosa del flusso dello spettacolo. Silvio D’Amico, il grande critico, fondatore dell’Accademia d’arte drammatica e dell’Enciclopedia dello spettacolo, diceva: durante la recita abbandonatevi a essa, non appuntate, non pensate a quello che dovrete poi mettere su carta, ai collegamenti brillanti, alle idee pungenti. Siate come in trance, rapinati da quello che vedete (così l’ho capita io). Poi a casa, sotto quell’altro riflettore che è la lucina della lampada, scaricherete sul foglio le sensazioni, condendole di riferimenti, analisi, pensieri… Beh, per me la trance è fissare tutto quello che posso, prolungare lo spettacolo attraverso la mano negli appunti, e poi, a casa, davanti alla fredda luce dello schermo del computer, quasi sempre neppure guardare quello che ho scritto, rimemorare, ripercorrere attraverso quello che vado vergando sul foglio elettronico del programma di scrittura. Anche perché molte volte perdo quei taccuini degli appunti, anche quando ho scritto con bell’agio.

Nel caso di Se questo è Levi c’è stato solo un momento di ansia: in quale giacca erano finite le mie pagine scritte con grafia ben leggibile? O in quale borsa? Mi preparavo a sfidare la memoria e poi l’ho trovato, il block-notes. Iniziano, gli appunti, descrivendo accuratamente il tavolino, messo in un angolo (probabilmente) di sbieco, con alcuni oggetti. Una macchina per scrivere da un lato, una videoscrivente dall’altra (l’antenato anni ottanta del computer), un portacenere, occhiali, un bicchiere d’acqua, penne e matite. Ma questa volta le chiudo subito, comunque, le mie annotazioni, perché questo spettacolo anomalo (ma non tanto) nella linea di creazione di Fanny & Alexander quella sfida pone: alla memoria e ai modi per nutrirla.

Siamo al Festival Vie, organizzato da Emilia Romagna Teatro Fondazione. Se questo è Levi si svolge a Carpi, città emiliana dove lo scrittore fu internato, nel campo di Fossoli, prima della deportazione nel lager. E questo è già molto forte. Come è intensa la presenza del luogo scelto per iniziare: palazzo Foresti, la dimora della famiglia che inventò le vocazioni industriali della zona, prima la lavorazione del truciolo, poi dei cappelli di paglia, infine l’industria dei filati. Un palazzo restaurato, con saloni arredati in gusto fine ottocento-inizi novecento. Siamo in una sala con libri alle pareti e grandi quadri, come la silhouette scura di una madre che tiene in braccio, in alto, il figlio. Il tavolino è in un angolo sotto una finestra.

Appare Primo Levi, o meglio, naturalmente, l’attore che lo interpreta, Andrea Argentieri. Che fa tutto per sembrare simile a lui, per incarnarlo, e se il fisico non è del tutto corrispondente l’aspetto sì, e nel corso delle azioni avremo sempre più l’impressione di trovarci di fronte allo scrittore, ritornato tra noi per festeggiare il suo centesimo compleanno.

L’azione è formata di tre parti, ognuna con la durata intorno ai quaranta minuti. La prima, a palazzo Foresti, riprende un’intervista radiofonica a Primo Levi fatta da Alberto Gozzi, un viaggio a tutto campo nella sua vita, dalla formazione, dai gusti giovanili alle leggi razziali, al lager, alla sua attività di chimico e di scrittore, di uno che si fece testimone dell’orrore continuando a esercitare, per trent’anni, un lavoro tecnico e poi, una volta in pensione (all’epoca bastavano una trentina d’anni, e anche meno in molti casi), diventa scrittore a tempo pieno. Da quello che dice si colgono echi di una casa popolata di persone, che poco spazio lasciano alla solitudine, alla meditazione; una scrittura intinta nei rapporti umani, nelle voci, una memoria che continuamente dialoga con il presente.

Argentieri, bravissimo, sornione, con un lieve accento torinese, non dice a memoria: ha una cuffia evidente in un orecchio, da cui arriva l’audio dell’intervista che lui ripete, dandogli in più di suo un tono “Primo Levi”. È la tecnica messa a punto in spettacoli ormai famosi dalla compagnia ravennate di Luigi de Angelis e Chiara Lagani, quella dell’eterodirezione: in spettacoli come Him come West come i Discorsi – in particolare l’impressionante Discorso grigio in cui l’attore Marco Cavalcoli era attraversato dalle voci di diversi uomini politici – il testo diventa flusso che manifesta frammenti di realtà, di azione, di immaginazione (in Him era il film del Mago di Oz con Judy Garland) e li riversa sullo spettatore attraverso il medium passivo ma virtuosistico dell’attore. Il rapporto diventa molto ricco tra materiale, abbandono dell’“interprete”, invasione, selezione più o meno involontaria e trasformazione. Insomma, recitare diventa un rapporto con una memoria in atto che spesso lascia lacune, frammenti, per esempio nella rincorsa a tener dietro al film. Nel caso di Se questo è Levi si evoca l’ombra dell’autore attraverso sue pose e sue parole, per confrontarla con quell’altra figura acquattata nel crepuscolo della sala che è la memoria dello spettatore.

Siamo in una nuova forma di realismo del teatro, che gioca con frammenti estratti dai movimenti del mondo, rimessi in atto (reenactment), come fa per esempio Milo Rau, sempre con uno scarto, un margine, la possibilità di un buco nero e l’insinuante pensiero che i materiali che ci circondano – siano essi produzioni artistiche, siano ordini che vengono da una voce distante, siano spezzoni di vite altrui – ci possono invadere, e in-vadere vuol dire andare dentro, sopra di noi, assalirci, possederci, procurando, ogni volta una lotta, una miscredenza, una battaglia, una reazione.

Dopo il primo atto, dopo un discorso che a poco a poco arriva alla radice, alla testimonianza di Se questo è un uomo, partendo dal passato e dilagando continuamente nel presente, ci spostiamo. Nella stazione iniziale eravamo pochi, quanti ne può contenere una confessione, una stanza, per quanto grande (a Bologna, dove lo spettacolo ha debuttato, eravamo in un appartamento privato, stipati). Ora entriamo nell’auditorium della biblioteca. E riappare Argentieri-Primo Levi con camice da chimico, davanti a una cattedra e a una tavola degli elementi di Mendeleev. Ci racconterà Il sistema periodico, il libro di racconti del 1975, in cui Levi ripercorre le sue esperienze e guarda il mondo dando a ogni capitolo il nome di una sostanza chimica. Qui citerà Idrogeno, Potassio e Cromo in una lezione conferenza in cui chiarisce l’ispirazione e il metodo del suo scrivere.

«Ho l’impressione insomma che il gusto per la concretezza per il definito per la parola usata per comunicare mi venga proprio da questo mestiere, io sento il mestiere di scrivere come servizio pubblico che deve funzionare» sentiamo ripetere. E che il chimico, discendente dagli antichi alchimisti, è un trasmutatore di materia: da quel lavoro tecnico (così lo definisce) derivano le caratteristiche della sua scrittura, la tendenza a comunicare sempre chiaramente, la concisione. Ricorda ancora la sua formazione familiare, laica, lo spirito scientifico che lo ha guidato (ne aveva già parlato nell’atto precedente, richiamando tutti i dubbi su Dio che il lager instilla).

Ma c’è un altro fatto che rimemora, tra discorsi sulle essenze degli elementi che evocano l’essere, sul purificare i minerali, sul distillare, sul sublimare e su altre attività del laboratorio scientifico che si estendono a attitudini e operazioni dell’animo. Dice che in gran parte della sua ispirazione, della sua concreta scrittura, gioca un ruolo fondamentale l’autobiografia. E conclude, dal capitolo Cromo, rievocando il primo impiego dopo la guerra, con un compito chimico difficile, risolto dopo il fine settimana in cui incontrò la ragazza che sarebbe stata sua moglie: la vita, ancora sporca del lager, si volse a sorridere.

L’ultimo spostamento porta nel luogo del dolore: il Museo al deportato della Fondazione Fossoli. Ampie sale con teche con pochi documenti, con muri con grandi immagini e nomi, nomi incisi sulle pareti. Il finale, ispirato a I sommersi e i salvati, si svolge con il pubblico disposto sui quattro lati e l’attore al centro del ring in una sala con colonne squadrate tutte segnate di nomi di vittime del furore. Lo spettatore ha un foglietto con le domande di un’intervista allo scrittore: ognuno, alzando la mano, può rivolgere una delle questioni, non necessariamente nell’ordine della lista. Argentieri risponderà con le parole di Levi, ripercorrendo la prigionia, la differenza tra i lager tedeschi, fatti per sterminare, come solo quelli cambogiani di Pol Pot, e i pur terribili gulag staliniani, pensati piuttosto per lunghe prigionie, che avevano magari come effetto la morte ma non l’annientamento come scopo. Ripercorriamo i rapporti di Levi con il popolo tedesco, l’atteggiamento pacifico dell’autore, incapace di serbare odio, anche se non rinuncia a ricordare senza addolcire nulla, lui che si è salvato grazie al mestiere di chimico. Campeggiano anche domande cui l’attore, lo scrittore, non risponde, rimandando a un “più tardi” che non verrà mai fino alla fine, e domande sul trauma e sulla memoria.

Il rito si chiude, questa strana presentificazione che tanto bene farebbe ripetere in molte, moltissime scuole. Come ogni rito rievoca rendendo attuale, non però per assolvere, per liberare, ma per riportare a coscienza le ferite della colpa con i tarli della testimonianza, di quella cosa svanente chiamata memoria, mai inutili, anzi sempre doverosi, fino alla noia; contro l’indifferenza, la rimozione, che preparano il terreno a nuove scelleratezze.

Chiudo, in questo esercizio senza appunti (che in realtà si è valso di vari supporti, gli usuali strumenti esterni alla nostra mente sempre più rattrappita e schiava del presente), citando dall’inizio di I sommersi e i salvati, in un anniversario che più di molti altri è opportuno celebrare:

“La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. È questa una verità logora, nota non solo agli psicologi, ma anche a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento. I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando lineamenti estranei. […] È certo che l’esercizio (in questo caso, la frequente rievocazione) mantiene il ricordo fresco e vivo, allo stesso modo come si mantiene efficiente un muscolo che viene spesso esercitato; ma è anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, ed espresso in forma di racconto, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dell’esperienza, cristallizzata, perfezionata, adorna, che si installa al posto del ricordo greggio e cresce a sue spese”.

Contro ogni forma di cristallizzazione ha combattuto sempre il chimico e l’uomo Levi. Ancora con sprazzi di realtà modificata si oppone allo stereotipo con delicatezza insinuante questo spettacolo, con la sottile interpretazione di Andrea Argentieri e la cura amorosa di Luigi De Angelis.

 

Tutta l’attualità (e la necessità) di Primo Levi nello spettacolo dei Fanny&Alexander

Federica Angelini, Ravenna & Dintorni, 12 ottobre 2018

 

Un’operazione straordinaria nella sua apparente semplicità. Il progetto su Primo Levi di Fanny & Alexander non è niente di meno di questo. In un iperrealismo che vede in scena il bravissimo Andrea Argentieri nelle parte del chimico, scrittore, intellettuale, testimone che è stato, Levi sembra letteralmente tornare a vivere, e a testimoniare. Argentieri riesce nell’ardua impresa di dare consistenza, voce, intonazione, gesto a una figura che ha cambiato il nostro modo di pensare, ricordare, mettere insieme i pezzi della nostra storia, senza tradirne profondità, sobrietà, autenticità.

In un trittico che ha toccato uno studio privato, la sala Dantesca della Classense e la sala del Consiglio Comunale ieri (giovedì 11 ottobre) a Ravenna abbiamo potuto vivere un’esperienza materiale e intellettuale e sentimentale che ha fatto riaffiorare lo spessore di Primo Levi, evidenziandone la necessità e la modernità.

Inutile negare che il passare del tempo, l’allontanarsi di quel che è stato il nazismo e il fascismo, di cui il lager – ci spiega bene lui che l’ha vissuto – è la logica conseguenza, rischia di far diventare anche testimonianze come la sua “materiale scolastico”. E sia chiaro, è bene che sia dentro tutte le scuole. Ma il pericolo è quello di annoverarlo tra gli altri “materiali scolastici”, perderne la grandezza anche letteraria.

Quello di Levi è un racconto senza odio, è il racconto di uno scienziato, anzi, un tecnico, che ha affrontato la parola con la stessa precisione e pienezza ed essenzialità del chimico. Argentieri e Luigi de Angelis (alla regia) rendono questo, la tridimensionalità fisica ma anche del pensiero di Levi, senza aggiungere, senza riscrivere, dando però voce viva alle sue parole e restituendo così loro piena completezza. Costringendo in qualche modo gli spettatori a tornare lettori, a ripercorrere quelle pagine magari lette tanti anni prima e ormai un po’ appannate e a farlo insieme, in quello specchio che è il teatro, ma fuori dal teatro.

Ormai “dovrebbero vederlo tutti” è diventata una frase inflazionata e abusata, troppo spesso usata a sproposito. Ma no, non in questo caso. Il lavoro di Primo Levi è costituente della nostra essenza di democratici, antirazzisti, europei, laici. In quel pensiero c’è la capacità di coniugare coscienza politica, civile, riflessione esistenziale e analisi storica, sentimento e intelletto. Non ci sono nemici, in Primo Levi. C’è bisogno di ricordare, capire, senza retorica, senza enfasi, senza pregiudizi nemmeno sui carnefici, ma mossi da un netto bisogno di giustizia, di combattere contro la sopraffazione, di sconfiggere il fascismo in ogni sua forma. Senza trasformare nessuno in diavolo o in eroe. E non è forse ciò di cui tutti, oggi più che mai forse, abbiamo tremendamente bisogno?

 

Abitare Primo Levi: l’evocazione – iperrealistica – del caro estinto di Fanny & Alexander

Iacopo Gardelli, Ravenna & Dintorni, 18 ottobre 2018

 

Primo Levi e Luigi De Angelis camminano fianco a fianco. Il primo indossa una giacca grigia e i proverbiali occhialoni squadrati, porta con sé una vecchia borsa di pelle. Il secondo ha uno zaino sulle spalle. Parlano fra loro, perdendosi nella penombra di via Guaccimanni a Ravenna, diretti verso la biblioteca Classense per la conferenza sulla chimica.

Non è l’inizio di un improbabile romanzo fantascientifico, ma la scena che più mi è rimasta impressa della Maratona Levi firmata da Fanny & Alexander. Non me ne vogliano i diretti interessati, ma è stato questo momento di raccordo, che non rientrava in nessun modo nello spettacolo vero e proprio, che mi ha commosso di più. Qui più che altrove emergono la dedizione al personaggio e l’accuratezza iperrealistica con cui i Fanny & Alexander hanno preparato questo progetto: l’attore deve abitare Levi anche fuori dalla scena, fuori dalla finzione teatrale.

L’intero trittico dedicato al grande scrittore torinese trasuda questo impegno alla mimesi. Andrea Argentieri ha lavorato sulla voce (arrochita quanto basta, venata da un signorile piemontese) e sulla gestualità per aderire il più possibile alla realtà storica. De Angelis ha virato l’attenzione registica sui materiali audiovisivi delle teche Rai, evitando il più possibile la parola scritta per concentrarsi su quella viva, documentale, delle interviste rilasciate da Levi.

Il risultato di questo lungo studio non è soltanto un’eccezionale spettacolo itinerante (la prima parte ambientata in uno studio privato; la seconda nella sala Dantesca della Classense; la terza in Consiglio comunale). Mi verrebbe da dire, anche a costo di suonare ridicolo, che il risultato è soprattutto una sorta di esercizio medianico. Quasi una seduta spiritica collettiva per evocare un caro estinto attraverso il medium del corpo dell’attore.

Già durante la prima fase dello spettacolo, Se questo è un uomo, dopo qualche minuto davanti ai nostri occhi non vediamo più l’ottimo Argentieri; vediamo e sentiamo Levi in persona. Amiamo i mezzi sorrisi e modi cortesi dell’attore, così come abbiamo amato quelli dello scrittore; ci colpiscono le sue parole fredde e precise quasi le sentissimo dalla viva voce del testimone di Auschwitz.

Qui sta il segreto dell’iper-realismo scelto dai Fanny & Alexander: lungi dall’essere un virtuosismo, si giustifica per una doppia ragione. La prima, come già detto, per realizzare questo passaggio medianico e rendere presente un’assenza ormai lontana (e, ahinoi, oggi un po’ snobbata); la seconda, per omaggiare la filosofia della scrittura leviana.

La scrittura di Levi, ossessionata dall’esattezza, dall’aderenza alla realtà, dalla verificabilità, dalla brevitas. Uno stile che deve molto alla letteratura anglosassone e che oggi andrebbe indicato come modello in tutte le scuole italiane (come già suggerito da Claudio Giunta in un suo recente saggio). La scrittura di Levi non è solo pervasa dall’impegno alla testimonianza, ma è anche un monumento al rispetto dell’intelligenza del lettore.

Anche per questo mi pare che Se questo è Levi sia, fra gli spettacoli visti della compagnia ravennate, quello più propriamente etico. I Fanny & Alexander ci avevano già abituato a profonde riflessioni politiche (Discorso grigio, We Need Money! – a modo suo anche Him); questa maratona è soprattutto etica perché l’esempio di Levi – filtrato e montato magistralmente attraverso la scelta delle interviste da De Angelis – ci insegna un modo di vivere e di comprendere più alto.

Levi ci mostra l’impegno alla realtà, allo sguardo libero da dogmi, allo studio profondo dei rapporti fra le cose. Il suo super-realismo letterario, radicato nel metodo scientifico, ci insegna a giudicare in modo ponderato e a non dare per scontato niente («Per i criminali di guerra nazisti provo solo curiosità. Sono incapace di odio», ammette con un sorriso), senza però cadere in un lassismo morale («Se fossi dio sputerei la preghiera del mio compagno ebreo ungherese»). La frase deve essere come una formula chimica: inattaccabile e commisurata alla realtà.

È soprattutto ne Il sistema periodico, la seconda tappa della maratona a forma di conferenza pubblica, che Levi ci racconta questo approccio alla scrittura, schiudendo al tempo stesso il suo aspetto più umano. Qui ci racconta del suo lavoro di chimico, della sua formazione universitaria; parla sognante di distillazione e alchimia; ripercorre la memorabile riscoperta dell’amore dopo l’esperienza dei lager.

L’ultima fase del progetto è anche quella a mio avviso più interessante e sperimentale. Dopo la conferenza pubblica, Levi si sposta in Municipio per un question time, sollecitato a rispondere alle domande dirette degli spettatori. Uno stratagemma teatrale efficace, che, nonostante qualche sbavatura tecnica, ha svegliato l’attenzione della platea ravennate, solitamente timidina. Si entra qui nel capitolo più doloroso della sua produzione, quello dedicato a I sommersi e i salvati: il ruolo e il significato della memoria; l’universo concentrazionario; il ricordo delle violenze subite.

Chissà che i Fanny & Alexander non cadano nella tentazione più ovvia e naturale di questo spettacolo, chiudendo così un cerchio ideale: quella di portarlo negli stessi luoghi abitati da Levi – il suo studio, la sua università, la sua biblioteca. Un ultimo omaggio al suo super-realismo.

p.s. Sedotto dalla bravura di Argentieri durante le tre tappe della maratona, non ho potuto fare a meno di confermare un sospetto che avevo già da qualche tempo. Primo Levi non è stato soltanto un grande prosatore, né l’eccezionale sopravvissuto alla più terribile catastrofe umana del ‘900. Primo Levi è stato uno dei nostri pensatori più alti, capace di tenere assieme semplicità e profondità, impegnato in un razionalismo critico e adogmatico come all’estero la Arendt o Karl Popper. Levi non ci insegna una dottrina, ma un metodo critico: ed è il regalo più prezioso che possano farci.

 

Di fronte alle parole di Levi. La memoria e il teatro a Bologna con Fanny & Alexander

Damiano Pellegrino, BolognaTeatri, 7 febbraio 2018

 

L’ultima fatica dei Fanny & Alexander, compagnia teatrale nata a Ravenna nel 1992 e fondata da Luigi De Angelis e Chiara Lagani, è una lunga maratona itinerante nella città di Bologna in occasione della giornata di commemorazione delle vittime dell’Olocausto, suddivisa in tre tappe e il cui respiro ruota intorno all’opera letteraria di Primo Levi. Nella conta dei personaggi “parlati”, che contraddistinguono una larga parte dei lavori della compagnia, occorre aggiungere il ritratto dello scrittore torinese restituito in prima persona da Andrea Argentieri nel progetto dal titolo Se questo è Levi. In uno degli spettacoli precedenti della compagnia dal titolo Him (2007), parte di un progetto molto ampio dal nome O/Z, un Hitlerino inginocchiato si arrogava tutte le voci e i suoni del lungometraggio Il Mago di Oz di Victor Fleming, seguendo senza tregua l’intero doppiaggio e assumendo i panni di un direttore d’orchestra trafitto dal sonoro. Il progetto Discorsi (2011-2014) raggruppava ben sei lavori e interrogava le forme dei discorsi pubblici rivolti a una comunità attraverso la presenza sulla scena di emblematici soggetti, che subiscono il linguaggio eterodiretto dei mass media fino a divenire fantocci o terribili creature destinate a replicare le voci e i movimenti di personaggi esistenti o esistiti più o meno celebri, appartenenti ad ambiti differenti della nostra società, creando di conseguenza un cortocircuito della parola resa automatizzata e intermittente in scena.

In Se questo è Levi ritroviamo un unico attore sulla scena, che attraverso le inflessioni vocali, la mimica facciale, i gesti, le pause, il vestiario, la precisa terminologia utilizzata nei suoi discorsi (i movimenti del corpo, i silenzi e alcuni contenuti ricavati dai testi) plasma magistralmente una copia conforme e assolutamente non affettata o parodistica dello scrittore torinese, dimostrando quanto siano potenti, provocatorie e attuali ancora oggi le riflessioni lasciate da un autore, deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, a contatto con un uditorio.

Il viaggio intrapreso sabato 27 gennaio si snoda lungo tre luoghi-simbolo, ognuno dei quali racchiude ciascuna performance e condiziona fortemente gli spazi dell’interprete e la ricettività dello spettatore e si ricongiunge alla sfera personale e pubblica dello scrittore. I luoghi scelti sono un’abitazione privata, l’Aula Magna del Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, contenente banchi, lavagne a muro, una poderosa cattedra e una tavola periodica degli elementi chimici, e infine la Sala del Consiglio di Palazzo Malvezzi, pronta a ospitare un’eccentrica riunione del Consiglio Provinciale il cui protagonista questa volta è il pubblico stesso, in possesso di microfoni da tavolo per prendere la parola. Dato l’elevato numero di spettatori intenti a seguire l’intero lavoro e la scarsa quantità di posti disponibili per accedere alla prima performance, perdo la possibilità di assistere al primo appuntamento fissato per le 17.17. Da via G.B. De Rolandis mi dirigo allora verso piazza Verdi in attesa dell’inizio della seconda performance in via Francesco Selmi, segnata per le ore 19.00.

Nel secondo lavoro, dal titolo Il sistema periodico, alla grandezza dell’aula di chimica corrisponde la riflessione di Levi sulle due funzioni di segno opposto che lo hanno accompagnato nella sua vita: la chimica e il “non mestiere” di scrittore. Da una parte troviamo le discipline scientifiche, manovrate abilmente da un alchimista e destinate a trasmutare e sublimare la materia fino a ricavare l’essenza e l’anima di un elemento e a fornire un ordine e una legge al caos universale. Dall’altra parte c’è la scrittura, che messa a repentaglio da presunte storie distorte e nauseanti, quando attinge alla chiarezza di un’arte magica come la chimica si rende salvifica e nobile fino a farsi servizio pubblico, a cui tutti i lettori devono avere libero accesso indistintamente. Attraverso un paragone assai indicativo con il quale Levi, ritornato in Italia dalla Polonia, si accosta al vecchio barbuto della ballata di Coleridge, pronto a intrattenere i commensali con un racconto sui morti, egli ridimensiona la propria scrittura, fino ad avvicinarla a quella di un reduce di guerra, lontano dal mondo dei vivi. Ma a mano a mano che il tempo passa la parola cambia nei suoi scritti e diviene testimonianza lucida e concreta della permanenza ad Auschwitz, rinvigorendo come una pianta e proiettandosi al futuro per lanciare una sfida a tutto e tutti.

Il pubblico è chiamato a farsi esso stesso portatore di memoria della violenza e delle repressioni causate dalle forze naziste, da una parte attraverso l’ascolto del resoconto dell’autore, teso a divenire anche una profonda riflessione sul tempo presente, e dall’altra attraverso un elenco di domande da porre all’interprete. È quanto accade nell’ultima performance dal titolo I sommersi e i salvati, nella quale gli spettatori vengono trascinati in un “question time” all’ultimo respiro in cui devono rivolgere all’autore-attore alcune domande, elaborate per iscritto dalla compagnia stessa e destinate a sovrapporsi alla voce di Primo Levi alimentando con nuovi input l’andamento della performance e spostando il centro dell’azione teatrale nella platea.

Il movimento unitario di un gruppo indistinto di persone, che attraversa a grandi passi le vie cittadine e segue l’intero progetto, diviene esso stesso un itinerario della memoria, destinato a tenere vivo il ricordo di quelle vittime ma soprattutto a sollecitare un dibattito comune, aggiornato e partecipativo su quei fatti che hanno sconvolto l’intero territorio europeo. Come l’autore ebbe la certezza di potere perpetuare la memoria di quei fatti brutali nel popolo tedesco, attraverso l’edizione di Se questo è un uomo pubblicata in Germania nel 1961 dall’editore Fischer e la cui traduzione venne seguita con somma scrupolosità dallo stesso Levi, allo stesso modo oggi le vie cittadine del centro di Bologna continuano a interrogare questa profonda ferita, rimasta ancora oggi insanabile.